The Paper – Non uno spinoff o un remake di The Office, ma una terza cosa misteriosa
In un tempo abbastanza vicino che nel contesto produttivo odierno equivale circa a tre ere geologiche fa le serie TV avevano tempo di essere brutte. Tanti pilastri della sitcom contemporanea sono partiti con delle prime stagioni universalmente riconosciute come brutte o comunque non indicative della qualità successiva della serie. Spesso erano delle stagioni pilota, dei tentativi di capire i ritmi, di testare i personaggi, prima di trovare la strada più giusta. L’esempio più lampante di questi debutti difficili è The Office, che quando arrivò nella primavera del 2005 su NBC con una micro-stagione di sei episodi rischiò immediatamente la cancellazione. Il tentativo di aderire troppo da vicino alla serie originale inglese non fu ben accettato dalla critica, ma una combinazione di fortunati fattori – produttori esecutivi che credevano nel progetto, l’improvvisa fama di Steve Carrell e una rivoluzione pressoché totale del personaggio di Michael Scott – hanno permesso a The Office di andare avanti per ben nove stagioni.
Al giorno d’oggi nulla di tutto questo sarebbe più possibile: se una serie non riesce ad ottenere l’approvazione del pubblico, è più facile che venga cancellata piuttosto che salvata in nome del buon cuore altrui. Allo stesso modo la possibilità di crescita è tagliata fin dal principio, vittima del modello binge che gettando subito tutti gli episodi nelle mani degli spettatori impedisce la possibilità che la serie possa trovare settimanalmente un suo pubblico. Persino The Office, a causa della sua ri-distribuzione su piattaforma negli ultimi anni che le ha permesso una seconda ondata di fama, è ormai finita per essere percepita come un unicum da essere gustato tutto d’un fiato nonostante sia stata trasmessa in televisione per otto anni.

È su questo incrocio di scherzi del destino, produzioni sempre più nostalgici e fraintendimenti della televisione che nasce The Paper, facilmente pubblicizzabile come un reboot di The Office (anche perché porta la firma del suo creatore Greg Daniels), ma più facilmente apprezzabile come una creatura quasi interamente diversa. Se dovessimo incasellarlo, sarebbe più facile parlare di uno spin-off, essendo una serie che si dipana nello stesso universo (portandosi dietro – al momento – solo il personaggio di Oscar Martinez) e in un certo trova le sue radici proprio nel fallimento della Dunder Mifflin, ora inglobata da Enervate, un’azienda di Toledo specializzata in tutti i prodotti fatti di carta. I loro prodotti in ordine di qualità sono le risme di carta per ufficio, i copriwater e il quotidiano locale, il Toledo Truth Teller. Ovviamente è quest’ultimo il mondo che la crew di documentaristi che ai tempi aveva seguito Michael Scott e compagnia sceglie di seguire con la propria camera, mantenendo intatta la forma di mockumentary dell’originale.
Il Toledo Truth Teller non è un giornale di successo: con pochissimi giornalisti all’attivo (letteralmente contabili sulle dita di una mano) non può permettersi di inseguire notizie in giro per la città e per questo finisce per riempire le sue pagine con articoli offerte dalle agenzie ma solo quelli che si possono permettere con il loro abbonamento. Se la carta stampata serve a detta della managing editor Esmeralda Grant (un’eccentrica Sabrina Impacciatore) per dare ai cittadini qualcosa da incorniciare), di uguale squallore gode il sito internet diventato terra fertile per pubblicità e titoli clickbait. In una landa desolata che farebbe perdere a ogni essere umano l’interesse per il giornalismo arriva il solare e decisamente troppo ottimista Ned Sampson (Domhnall Gleeson), che considera Clark Kent come il vero eroe al posto di Superman perché salva il mondo attraverso il Daily Planet. Appena capita la situazione e conscio della sua totale inesperienza, prova a organizzare una squadra, fatta di volontari più o meno diligenti – l’addetto spazi pubblicitari Detrick (Melvin Gregg), la responsabile della diffusione Nicole (Ramona Young) e l’impaginatrice Mare Pritti (Chelsea Frei) – mentre il manager Ken (Tim Key) offre sempre meno fondi e Esmeralda cerca di riprendersi il posto di lavoro che le è stato giustamente rubato.
Disponibile su Sky nella sua interezza da lunedì 26 gennaio, The Paper non vuole essere il suo predecessore e, se dobbiamo essere proprio sinceri, l’inclusione di Oscar Martinez (Oscar Nunez) appare più come una mossa pubblicitaria e il pretesto per una gag sulle liberatorie alle riprese che una scelta utile in ottica narrativa. I personaggi non cercano di essere dei corrispettivi diretti di quelli che abitavano la Dunder Mifflin, anche se è facile trovare delle parziali somiglianze: Esmeralda appare come un incrocio tra l’inappropriatezza di Michael Scott e la goliardia di Dwight Schrute, Barry (Duane Shepard Sr.) si addormenta come Stanley e la storia d’amore prevedibile ma tenera tra Ned e Mare ricorda quella tra Jim e Pam. Nonostante ciò se la serie ha un vero predecessore nelle produzioni passate di Greg Daniels quello è Parks and Recreation, sempre una workplace sitcom ripresa in stile mockumentary ma più gentile e meno sgangherata (per quanto possibile) di The Office. The Paper è conscia inoltre di arrivare sugli schermi in un momento particolarmente delicato per il giornalismo, lontano dai tempi d’oro in cui il Toledo Truth Teller poteva occupare un intero edificio con tutti i suoi dipendenti e ora nemmeno metà di un piano. I dieci episodi della serie corrono affannati per cercare di coprire quante più problematiche possibili, tra la minaccia degli influencer e dell’intelligenza artificiale, budget ridotto all’osso, il clickbait e i commenti dei troll, e spesso rimane in superficie, non riuscendo nemmeno nella sua leggera semplicità a trovare il vero nocciolo del problema che vorrebbe affrontare.

Rispetto alla partenza di The Office The Paper ha il privilegio di una stagione iniziale più lunga e più decisa nel tono e nell’identità: i personaggi, fatta eccezione di Esmeralda e della sua interprete Sabrina Impacciatore che meritano materiale migliore di immotivati strafalcioni alla Sofia Vergara in Modern Family, sembrano aver già trovato una dimensione e delle dinamiche funzionali a crescere insieme alla serie, le risate sono moderate ma sincere e Gleeson, nonostante non sia di certo noto per le commedie, si dimostra più che adatto al ruolo, portando con sé lo charme di Adam Scott nel ruolo di Ben Wyatt in Parks and Recreation. Il problema di fondo tuttavia permane perché The Office alla seconda stagione ha potuto godere di 22 episodi, mentre The Paper, per fortuna già rinnovata senza bisogno di scommesse del destino, continuerà ad averne 10 in eterno se le logiche della piattaforma rimangono intatte e difficilmente riuscirà ad avere una necessaria cadenza annuale nel rilascio delle stagioni.
Avere solo 10 episodi per stagione significa contrarre i tempi più del necessario. Non possono esistere momenti filler, ogni interazione tra i personaggi è fondamentale per la loro crescita personale, è finito il tempo degli scherzi di Dwight con la gelatina, ora il lavoro seppur visto in un’ottica innatamente ottimista è l’unica religione dei personaggi. Ogni dinamica deve essere stabilita ed esplorata velocemente: se un tempo le coppie potevano permettersi di impiegare anche quattro stagioni prima di baciarsi, ora devono farlo se possibile entro il finale della prima stagione anche per il Tristo Mietitore della cancellazione prematura è sempre dietro l’angolo. Paragonare The Paper a The Office è come paragonare l’appartamento in cui sei appena entrato in una città nuova alla casa di famiglia in cui sei cresciuto: ha il potenziale per diventare perfetta, ma vedrai sempre lo spettro di quel luogo famigliare e confortante che continua a mancarti. In pochi episodi, pur godendo dell’eredità pop di The Office, The Paper è riuscita nonostante tutto a costruirsi una sua identità, che meriterebbe di poter esplorare in un contesto produttivo più adatto alla sitcom. Speriamo solo che la carta conti a cantare a lungo.
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