Chainsaw Man – La storia di Reze
Chainsaw Man: La storia di Reze racconta l’incontro tra Denji, giovane adolescente e protagonista della serie principale, e Reze, una ragazza apparentemente comune con cui nasce una relazione fatta di desiderio, complicità e promessa di fuga dalla violenta vita quotidiana.
Il film si configura innanzitutto come un melodramma, prima ancora che un action, e lo fa in modo quasi controintuitivo rispetto alle aspettative legate al franchise. Il racconto si fonda su uno schema amoroso archetipico – l’incontro casuale, il desiderio, la promessa di fuga – ma invece di accelerare verso la rivelazione o il conflitto, sceglie deliberatamente di abbassare il ritmo, di rallentare il flusso narrativo, di soffermarsi sugli interstizi. Non cerca l’esplosione emotiva, bensì ciò che la precede: il vuoto, la sospensione, l’attesa. Nostalgia, rimpianto e solitudine non funzionano come effetti drammatici, ma come condizioni esistenziali permanenti. In questo senso, il film costruisce un melodramma che rinuncia programmaticamente alla lacrima, per concentrarsi su uno stato di anestesia emotiva che precede e spesso impedisce il pianto. Il sentimento non si manifesta come intensità, ma come mancanza; non come pienezza, ma come assenza di alternative. È un lavoro di sottrazione, che fa del silenzio e della sospensione temporale i propri strumenti principali.

Denji e Reze sono personaggi privi di una interiorità “narrabile” nel senso classico del termine. O, più precisamente, la loro interiorità non si articola attraverso pensieri, memorie o progetti, ma attraverso mancanze strutturali. Denji è un corpo indebitato, funzionale, ridotto a strumento di sopravvivenza economica; Reze è un corpo addestrato, programmato, sacrificabile. Nessuno dei due possiede realmente un passato da elaborare o un futuro da immaginare. Il loro legame non nasce da un progetto condiviso, ma da una sospensione temporanea dei ruoli che il mondo ha loro assegnato. L’amore, in questo quadro, non è una promessa di realizzazione, ma una parentesi fragile e destinata a richiudersi. È uno spazio liminale in cui, per un istante, il corpo smette di essere solo funzione e torna a essere percepito come presenza. Proprio per questo, il melodramma di Chainsaw Man è intrinsecamente tragico, non perché conduca alla perdita, ma perché rende evidente l’impossibilità strutturale di una durata.

All’interno dell’universo creato da Tatsuki Fujimoto, i corpi sono campi di sfruttamento. Vengono venduti, smembrati, ricomposti, utilizzati come strumenti produttivi. Non appartengono quasi mai ai personaggi stessi: prima ai creditori, poi allo Stato, infine – in forma più sottile e simbolica – a Makima. Il lavoro, in questo mondo, è brutale perché coincide letteralmente con l’essere fatti a pezzi. Non esiste alcuna retorica della crescita personale o del miglioramento individuale; esistono soltanto la sopravvivenza e il consumo. In questa dimensione post-ideologica, la figura dell’eroe classico viene radicalmente riscritta. Denji non è un soggetto in formazione, ma una funzione biologica ed economica, un organismo che produce valore attraverso la propria distruzione. L’azione, seppur presente, non è mai celebrativa, è piuttosto un’estensione della violenza strutturale che governa l’universo narrativo. Il melodramma, allora, non vi si oppone, ma ne rivela il sottotesto: ogni combattimento è anche una transazione, ogni ferita una conferma del rapporto di sfruttamento. La storia di Reze utilizza dunque la forma del melodramma per esporre un mondo in cui l’affettività è possibile solo come interruzione temporanea del dominio economico sui corpi. Non c’è redenzione, non c’è emancipazione, ma soltanto la consapevolezza, dolorosamente lucida, che l’amore può esistere solo come eccezione fragile all’interno di un sistema che non prevede alternative.

Dal punto di vista strutturale, Chainsaw Man: La storia di Reze si articola in due movimenti distinti, ciascuno dei quali corrisponde a una diversa configurazione del rapporto tra corpo, lavoro e desiderio. La prima parte mette in scena una vera e propria interruzione della produttività, le missioni si rarefanno, il lavoro si sospende, il ritmo dell’azione si abbassa drasticamente. All’interno di questo spazio dilatato prende forma il desiderio erotico tra Denji e Reze, un desiderio fragile, esitante, quasi dimesso, che rifiuta ogni retorica della conquista. Non c’è trionfo, né affermazione identitaria. Il desiderio somiglia piuttosto a un riposo temporaneo, a una pausa concessa all’interno di un sistema che normalmente non ammette soste. Questa dimensione sospensiva conferma la natura melodrammatica del film: l’intimità non è costruita come promessa di futuro, ma come parentesi precaria, destinata a chiudersi. Il tempo condiviso tra i due personaggi non produce progettualità, bensì una tregua momentanea rispetto alla funzione che il mondo assegna loro.
La seconda parte, segnata dalla rivelazione della natura demoniaca di Reze, introduce una torsione formale particolarmente significativa. Il film entra nel territorio del battle shōnen, ma senza mai aderirvi fino in fondo. Le esplosioni sistematiche in scala disaster movie finiscono per demolire qualsiasi residua idea di epica narrativa, le inquadrature vengono saturate di elementi, la leggibilità dell’azione si dissolve, l’accumulo visivo sostituisce la progressione. È il grado zero del battle shōnen, privo di teleologia, di morale, di percorso evolutivo. Non c’è crescita, né superamento, né promessa di senso. Restano soltanto forze che collidono all’interno di un caos che sembra divorare ogni cosa, un’energia che si consuma nel momento stesso in cui si sprigiona. L’azione perde così la sua funzione catartica o spettacolare e diventa la manifestazione esteriore di una tragedia già compiuta. Non il luogo del conflitto, ma il suo inevitabile epilogo.

Chainsaw Man: La storia di Reze, allora, non è soltanto un film su un amore impossibile, ma un film sull’impossibilità strutturale di sottrarsi alla propria funzione. Denji e Reze non falliscono perché scelgono male, ma perché non dispongono di uno spazio reale di scelta. Il loro legame non viene distrutto dall’azione, ma dall’ordine del mondo che l’azione rende visibile nella sua forma più brutale. È proprio questa consapevolezza a conferire al film la sua particolare forza emotiva. Pur nella compattezza narrativa e nell’equilibrio formale, La storia di Reze lascia una sensazione persistente di irrisolto, una malinconia sospesa che resiste ben oltre l’impatto delle sequenze spettacolari. Le esplosioni si consumano e si esauriscono; ciò che resta è il vuoto che le precede e le segue, quello spazio fragile in cui, per un attimo, il desiderio aveva provato a sottrarsi alla necessità.

Occorre, infine, condurre una riflessione sulla dimensione estetico-formale della saga e, in modo particolare, su Chainsaw Man: la storia di Reze. È proprio su questo piano che il film rivela con maggiore chiarezza la propria ambizione e la propria distanza rispetto ad alcune convenzioni dell’animazione seriale mainstream contemporanea. Studio MAPPA rinuncia consapevolmente a molte soluzioni tipiche dell’anime televisivo per adottare un linguaggio che guarda apertamente al cinema live action, soprattutto in certe sue declinazioni più recenti e controllate. Il primo elemento d’interesse è l’uso marcato della camera fissa. Molte inquadrature sono statiche o attraversate da movimenti minimi, lenti, strettamente funzionali, come se l’immagine fosse sorretta da un cavalletto invisibile. L’anime tradizionale tende a compensare l’assenza di movimento reale con un dinamismo esasperato: tagli rapidi, campi e controcampi aggressivi, deformazioni prospettiche, enfasi grafica anche nelle scene dialogiche. Chainsaw Man, al contrario, spesso lascia che i personaggi stiano semplicemente dentro l’inquadratura, senza sottolineature espressive, concedendo alla scena un respiro che si potrebbe quasi definire “realistico”. A questo si affianca un uso insistito del campo medio e del campo lungo, con i personaggi che restano immersi nello spazio, in relazione con l’ambiente che li circonda. I loro corpi non sono solo segni grafici, ma acquisiscono una vera presenza fisica, occupano il mondo, ne subiscono le dimensioni. Denji, Aki e gli altri si muovono spesso all’interno di luoghi che li sovrastano, rafforzando visivamente quella condizione di marginalità e di schiacciamento che attraversa l’intero universo narrativo.

Fondamentale è anche il trattamento del tempo, che trova forse la sua espressione più compiuta nella prima parte del film. Le inquadrature insistono su azioni banali e quotidiane: camminare, mangiare, aspettare, restare sdraiati, condividere silenzi. Si tratta di veri e propri tempi morti, che richiamano da vicino alcune esperienze del cinema contemporaneo, come lo slow cinema di Tsai Ming-liang, l’attenzione al quotidiano di Kore’eda, o ancora la neutralità osservativa del Fincher più freddo e calcolatore. Elementi rarissimi nell’animazione seriale, dove l’inquadratura è quasi sempre subordinata all’avanzamento narrativo. Qui, invece, l’immagine non serve a far procedere il racconto, ma ad abitare una condizione.
Di particolare rilievo è anche il lavoro sulla profondità di campo simulata. MAPPA costruisce frequentemente composizioni stratificate, con sfondi leggermente sfocati o piani multipli, accentuando una sensazione di tridimensionalità che rimanda direttamente alla grammatica del live action. L’illuminazione segue la stessa logica: luci “sporche”, fonti diegetiche visibili, sovraesposizioni, ombre marcate. Tutti elementi che segnano una distanza netta rispetto all’estetica più pulita e convenzionale degli shōnen classici. Infine, particolarmente significativo è il modo in cui vengono costruiti i dialoghi. Il film rinuncia spesso allo schema classico del campo e controcampo. La macchina da presa rimane defilata, inquadra un personaggio di spalle mentre l’altro parla, taglia i volti, lascia zone d’ombra o di esclusione visiva. È un carattere tipicamente cinematografico, che non mira all’immedesimazione emotiva immediata, ma introduce una distanza percettiva, coerente con l’impianto tematico dell’opera.

L’impianto formale di Chainsaw Man: La storia di Reze è allora il prolungamento naturale del suo discorso sul corpo, sul lavoro e sull’impossibilità di una piena soggettivazione. La scelta di un linguaggio più sobrio, più trattenuto, più “cinematografico” rende l’animazione capace di sostenere il peso del vuoto, dell’attesa e della malinconia che il film mette in scena. È proprio in questa coerenza profonda tra forma e senso che risiede il suo pregio più grande.
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