Nastaran Razawi Khorasani a FOG – Dove si perdono le voci
Cover photo: © Mostafa Heravi / Editing: © Maartje de Groot
FOG Performing Arts Festival di Triennale Milano ha presentato la prima italiana di Songs for no one di Nastaran Razawi Khorasani. Un assolo teatrale che dà voce a un bambino e a una bambina che vivono sotto la dittatura islamica in Iran. Attraverso frammenti di dialoghi e canzoni, lo spettacolo ritrae una società nascosta e vite invisibili, rivelando storie altrimenti destinate a rimanere inascoltate – storie che continuano a risuonare per l’attenzione rivolta a queste voci dimenticate.
La scena è buia. Nessuna cornice di drappeggi rossi dipinti, nessun angolo irregolare di camera di donna. Non c’è nemmeno il letto disfatto che Jean Cocteau vorrebbe sulla sinistra. La buca del suggeritore è chiusa sotto due pannelli trasparenti, come pareti di ferro e plexiglass. Sembrano due personaggi, sfocati. Dietro di loro il buio si mescola al retropalco, come quando il mare e il cielo diventano la stessa cosa. La scena è essenziale, socchiudiamo gli occhi e percepiamo che de La Voix humaine rimane un’ombra. Infatti, squilla il telefono:
«Ciao, Nastaran?»
«Ciao, amore. Come stai?»
«Voglio dirti quanto mi dispiace. Mi sono completamente dimenticata che mi avresti telefonato.»

Una giovane donna, capelli neri, occhi alteri, ha lasciato l’Iran da bambina. Ora, adulta, torna a confrontarsi con quel distacco, spinta dalla necessità di fare ordine, confondendo la sua impotenza con i nodi d’un intento ribelle. Si avvicina così a due bambini di dieci, forse dodici anni, l’età che aveva quando lasciò il suo paese, ancora incapace di dare forma artistica alla sua ribellione. Le telefonate tra lei, in Europa, e i due bambini, in Iran, ci pongono immediatamente di fronte a una realtà scabra. La lontananza.

Songs for no one di Nastaran Razawi Khorasani parla di lontananza, che è prima di tutto una distanza fisica: la donna è lontana dal suo paese. Migliaia di chilometri la separano dai bambini con cui parla. Nemmeno i tentativi di videochiamare accorciano questa distanza. L’artista ci parla del suo desiderio di dare un volto a queste voci, ma si scontra con lo spazio che la separa da loro. La comunicazione non scorre. Vedersi da vicino è umano, vedersi da lontano è rompere il segreto tra il paziente e il terapeuta, una terra d’invisibilità. Una separazione essenziale e incolmabile.
La distanza tra lei e il suo paese non è solo quella dei chilometri, ma anche quella degli anni. Ecco un secondo grado di distanza, temporale. Nastaran ha lasciato l’Iran da bambina per vivere in Europa. Forse sente il bisogno di aggiornare i suoi ricordi e l’immagine del paese che ha lasciato, e di vivere, per un momento, attraverso i due bambini disegnati sul palcoscenico. Distante circa vent’anni da questi, entra nei loro racconti per colmare il vuoto di un palco popolato da personaggi assenti, e così incarna la sua ribellione nel paradosso della mancanza dei suoi coprotagonisti. Questa ribellione prende forma nelle canzoni di protesta e nella vernice rosa della censura. Il tempo si misura nella differenza di età, nella riflessione su presenza e assenza.

E infine, c’è quella più sottile, ma non meno dolorosa: la distanza identitaria. L’identità dei bambini sembra intera, ma dentro è spezzata. Sono iraniani, amano il loro paese, ma non vi appartengono davvero. Questa frattura interiore è profonda e fatta di paure silenziose. Si riflette nelle loro voci, nei loro racconti. È il riserbo di chi deve proteggere sé stesso e la propria famiglia e una confessione telefonica della bambina rivela questa spaccatura. Racconta la paura provata durante una sfida tra compagni, quando un’amichetta, ingenua e crudele, aveva invitato tutti a spingere un armadio. Dietro avrebbero trovato una stanza segreta, dove i suoi genitori producevano vino illegalmente. Nessuno lo sapeva, tranne lei e l’amichetta. Il racconto è esorcizzato da una risata, ma svela un mondo amato e odiato. Per la bambina, è un mondo di gioia e complicità, fatto della sua famiglia e della sua stanza segreta. Ma, al tempo stesso, è un mondo di morte e silenzio che incombe nel paese.
Eppure, i legami nascono anche nella distanza. Un segnale attraversa migliaia di chilometri e accorcia gli spazi tra personaggi: la donna, reale, e i bambini, figure stilizzate sul plexiglass. Il telefono è il primo filo che li lega. Poi ce n’è un altro, invisibile ma udibile, che colma il tempo: quando ha lasciato il paese Nastaran aveva la loro età. Dice che il suo linguaggio è rimasto lì, sospeso, che parla un fārsī semplice, lo stesso di allora. Così torna bambina, e nelle loro parole ritrova la sua stessa voce, ingenua e sincera.

Songs for no one è il risultato di un lungo dialogo tra Nastaran Razawi Khorasani e due bambini. Mesi di telefonate, talvolta senza direzione, in cui a volte questi non vogliono parlare. Ma a poco a poco il dialogo prende forma per opporsi alla lontananza. Scalfisce il riserbo e, per qualche istante, gli estremi si toccano. Nel tentativo di riavvicinarsi al suo paese, Nastaran cerca un dialogo spontaneo, non guidato, che rifiuta la morte. Perché la morte è la distanza più grande tra due persone. Nel mezzo, mille modi di avvicinarsi.
Da piccola, l’autrice sognava l’Occidente. Oggi, due bambini iraniani guardano quel sogno senza crederci davvero. Sperano nella libertà, nei diritti, in un rifugio, e per un momento si immaginano in Europa. “Venire lì sarebbe duro,” dicono, rivelando una nuova frattura dove libertà e razzismo si confondono. Nemmeno l’Occidente pare sfuggire all’intolleranza e al controllo. La bambina si lamenta di un film, dove molte scene sono state rimosse e le donne indossano maniche lunghe rosa, che non esistevano nell’originale. Parla di una censura brutale e triviale e, con la semplicità dei bambini, suggerisce che forse anche il resto del mondo si sta abituando a questa distanza. Altrove non serve la postproduzione, basta cambiare le regole. I simboli spariscono, le parole vengono cancellate. Si taglia, si copre, si riscrive. Si trova sempre un modo per dire: «Questo non può essere».

«Oui, on a l’illusion d’être l’un contre l’autre et brusquement on met des caves, des égouts, toute une ville entre soi,» [«Sì, ci si illude di essere l’uno vicino all’altro e bruscamente cantine, fogne, tutta una città si mette di mezzo»]. Cocteau parla di due amanti, ma ora non sono più solo due amanti lontani: sono due persone, con il mondo fra loro. Il loro sguardo è sbarrato da muri, ponti spezzati e segni vietati, fatti per allontanare le storie e le persone. I due giovani personaggi, assenti sul palcoscenico, sostengono il riflesso della nostra assenza. Il mondo intero, non solo il loro, sembra chiudere gli occhi. Ma anche senza vedere si può ascoltare, perché, qualunque sia la distanza, una voce deve sempre arrivare. Qualcuno che parla, che ride, che chiama. Il telefono squilla ancora. Sta a noi rispondere.
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