Direction Under 30 2024 – Il reportage dal Teatro Sociale di Gualtieri
Mi hanno invitato a un tale Festival, Direction Under 30 2024 (DU30), vorrebbero Birdmen Magazine in giuria.
Innanzitutto Google Maps: ho impiegato dieci anni a capire in quale delle due coste facessi il bagno d’estate, figuriamoci se so dove si trova Gualtieri.
Nella nostra redazione ognuno ha delle competenze, tendiamo all’equità nella suddivisione dei compiti, ma quando si parla di festival ci sono innumerevoli altre considerazioni in merito: quando? Quale grado di impegno? Chi può? Soprattutto, dove?
È il grande merito dei festival di arti performative, e soprattutto quelli in estate: la delocalizzazione. I centri che si rianimano, le economie locali che si riattivano, la proposta culturale inedita e sperimentale che si offre anche agli occhi più vergini e alle pance più digiune. Però: come c’arrivo in questo posto?
Comincio con le consuete prassi di avvicinamento: googlo Gualtieri, mi esce Roberto, poi il comune di poco più di 6000 abitanti. Per darmi un’idea, controllo gli abitanti del Municipio 1 di Milano: ne conta 90000 in più. Poi Trenitalia: Milano – Gualtieri, anzi peggio, Pavia – Gualtieri: ma ecco che nel panico di immaginarmi con le vesciche ai piedi a coprire Reggio-Emilia Gualtieri a piedi, vengo catapultata in un gruppo Whatsapp, di quelli utili però, con una cinquantina di persone che fanno economia di scala e organizzano trasferte e alloggi. Intuisco subito che per alcuni di loro tornare lì è riappropriarsi di un momento sacrale, mettere tre croci non negoziabili sul calendario, sospendere incastrare persino prendersi le ferie, non verso i lidi ma verso un compito delicatissimo.
Può cominciare anche per me Direction Under 30 2024.

© Lorenzo Benelli
La Kritica
Cioè, giudicare qualcuno. Vi succederà prima o poi di stare dalla parte di chi almeno una volta avete maledetto, avi e parenti compresi, o accusato di nepotismo e corruzione: ci siamo passati tutti. Poi arriva l’ingrato fardello di selezionare-giudicare-selezionare-premiare voi stessi, ed è un processo molto lungo, serio e impegnativo.
Direction Under 30 2024 inizia molto prima del mese di luglio, con un processo di selezione trasparente e partecipato che, per l’edizione 2025, è appena cominciato (scadenza per le candidature il 5 maggio!). Rimango interdetta davanti a quella che definirei una disciplinata etica dello sguardo, che prevede momenti di formazione e un percorso di accompagnamento alla visione, per democratizzare l’operazione critica, per rendere accessibili gli spettacoli anche ai non addetti ai lavori, così che alla fine del festival anche loro possano arricchire di spunti e stimoli gli artisti e le artiste.
Insomma, la Direzione artistica è selezionata tramite call, e si impegna a partecipare a sei incontri di avvicinamento al festival: al termine del ciclo, 22 persone sequestrate, con consenso, per una quattordici ore dedicata alla selezione dei sei spettacoli finalisti. L’ammontare delle candidature, oltre 100 ogni anno, prima di essere consegnato alla Direzione Artistica viene filtrato dal gruppo di coordinamento del progetto, ça va sans dire under 30, sulla base dei materiali trasmessi dalle compagnie. La Direzione Artistica Partecipata (DAP) confluisce poi nella Giuria Popolare (GP?, no scherzo), selezionata tramite call anche questa: quasi 50 persone guarderanno i sei spettacoli per intero, dal vivo, scegliendo quale di questi riceverà un premio di 4000 euro per approfondire la propria ricerca artistica.
Nella Giuria Popolare ci sono anche le cinque persone scelte per la Giuria Critica, del cui compito Andrea Acerbi mi ha istruito con grande chiarezza, in lunghe ore di telefonata, prima che io potessi accettare l’invito. Con generosità e pazienza, oltre che con un orgoglio mai minato dalla fatica, Andrea mi ha raccontato del Teatro Sociale di Gualtieri e dell’evoluzione del progetto, parte integrante di “Terreni Fertili Festival”, ma anche di ciò che avrebbe potuto garantirmi, delle sue aspettative, delle difficoltà che si potevano prevedere.
«Abbiamo immaginato Direction Under 30 nel 2014. All’epoca il nostro gruppo aveva mediamente meno di 30 anni, e tuttavia aveva già ridato vita al teatro di Gualtieri e fatto radicare un progetto culturale e artistico per quello spazio.
In questo processo, che senza timori posso dire difficile, la giovane età ci sembrava uno tra i fattori per il quale, in talune interlocuzioni o richieste di vicinanza e sostegno, le porte sembravano chiudersi rapidamente.
Come se esistesse un pregiudizio di fondo legato al dato generazionale, come se essendo giovani una prospettiva professionale potesse ancora attendere (quanto?) per venire riconosciuta. Spesso è stato scoraggiante.
In risposta, abbiamo inventato un progetto teatrale sviluppato in base a logiche alternative, che si potrebbero riassumere fondamentalmente in tre elementi: un premio vero di una certa consistenza; nessun costo per le compagnie in concorso e la facoltà di giudizio rispetto ai lavori artistici affidata a coetanei degli artisti stessi.
Uno spazio per gli under 30 e degli under 30, dove poter esercitare una forma di “mutuo soccorso teatrale”. Insieme agli artisti e alla giuria popolare under 30, fin da subito abbiamo voluto contare anche sulla presenza di giovani critici, di una giuria Critica, affinché potessero dar slancio alle loro penne e ai loro sguardi in un contesto di sperimentazione e di confronto su base generazionale.
E affinché potessero riconoscere un altro premio, della Critica, che porta ai Teatri di Reggio Emilia – partner dal 2015 del progetto – lo spettacolo vincitore.
Con Direction Under 30 abbiamo aperto uno spazio all’incompetenza?
Qualcuno ce lo ha rimproverato: affidare ai giovani la responsabilità di direzione artistica e
premi sembrava significasse la negazione della competenza.
Nella competenza invece crediamo profondamente e non ci interessa percorrere logiche di facile giovanilismo.
Se è vero che “semel in anno licet insanire”, è vero anche che per i giovani spettatori partecipanti abbiamo previsto percorsi e attività di formazione che possano fornire gli elementi necessari ad un giudizio consapevole,
e al tempo divenire principio di condivisione collettiva e di avvicinamento al teatro per una generazione
che il teatro mi pare lo frequenti troppo poco.
Ad oggi sono 66 le compagnie che Direction Under 30 ha intercettato, per 66 differenti spettacoli:
è davvero molto bello guardare a questo panorama, mantenere i contatti,
vedere chi è andato avanti e i risultati che ha ottenuto, scoprire anche chi ha cambiato rotta, virato altrove.
Ed è una grande soddisfazione vedere quanto affezione esista e si ricrei ogni anno tra chi ha attraversato il progetto
e vissuto la sua dimensione»
Andrea Acerbi, Responsabile del Progetto DU30

La giuria riunita a DU30 2024 © Lorenzo Benelli
Abbiamo convenuto insieme che questa cosa della critica è molto critica, insomma, lo sapete, qui su Birdmen Magazine ne stiamo parlando da un po’. Frequentando il teatro, parlando con gli operatori, stando in ascolto, ho capito che non esistono dei percorsi canonici per fare il mestiere, sia sul palco che dietro le quinte, o seduti in platea. Che bisogna praticare, praticare sempre, con costanza, anche quando sembra che il resto del mondo teatrale si sia dimenticato di te.
Qual è questo siffatto mondo teatrale? Stiamo scivolando, almeno rischiamo di, sulla stessa opacità di giudizio che ha afferrato l’editoria, costringendola ad atteggiamenti estremi. Da un lato la tentazione che costituiscono i nomi del cinema o i titoli dei premi letterari, dall’altro un iper-sperimentalismo che per paradosso diventa banale e prevedibile, oltre che sterile.
Nel mezzo, ci sono gli eretici, che fanno le prove e la scrittura scenica, o almeno dovrebbero, perché il mestiere vero consiste per lo più nella caccia al premio di produzione o al bando di turno.
Dunque, se la critica ha ancora un valore, non è forse più quello di orientare i pubblici. Piuttosto, questa critica si esprime attraverso conferimenti di premi e riconoscimenti, ma ancor di più attraverso le chiacchiere nei corridoi, i bisbigli tra le sedioline vellutate, la raccomandazione nel senso proprio di “ti raccomando di ospitare questo spettacolo nel tuo teatro perché credo che lo meriti”.
Questa è la grande differenza con la produzione culturale che non riguarda lo spettacolo dal vivo: mentre ho accesso a un catalogo potenzialmente illimitato di audiovisivo e musica, i pubblici della scena teatrale subiscono queste valutazioni altrui, da cui dipende la nascita di uno spettacolo o la sua visibilità. Casi di spinta dal basso come Ferrovie del Messico o il fenomeno Wattpad non sono possibili a teatro: serve uno spazio fisico, anche solo per fare le prove, e uno spazio di visibilità che deve sempre essere concesso da qualcuno.
Per tutte queste ragioni, chiunque faccia critica – non sul piano della recensione che ha una risibile capacità di generare conseguenze – ma chiunque la faccia nelle giurie o ancor di più nelle retrovie, deve farlo con la stessa responsabilità con cui ho visto valutare e riflettere i giurati a Gualtieri.
Per tutte queste ragioni, la critica dei pubblici deve trovare espressione, avere la possibilità di incidere nella programmazione di un teatro. È una pratica di partecipazione, è un emblema di democrazia. Se ancora concepiamo il teatro come un luogo di produzione di senso e di compenetrazione dei sensi, possiamo desumere che contribuisce a destare l’attenzione su certe tematiche, a creare il gusto e ad accogliere stimoli nuovi, magari finalmente a stabilire un dialogo intergenerazionale, interclassista, civico.
Per tutte queste ragioni, Direction Under 30 2024 è stato per me un esempio purissimo di trasparenza.
«Ciò che mi porto dall’esperienza dei miei scorsi quattro anni a Direction Under 30 è la consapevolezza del fatto che quel luogo – tanto quello fisico, fatto dal teatro, dalla sala falegnami, dal bar, quanto quello fatto, soprattutto, dalle persone – sia il posto dove io credo di aver capito ciò che voglio fare di mestiere, ossia l’operatore teatrale. È stato infatti durante le lunghe ed inesauribili conversazioni fatte davanti ad uno spritz (o, meglio, papavero) che mi è stata trasmessa una pratica, tutta condivisa, di abitare il teatro, una pratica basata su una profonda cura per i processi, per i rapporti e per le persone che trovano nel teatro una passione comune, che siano artistə, criticə o pubblico.
Credo che tutto ciò abbia lasciato un segno, e ora che sto studiando organizzazione teatrale fatico ad immaginare un qualsiasi tipo di approccio che non sia collettivo/partecipato: una fruizione democratica, orizzontale e squisitamente popolare, che non soffre le differenze di sguardo tra chi partecipa – o, peggio, che non cerca di trarne vanto – ma che anzi tende a valorizzarle, cercando nella loro divergenza una dialettica fertile, che arricchisce tuttə. Un luogo, dunque, che ha sempre avuto il valore di un vero e proprio crocevia di persone, idee e prassi, un punto d’incontro di varie soggettività che negli anni ha tratteggiato il mio progetto per il futuro.
Nell’approccio con lə artistə e coi loro linguaggi ho infatti capito che il nostro compito di (futuri) operatori è quello di spalleggiare, e di aiutare a crescere; nell’incontro con lo scontro ho imparato che la diversità di opinione è la chiave di un teatro vivo, in forze, che si mette in discussione; nel confronto con l’altro ho infine capito che il teatro si fa anche, se non soprattutto, di alleanze»
Andrea Martelli, Operatore teatrale e membro della Direzione Creativa del Festival U30

Collettivo Nanouk in The Old Man © Lorenzo Benelli
A Gualtieri abbiamo sudato, ci siamo avventurati nelle paludi, abbiamo bevuto (sic!), animato le piazze.
A Gualtieri abbiamo parlato tanto di quello che vedevamo e quel processo di elaborazione collettiva rasentava l’autocoscienza: si scopriva, con il rispetto e la mutua accoglienza garantiti da una facilitatrice professionista, un poco di più dello spettacolo, ma anche di sé.
Perché ho percepito questo? Quali sono i miei pregiudizi, che lenti indosso, che filtri applico, perché non riesco a sentire niente? La circolarità e il tempo hanno inspessito l’esperienza della visione, ne hanno prolungato la durata stratificando gli spettacoli nei ricordi di ognuno.
A distanza di mesi, non penso solo agli spettacoli, ma ai loro autori. Io non sono dell’idea che il dialogo postumo possa influire sul giudizio del prodotto, ma è innegabile che espanda la nostra comprensione dell’operazione stessa, che ci trascini dentro una progettualità più ampia della singola proposta, legandoci a una traiettoria creativa ed esistenziale, fatta di singhiozzi, assestamenti, fuochi d’artificio.
«Homo sapiens è l’unica specie al mondo capace di cooperare in modo flessibile su larga scala”.
Ho letto questa frase qualche giorno fa in “Homo deus. Breve storia del futuro” di Yuval Noah Harari e credo di avere realizzato per la prima volta che il mio lavoro di curatrice facilitatrice ha a che fare esattamente con queste due parole così inscindibilmente legate alla natura dell’essere umano: cooperazione e flessibilità. La cooperazione è un processo. Facilitare significa agevolarla, aprire spazi di dialogo, incontro e confronto in cui ognuno può sentirsi parte di uno sguardo d’insieme, in cui l’individualità può emergere senza che venga meno l’intelligenza collettiva. La flessibilità è un esercizio a cui allenarsi, attraverso l’ascolto attivo dell’altro e del punto di vista diverso dal nostro, attraverso “l’esplorazione dei mondi possibili”, direbbe Marianella Sclavi.
Accompagnare un gruppo di 40 giovani under 30 in un confronto su 6 spettacoli significa mettere in campo queste due sapienze profondamente umane e provare a vedere cosa succede. Non significa creare armonia sempre e ad ogni costo: a Direction si discute anche animatamente, si alza la voce, ci si arrabbia a volte. Ma anche nel conflitto la parola chiave è sempre la stessa: partecipazione, quella orizzontale, autentica. Da quella possibilità di partecipare attivamente nascono la possibilità di fidarsi del gruppo e del processo, la possibilità di stare in ascolto di ciò che c’è, lasciando andare ciò che si pensa dovrebbe esserci, la possibilità di esercitarsi concretamente nell’attuazione di sistemi non gerarchici e profondamente democratici. Direction under 30 è proprio questo: un esercizio di democrazia»
Silvia Ferrari, facilitatrice e curatrice (Mooncult)
L’Italia può vantare Festival dedicati alle arti performative tra i più prestigiosi e ricchi di tutta Europa. Questi rappresentano la ricchezza feconda del nostro teatro, almeno finché non si stabilirà uno meccanismo distorto di reciproca cooptazione tra istituzioni stabili e luoghi per loro natura deputati all’azzardo. Festival come Direction U30 2024 poi non rappresentano soltanto un momento felice per la condivisione artistica, ma un esempio illustre di fruizione, elaborazione e riappropriazione della cultura che entra nel pensiero, negli occhi, nei ricordi in una sorta di grande opera collettiva.
Alla fine di tre intensi giorni di visione, con la bocca impastata dal vino e dalle chiacchiere, abbiamo fatto una scelta. La Giuria popolare ha votato, la Giuria critica ha votato. Stando in entrambi, posso dirvi che non è stato né leggero né immediato: di nuovo abbiamo attraversato la divergenza, la separazione, e di nuovo abbiamo cercato di ricucire un filo comune. È stato complesso perché quel giudizio non dice niente degli spettacoli: ed è questo il punto. Esautorare la Critica pur avendone fatto parte. Si è trattato di un giudizio co-creato, tessuto insieme a tante altre variabili, che hanno premiato un aspetto assolutamente momentaneo di quel progetto bellissimo che è l’individuo in scena.
Giovanni Onorato merita i palchi che sta calcando perché vibra di umanità; il giovanissimo trio Nanouk è stata la nostra scommessa sul futuro. Tutti gli altri hanno meritato il nostro rispetto, la nostra attenzione, le nostre lacrime e le nostre risate che pure non sono mancate, in quei tre giorni che tracciano soltanto un momento da attraversare insieme, augurandoci di rivedere altrove A.L.D.E., The Old Man, Le Baccanti – fare schifo con gloria, Memori, Mua’, Capelli – M. si desta un mattino da sogni inquieti. Ripensando insieme quella battuta, quella conclusione, quella domanda della spettatrice che magari ha ribalta un nodo di sviluppo della storia, quel dubbio d’autore, l’ennesima occasione di testare lo spettacolo nell’unico posto in cui ha senso farlo: in scena.

Giovanni Onorato e Mario Russo in A.L.D.E., © Lorenzo Benelli
Gualtieri è stato tutto questo: ha innanzitutto messo in scena, che è l’ambizione massima di chiunque faccia questo mestiere. Poi ha creato un ambiente di cultura democraticamente intesa, fatta di arricchimento spirituale e artistico, reciproco e orizzontale. Infine, ha dato ad alcuni di questi spettacoli tutto ciò che autori e performer possano desiderare: andare in scena ancora, ancora e ancora.
«A Gualtieri ho imparato che più del “cosa”, conta il “come”.
Ho frequentato Gualtieri per due anni. La prima volta con “Suck my Iperuranio”, ero reduce dalla finale di un bando abbastanza importante, in cui non ci era stato permesso di vedere l3 altr3 finalist3. La compagnia si era mossa a proprie spese, con tempi di montaggio e smontaggio piuttosto frenetici.
L’approccio a Gualtieri mi è sembrato da subito molto diverso. A parte l’alloggio, i viaggi e i pasti confermati, Andrea si è da subito premurato di dirmi che la presenza era importante sul totale dei tre giorni. Il punto non è il premio ma il contesto che si costruisce intorno al suo pretesto: mettere in dialogo una generazione di artist3 e favorire la crescita professionale e artistica di un intero microcosmo under30. La competizione affoga nell’incontro. Si parla, si beve, si gioca, si litiga. Ricordo ancora che decidemmo insieme con tutt3 l3 finalist3 che chi avrebbe vinto avrebbe dovuto usare 6 parole nel suo discorso di ringraziamento, ognuna scelta da una delle compagnie. Niccolò Matcovich si ritrovò a dire: “In questa grande cartina geografica che è il teatro oggi, noi siamo come un lombrico.”
Molta della produzione teatrale oggi non si muove su questi binari. All3 artist3 vengono chieste proposte di 5, 10, 20, 30 minuti su appuntamenti diversi e distribuiti lungo l’anno, durante i quali ovviamente non è possibile percepire alcuna forma di sostegno produttivo e quindi, implicitamente, si incoraggia la forma ambigua e chimerica del “lavoro non retribuito”. Il più delle volte i premi sono un modo per costruire un brand intorno a un artista o uno spettacolo piuttosto che sostenere un percorso. “A.L.D.E.”, l’acronimo che dà nome al mio progetto, ha tanti significati, fra questi “Ancora Luminoso Disegniamo l’Essere”. Penso che disegnare la realtà in maniera lugubre oggi sia molto semplice, così come farlo in maniera superficiale e rassicurante. Credo che il coraggio stia nel calarsi nelle ferite del nostro tempo e trovare in esse la luce per una catarsi collettiva. Pochi sono i luoghi in cui sopravvive la complessità del contemporaneo, fuori da ogni retorica. Il Teatro Sociale Gualtieri è uno di questi»
Giovanni Onorato, Vincitore del Premio della Giuria 2024 con A.L.D.E. non ho mai voluto essere qui
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