Perché è ancora necessario vedere Tutti insieme appassionatamente?
In apertura, un campo lungo: il verde degli alberi, montagne a perdita d’occhio, un cielo blu come quelli che ci si può solo immaginare. La musica cresce sempre di più e la ripresa a volo d’uccello si ferma sul volto sereno di Julie Andrews, che canta a effetto: «The hills are alive with the sound of music». È questa overture dalla struttura perfetta che introduce Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise, ancora efficace e iconico anche dopo 60 anni.

Il classico non muore mai, ma deve pur sempre nascere da qualcosa: forte, appunto, del successo a Broadway, il musical di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II riscuote cifre da record anche al cinema, grazie al cast d’eccezione, alle nomination e alle vittorie ai premi Oscar e, soprattutto, alla colonna sonora entrata giustamente nell’immaginario collettivo. Inoltre negli anni, le repliche in televisione e le varie reinterpretazioni dei brani più famosi (da John Coltrane ad Ariana Grande) ne hanno solo aumentato la popolarità. Ma allora perché è ancora necessario guardare questo film?
Certo, tutto ciò che ci ricollega alla memoria di The Sound of Music sono immagini sentimentali: stilisticamente stiamo parlando di un film perfetto, con una storia feel-good piena di allegria, speranza e amore, ma soprattutto di un musical con canzoni semplici e famigliari, forse neanche degno di un giudizio. La critica, infatti, non lo recepì molto bene al momento della sua uscita (famose sono le recensioni di Joan Didion e Pauline Kael). In effetti, la storia di una suora ribelle che riesce a conquistarsi l’amore di sette bambini e, soprattutto, del loro padre, un burbero ex ufficiale della marina, può sembrare artificiosa e sdolcinata. Tuttavia, oltre la superficie patinata del film, ancora oggi alcuni elementi continuano a brillare e far breccia nel cuore degli spettatori.

Siamo in Austria, innanzitutto, durante gli ultimi «golden days» degli anni ‘30: per lo spettatore (soprattutto quello europeo) questo può significare molte cose, ma il film non rende immediatamente evidente il contesto storico di riferimento. Rifacendosi anzi alla propria struttura broadwayana, dopo l’ouverture si ha la classica introduzione dei personaggi: la protagonista Maria è “una nube a mezz’aria che non si riesce ad acchiappare”, i bambini della famiglia Von Trapp sono impossibili da controllare, e il capitano Georg si comporta come un militare nei loro confronti fino a quando non capisce che è necessario aprire il suo cuore.
La colonna sonora, forse, è più protagonista dei personaggi stessi, le cui psicologie vengono approfondite proprio grazie alle parti musicali: la narrazione si interrompe per fare spazio alle canzoni, che non necessariamente mandano avanti la trama ma servono invece come intermezzi di riflessione per i personaggi — una lezione che, per esempio, non sempre viene applicata oggi: basti pensare a un caso come Emilia Pérez, nel quale il tentativo esasperato di mettere in musica ogni battuta rende il racconto gravoso e poco serio.

La prima parte del film vive di un’atmosfera “disneyana”, con ambientazioni bucoliche e momenti di positività estrema, specie quando il rigido capitano Von Trapp si unisce ai suoi figli nel cantare Edelweiss: Christopher Plummer splende non solo nel canto, ma anche in tutte le microespressioni che fanno piano piano cadere la sua maschera di fredda compostezza, dai sorrisi riservati ai figli agli sguardi pieni di desiderio nei confronti di Maria, nell’eleganza da principe azzurro che contraddistingue il suo personaggio.
Nella seconda metà (che segue una intermission e un entr’acte, come da tradizione broadwayana) si entra veramente nel vivo della storia, mostrando le prime crepe di un mondo apparentemente perfetto: se prima i riferimenti al nazismo e all’Anschluss erano solo accennati o vaghi, ora iniziano ad apparire le prime croci uncinate (tra cui quella della famosissima scena in cui il capitano Von Trapp strappa la bandiera nazista appesa sulla sua casa contro il suo volere) e i primi “heil, Hitler”. La musica assume quindi un ruolo ulteriore rispetto a quello di semplice colonna portante del genere musical: è infatti uno strumento per scappare dalla realtà della Storia, o addirittura una nuova forma di resistenza ante litteram, non così scontata per un film del 1965.

In questo Edelweiss funziona alla perfezione: se all’inizio sembra essere solo un’espressione della nostalgia per il paesaggio rurale e bucolico dell’Austria, al presentarsi della minaccia dell’invasore la canzone riporta un senso di appartenenza che diventa una vera e propria arma di resistenza — il paragone più vicino a noi può essere Bella ciao, ovviamente. Edelweiss nella sequenza del festival è “una canzone d’amore”, l’espressione più alta di orgoglio nazionale, ed è l’esempio primario dell’efficacia della colonna sonora e del suo grande impatto sul pubblico.
A questo è legato il concetto di «singalonghood», definito da Caryl Flinn: se fin dall’inizio le canzoni di The Sound of Music sono perfettamente a prova di karaoke, per la loro semplicità e per quanto spesso vengono ripetute e rielaborate nella pellicola, la critica definisce l’esibizione di Edelweiss come un’esibizione solista che in un primo momento obbliga lo spettatore a concentrarsi su Christopher Plummer, ma che rapidamente si trasforma in “sforzo collettivo” —«a sing along for a cause as well as for pleasure» che coinvolge rapidamente non solo tutti gli spettatori presenti, ma anche quelli che stanno guardando il film.
Ecco che quindi la colonna sonora diventa componente non solo diegetica ed extradiegetica, ma anche interattiva, nel momento in cui crea un momento di unione e di empatia tra personaggi e pubblico: è come se lo spettatore stesso facesse parte dei Von Trapp e sostenesse la loro presa di posizione cantando insieme a loro.

Perché quindi è ancora necessario vedere Tutti insieme appassionatamente? Si potrebbe dire perché essenzialmente non è mai invecchiato, perché le canzoni ti rimangono in testa anche dopo giorni e perché alla fine è divertente indossare un dirndl anche se non si è mai stati in Austria. Ma la verità, forse, è che vedere Christopher Plummer strappare una bandiera nazista smuove una corda del cuore nascosta in profondità. E mai come al giorno d’oggi è ancora necessario strappare bandiere naziste. Canta (che ti passa la paura).
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