Storia della mia famiglia – La felicità è un fantasma
Fausto (Eduardo Scarpetta) sta per morire. Non è colpa della sua età e nemmeno dei vizi sviluppati in adolescenza. L’unico colpevole è un tumore che ha preso possesso del suo corpo in poco più di due anni, privandogli il viso di ogni colore e costringendolo a usare un respiratore per ogni sforzo eccessivo. Sa che morirà perché glielo hanno detto i medici in una visita che ha provato a evitare fin quando non ha potuto più farlo. La consapevolezza, per quanto lacerante, gli ha permesso di arrivare al suo ultimo giorno di vita preparato.
Sta per lasciare due figli ancora piccoli, ma non saranno soli. Ha costruito per loro una nuova famiglia, che chiama simpaticamente “i Fantastici Quattro”: sua madre Lucia (Vanessa Scalera), suo fratello Valerio (Massimiliano Caiazzo) e i due amici di una vita Maria (Cristiana Dell’Anna) e Demetrio (Antonio Gargiulo). Il nome non è un riferimento all’universo Marvel, anche se a modo loro sono chiamati a essere dei supereroi, a riempire di nuova felicità la vita dei piccoli Libero (Leo Migliore) e Ercole (Tommaso Guidi).

Storia della mia famiglia, la serie firmata da Filippo Gravino e Elisa Dondi in arrivo su Netflix il 19 febbraio, potrebbe cadere facilmente nel pietismo. Il rischio pesa su ogni narrazione di una malattia e del suo decorso ed è difficile trasformare quella commiserazione in empatia e forza propulsiva. Nei sei episodi il tumore è una costante, ma non è mai il vero centro della narrazione. Fausto è un padre, un fratello, un figlio, un amico, prima di essere un malato. La sua memoria dopo la morte è tenuta in vita dalla sua eredità emotiva, da come ha influenzato le vite delle persone che lo circondano e come continuerà a farlo attraverso dei messaggi vocali da ascoltare nel momento del bisogno.
La morte rimane tuttavia il punto di partenza per la narrazione, la sua causa scatenante, e quindi la serie è costretta a tornare indietro nel tempo, un anno alla volta, per raccontare Fausto e i suoi rapporti interpersonali. I quattro episodi centrali della serie sono dedicati ciascuno a un membro diverso dei Fantastici Quattro, a come affronta questo improvviso vuoto e a tutto quello che avrebbe voluto dire ma non ha detto a Fausto. Una madre piena di rimorsi, un fratello con un futuro da costruire, due amici che resistono alla felicità. È una famiglia alternativa con una genesi parecchio brusca – una velocità indubbiamente dettata dalle circostanze della scomparsa di Fausto – che finisce per trasformarla più in un comodo pretesto narrativo che in un gruppo realmente coeso di individui. Quando si siedono allo stesso tavolo, è un evento più forzato per il pubblico che per gli stessi personaggi che accolgono facilmente quella nuova socialità.

Se l’identità umana di Fausto è protetta con cura da Storia della mia famiglia, altrettanto non può essere detto però per i Fantastici Quattro che, fatta eccezione di Lucia a cui la narrazione dona più attenzione, esistono quasi esclusivamente come satelliti orbitanti attorno a quel fantasma. Ci è dato conoscere solo alcuni frammenti della loro vita personale, che comunque esiste completamente dentro (in un’altra scelta di economia narrativa) dentro i confini del gruppo protagonista.
La sovrasemplificazione dei personaggi-ancillari, che vestono dei ruoli relativamente comuni nei drammi famigliari ed è di conseguenza facile immaginare gli sviluppi delle loro vicende, aiuta a rendere la presenza, seppur circoscritta di Fausto, completamente essenziale, anche perché unico personaggio a cui è permessa una vera e propria tridimensionalità. Storia della mia famiglia rende i veri fantasmi chi è rimasto sulla Terra, mentre concede una nuova vita a chi è salito in cielo. Il risultato, seppur con molte evidenti debolezze di scrittura, una malinconica, ma mai disfattista, analisi dell’assenza e dei modi in cui questa può essere colmata attraverso il ricordo.
Oltre ai Fantastici Quattro, la serie guarda anche al prototipo di famiglia tradizionale che Fausto stava cercando di costruire insieme a Sarah (Gaia Weiss): lei un’inglese in vacanza, lui un agente immobiliare distratto che le chiede un appuntamento due minuti dopo averla vista per la prima volta. È un colpo di fulmine da dove “sono iniziate le cose belle e le cose brutte”, una serie di scelte istintive che si sono abbattute come una valanga sulle loro vite. Sarah appare come un’interferenza in Storia della mia famiglia, un personaggio estraneo per lingua (non aiuta che i dialoghi in inglese siano estremamente semplicistici anche per permettere una facile comprensione anche senza sottotitoli) e per comportamenti. Quando si concentra su Sarah, la serie cade facilmente nel melodramma, venendo a mancare quella delicatezza e quella sensibilità che caratterizzano il resto del racconto. A lei non è concessa la stessa tolleranza che la storia ha per i difetti altrui e quindi è costretta a essere ostracizzata dalla narrazione.

Storia della mia famiglia è un racconto in divenire, una costruzione e una decostruzione continua della parola “famiglia” per provare a trovarle una definizione che possa funzionare per questo sgangherato clan. Non offre qualcosa di nuovo rispetto alle narrazioni della malattia che da sempre affollano la serialità e il cinema, tranne una sincera empatia verso il suo protagonista Fausto, interpretato da un sempre luminoso Eduardo Scarpetta. Tra melodramma e personaggi esili, la serie abbraccia talvolta un’effimera felicità che l’aiuta a evolversi in una creatura diversa, che sfugge alle logiche della famiglia tradizionale, ed è lì che trova tutta la sua potenza. È un peccato tuttavia che ciò avvenga solo nell’ultimo episodio che lascia aperto uno spiraglio per una possibile seconda stagione, che non sarebbe necessaria a concludere la storia ma piuttosto a sistemarne i bordi sfilacciati.
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