Avventurieri e donzelle coraggiose – Massimo Bonura e la questione di genere nella prima animazione
Il vasto campo dei Media Studies – complice il cruciale elemento della rappresentazione ad essi endemico – si è felicemente dimostrato un forte attrattore per l’indagine profonda delle questioni di genere. È così che i Gender Studies si sono presto affiancati allo studio di cinema, serie e audiovisivo in generale per andare a indagare come gli sguardi e gli immaginari possano costituirsi come organizzatori del “maschile” e del “femminile” attraverso forme mediali pericolosamente capillari, trasversali e, soprattutto, popolari. Per questo, ad esempio, l’idea dello sguardo organizzato dal grande schermo come sguardo endemicamente maschile (Laura Mulvey) fin da metà degli anni ’70 ha ridisegnato molti modi di leggere il cinema passato, presente e in divenire. Proprio in questo ricchissimo solco di studi si colloca Avventurieri e donzelle coraggiose, l’ultimo saggio di Massimo Bonura edito da Palermo University Press, che indaga le questioni di genere in un segmento sensibilissimo della storia del cinema d’animazione americano: gli anni dal 1900 al 1949.

È così che il testo di Bonura si presenta prezioso almeno per due motivi: diventa innanzitutto una guida alla navigazione nell’oscuro mare dell’animazione delle origini, spesso raccontata solo attraverso gli altisonanti nomi dei grandi studios e soprattutto – come tutto il cinema fino almeno all’avvento del sonoro – costellato da voragini e lapsus, poiché moltissimi dei titoli che ne hanno punteggiato la storia e l’evoluzione sono andati irrimediabilmente perduti. Con questo, il saggio di Bonura si propone di estrapolare da questa densissima storia un’evoluzione rappresentativa basata sull’attribuzione al maschile e al femminile di valorizzazioni narrative e sociali capaci di illuminare nuovi percorsi di analisi dei Gender Studies. È infatti (apparentemente) sorprendente scoprire come l’animazione fosse, fin dalle sue origini, parecchi passi avanti nelle dinamiche di rappresentazione, capace di anticipare forme discorsive a decenni di distanza dal loro consolidamento.

Per guidare il lettore nella comprensione delle ragioni profonde di queste dinamiche di rappresentazione e di innovazione, il pregio del lavoro di Bonura è quello di affiancare all’accurato resoconto storiografico – punteggiato dall’analisi di un corpus di titoli su cui poggiare il percorso – uno sguardo a come l’animazione dialogasse con l’intero mercato cinematografico hollywoodiano (eccezionale la lettura del divismo animato) e a come la spinta sperimentale tecnica e di linguaggio di una forma audiovisiva totalmente in potenza sapesse riflettersi con una grandissima volontà di libertà di contenuto.

Ad arricchire il testo di Bonura, che di per sé si mostra come un tessuto metodologico in continua sinergia, Avventurieri e donzelle coraggiose si pregia di una preziosissima appendice: in coda al saggio è infatti possibile leggere le interviste dell’autore a nomi cruciali del campo di studi sull’animazione. Bella Honess Rose, Paul Wells (anche sceneggiatore e regista), Luca Raffaelli, Cristina Formenti e Anna Fici diventano un mosaico di voci e testimonianze dirette che risuonano con il lavoro di Bonura, aprendo ulteriori vie di indagine attraverso le diverse metodologie afferenti agli studiosi con cui l’autore ha dialogato. Tutto ciò è preceduto da un’attenta bibliografia (già di per sé un pregio di lavori come questo) e, soprattutto, da una filmografia essenziale che è ben più di un elenco di titoli: in un saggio simile diventa un atlante, quasi la rotta di un percorso d’avventura e scoperta.

Dalla lettura di Avventurieri e donzelle coraggiose si esce con un’idea dei primi 50 anni di storia dell’animazione americana (alle soglie di Cenerentola, per capirci) che si fonda sulla consapevolezza che quell’angolo brillante della storia del cinema è stato – e continua ad essere – luogo della sperimentazione, dell’innovazione e delle spinte in avanti, soprattutto nei discorsi sulla rappresentazioni, di cui “maschile” e “femminile” sono pilastri incontrovertibili e sensibilissimi. Inoltre se ne esce con nel cuore il ritratto di alcuni personaggi – soprattutto femminili, va sottolineato – dalla forza espressiva e dal carisma ineguagliati, arrivando sinceramente a sperare che prima o poi le tanto fondamentali Alice Comedies possano approdare su Disney+ per restituire al grande pubblico quell’idea magica dell’animazione come luogo dell’infinitamente possibile.
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