Sentiero Film Factory 2024 – I vincitori raccontati dal Critic Lab
Si è conclusa domenica 15 settembre la prima edizione di Sentiero Critic Lab, laboratorio di formazione per giovani aspiranti critici cinematografici organizzato nell’ambito del Sentiero Film Factory – festival che ogni anno porta a Firenze il meglio del cortometraggio internazionale. Attraverso workshop intensivi, proiezioni e analisi collettive, i partecipanti si sono confrontati con il linguaggio critico del cinema, sviluppando recensioni e approfondimenti volti a creare un dialogo profondo tra visione cinematografica e scrittura critica.
Un’esperienza stimolante e altamente formativa, sia per i ragazzi che per gli organizzatori e i docenti, Olivia Fanfani e Alessandro Amato, convinti che questa sia la strada giusta per dare vita a quel connubio tra educazione all’immagine e sviluppo del pensiero critico di cui è stata più volte discussa l’urgenza.
In particolare, l’inclusione di ragazzi provenienti dal programma promosso dall’agenzia per il lavoro e la formazione Aforisma, ha superato ogni aspettativa. Sebbene il laboratorio fosse inizialmente pensato per giovani critici già vicini al settore giornalistico, la partecipazione di questi ragazzi non direttamente inseriti nel contesto professionale ha dato vita a un dialogo inaspettato e straordinariamente edificante. Il confronto continuo tra docenti e partecipanti ha superato di gran lunga le previsioni più ottimistiche, aprendo nuove prospettive sul futuro del laboratorio stesso.
Il risultato di questo dialogo è stato un corpus di recensioni che testimoniano una sensibilità acuta e raffinata, capace di esplorare con profondità le opere presentate in concorso. Un dialogo così edificante e ricco di stimoli da spingere gli organizzatori a istituire una menzione speciale, assegnata direttamente dai ragazzi, al cortometraggio a loro avviso capace di lasciare un segno indelebile nelle coscienze e nell’immaginario degli spettatori.

La menzione è stata assegnata a Turisti di Adriano Giotti, per essere “un crescendo di sensazioni disturbanti che squarcia i veli pulsionali più oscuri della coscienza umana e si fa metafora di denuncia di tutti i rapporti di potere, troppo spesso normalizzati nella società in cui viviamo.”
Questo momento di condivisione critica ha rappresentato il culmine di un confronto vibrante tra partecipanti e docenti, in cui l’opera cinematografica è stata scandagliata fino a rivelare le sue più articolate profondità, trasformando l’esperienza di visione in un atto di consapevolezza e denuncia. Un segno tangibile dell’incontro tra il cinema e lo sguardo critico giovane, capace di cogliere l’inquietudine nascosta dietro ogni immagine e di tradurla in parole con cui decifrare il mondo che ci circonda.
Birdmen è felice di essere partner dell’iniziativa e, dopo aver svolto una masterclass nel corso del Lab, ora ospita gli elaborati dei critici in erba del Sentiero Critic Lab. Buona lettura e alla prossima edizione!

Miglior Film – La voix des autres di Fatima Kaci
Il conflitto interiore di una giovane interprete è al centro di La Voix des Autres, diretto da Fatima Kaci. La protagonista è divisa tra l’obbligo di neutralità, mentre traduce per l’ufficio immigrazione, e il desiderio di aiutare richiedenti asilo che hanno vissuto guerre e traumi. La regista, con sensibilità, esplora non solo le barriere burocratiche e culturali, ma anche il conflitto etico della protagonista, costretta a scegliere tra il distacco professionale e l’empatia umana.
Questo cortometraggio offre uno sguardo intimo sulle sfide di chi lavora in un sistema disumanizzante. Non cerca lo spettacolare, ma rivela verità umane profonde. Kaci, con La Voix des Autres, legittima le esperienze degli immigrati e dà spazio alla voce degli altri.
Chiara Di Bella

Miglior regia – Cross my heart and hope to die di Sam Manacsa
Il telefono dell’impiegata filippina Mila squilla continuamente, uno sconosciuto tenta in tutti i modi di allontanarla dall’ufficio. Le chiamate fungono da possibile scappatoia dalla situazione in cui si ritrova la giovane, ma le speranze finiscono per infrangersi.
Cross my heart and hope to die diretto da Sam Manacsa, tratta lo sfruttamento lavorativo e l’asfissia che ne deriva.
La regia permette allo spettatore di assistere come osservatore nascosto, ogni inquadratura è statica e non avvicina emotivamente la storia, delimitando la messa in scena tra mura e soffitti opprimenti. Mai banale e sempre efficace, ogni cosa è calibrata perfettamente; il ritmo lento e un’impressionante fotografia rendono lo spazio asfittico dell’ufficio, il vero protagonista della storia.
Lorenzo Perini

Miglior fotografia – Two for the road di Lochlainn McKenna
Un particolare rapporto padre-figlio è al centro del corto d’esordio dell’irlandese Lochlainn Mckenna, Two For The Road, un road movie tra amarezza e promesse, dal tocco sottile e profondo. La suggestiva scelta della pellicola Kodak 16 mm ci trasporta dentro un ricordo anni ’90 in stile Heritage, valorizzando anche il patrimonio paesaggistico della regione del West Cork, con suggestioni musicali Indie Folk.
Una fotografia che riesce a penetrare silenziosamente all’interno di una famiglia, dove tutto sembra immutabile ma fragile, al tempo stesso, davanti alle scelte degli altri. L’impotenza infantile esaltata dai colori caldi della natura e degli ambienti, sfumati nel tradurre perfettamente un’atmosfera costruita tra le dipendenze del padre e la premurosità della madre.
Un film emozionante, che entra in forte intimità con lo spettatore rendendolo parte di un’immagine malinconica collettiva dell’infanzia.
Alice Molari

Miglior sceneggiatura – If you’re happy di Phoebe Arnstein
Un corto dalla scrittura raffinata che non ricade nella banalità, grazie a una sceneggiatura semplice ma impattante. If you’re happy, della regista britannica Phoebe Arnstein, segue le vicende di una madre che lotta contro la depressione post-parto. I pochi dialoghi pungenti e diretti trasmettono con efficacia le emozioni e gli stati d’animo della protagonista, trasmettendo angoscia e senso di imprigionamento in un mondo che non abita più da sola. Questo senso di smarrimento lo si avverte per tutto il film, soprattutto nello spiazzante climax finale.
Un’idea profonda e delicata che, nonostante un tono a tratti grottesco, viene affrontata in modo reale e rispettoso senza finire nella prevedibilità del dramma.
Lorenzo Monteverdi

Miglior interpretazione – ax aequo tra Erin Doherty per If you’re happy e Izabelle Tokava per Hafekasi
Erin Doherty per If you’re happy – La depressione post-parto è un tema che ancora oggi non viene sufficientemente sviscerato ma che riguarda uno dei capitoli più delicati della vita di una donna. Stringere finalmente dopo nove mesi il proprio figlio ma non riuscire per questo a provare gioia, è la sensazione più logorante che una madre possa provare.
Davanti a una superficialità di pensiero collettiva, che porta ad immaginare una neo-mamma come la più felice delle creature (“Sei appena diventata mamma, dovresti essere al settimo cielo!” le ripetono di continuo), Phoebe Arnstein dirige una magistrale Erin Doherty (The Crown, I miserabili) nell’interpretazione di una madre affranta dalla nascita della propria figlia. Una madre che arranca nel cercare di accudire una bambina la cui nascita le ha portato un forte senso di smarrimento. Grazie ad un’intensa performance attoriale e ad un copione crudo e mirato, il corto assume a tratti una sfumatura di inquietudine, facendo trasudare il senso di afflizione che logora non solo la protagonista, ma anche i restanti personaggi femminili (come lei, diventati madri da poco).
Sara Iembo

Izabelle Tokava per Hafekasi – Izabelle Tokava, è Mona, una preadolescente tongana immersa in un difficile percorso di crescita tra due culture. Hafekasi, diretto da Annelise Hickey racconta la vicenda con intensità penetrante, offrendo momenti di profonda introspezione.
Mona cerca di trovare un equilibrio tra le sue radici tongane e la sua educazione più occidentalizzata. Questo scontro tra due mondi viene rappresentato sullo schermo in modo garbato, attraverso momenti silenziosi e intimi che evidenziano la crescente consapevolezza di Mona riguardo alla sua identità culturale, anche se non riesce ancora a comprenderla pienamente.
L’interpretazione della giovane attrice è straordinariamente matura, tanto da conferire al personaggio una rara profondità emotiva. I suoi sguardi intensi e i gesti misurati esprimono con grazia le complesse sfumature del delicato passaggio dall’infanzia all’età adulta.
Anna Berti

Miglior montaggio – Gritty Eyes di Juraj Janiš
Mino, un ragazzo di quindici anni che vive da solo con la madre, cerca rifugio in una banda di delinquenti. Questi però lo gettano con violenza nel mondo adulto, costringendolo a commettere crimini e altre scorribande. A complicare ulteriormente la situazione arriva l’amore: Mino difatti si innamora di Mona, già fidanzata con il boss del gruppo.
Gritty Eyes di Juraj Janiš è un’opera pervasa dall’oscurità: la maggior parte delle scene sono ambientate di notte e ogni inquadratura è caratterizzata da colori spenti, quasi a sottolineare il senso di angoscia e prigionia che pesa sulle spalle del protagonista. Queste sensazioni sono accresciute da un montaggio serrato e da movimenti di macchina rapidi, presenti soprattutto nei momenti di maggiore tensione.

Miglior colonna sonora Luciano del Sette – DAGON di Paolo Gaudio
Tra le pagine del suo taccuino, un uomo, sull’orlo del suicidio, rivive un flusso onirico di visioni, simboli e ricordi che lo vedono perseguitato da un titano.
Ispirato all’omonimo racconto di H.P. Lovecraft, Dagon di Paolo Gaudio fa cadere lo spettatore in un piacevole incubo animato, che ripercorre i fatidici ultimi istanti di vita del suo sfortunato protagonista.
Il regista affronta tematiche spinose, profonde e universali, senza mancare di una genuina ironia. Aprendo una finestra su un universo parallelo, il cortometraggio affonda le sue radici nell’espressionismo tedesco, fino a tingersi dei colori di Mario Bava.
Le oscure atmosfere sonore sono sapientemente intessute da Lorenzo Tomio, che fonde assieme soluzioni stilistico-formali tradizionali ed elementi innovativi, timbriche di timpani e archi con sonorità elettroniche da brivido. In perfetta sinergia tra loro, suono e immagine permeano gli anfratti più reconditi del subconscio dello spettatore.
Francesco Ricciu

Miglior Film Sentiero Film School WeShort – La ballata di Francesco di Alfonso Core
Francesco si comporta in modo strano: tornato in Abruzzo dopo un periodo trascorso a Milano, invece di rientrare in casa si fa sorprendere da suo padre disteso sulla paglia, nella stalla delle pecore. Taciturno e immerso nei suoi pensieri, il ragazzo si dedica al lavoro mentre intorno a lui la campagna sembra immobile, uguale al giorno della sua partenza. È lui a sentirsi diverso, cambiato. Tornare a casa porta con sé insicurezze, rimpianti, e un senso di inadeguatezza che lo spinge a prendere una decisione terribile.
La ballata di Francesco, diretto da Alfonso Core, è un corto che tratta con delicatezza di una malattia troppo spesso sottovalutata, la depressione. La potenza di quest’opera sta nella sua capacità di affrontare un tema molto sensibile con efficacia e rispetto ed una narrazione che ci rivela poco a poco le sofferte scelte del protagonista.
Paola Barbieri
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