‘Hors du temps‘ nelle parole di Olivier Assayas | Biografilm 2024
Ieri sera, nel centro storico di Bologna, si è aperta la ventesima edizione del Biografilm Festival. Per l’occasione è stato proiettato in anteprima nazionale Hors du temps, film dai toni fortemente autobiografici che racconta la vita del regista e dei suoi familiari durante il lockdown del 2020. Il regista stesso, Olivier Assayas, era presente in sala e – esprimendosi in perfetto italiano – ha avuto modo di parlare lungamente sulla genesi del film.
Assayas ha spiegato di aver realizzato Hors du temps perché ha avuto l’impressione di vivere in un «momento storico», uno di quelli che verrà ricordato nei libri di Storia. «Non ne ho vissuti molti… ci sono stati i movimenti del ’68… l’11 settembre, e poi la pandemia, e la domanda era semplice: questa volta sono capace di fare qualcosa rispetto all’evento storico che ci è accaduto? Isolato nella mia casa di campagna, ho vissuto qualcosa di più grande di noi, e forse il cinema mi offriva l’opportunità di esplorare e comprendere queste emozioni».

Raccontare la pandemia
Il regista ha descritto Hors du temps come il suo tentativo di raccontare la quotidianità di chi è stato costretto a restare a casa durante il primo lockdown. Il film si presenta dunque come un documento, una vera e propria testimonianza a beneficio delle generazioni a venire: «[girando il film] avevo l’impressione di fare un lavoro storico, di documentare e dare al futuro l’immagine di cosa succede in una casa vicino a Parigi durante il lockdown».
Assays ha cercato di mettere in scena il suo isolamento con un estremo realismo. Tutto ciò che accade ai personaggi, ha tenuto a sottolineare, è basato su esperienze reali che ha vissuto durante la pandemia. I protagonisti, Etienne (interpretato da Vincent Macaigne) e Paul (Micha Lescot), sono infatti gli alter ego di Assayas stesso e di suo fratello Micha. Allo stesso modo, Nine d’Urso e Nora Hamzawi interpretano le loro rispettive compagne. La stessa casa in cui si svolgono le vicende del film è la vera casa d’infanzia del regista, ricca di ricordi dei suoi genitori defunti, dove i quattro hanno effettivamente trascorso il lockdown.

Fuori dal tempo
Questa testimonianza di Assayas si concretizza in un film di un’ora e quarantacinque minuti in cui, più che raccontare una storia nel senso tradizionale del termine, si inanellano scene di vita quotidiana che si susseguono senza alcuna tensione drammatica. Spesso sono scene apparentemente insignificanti, come quella in cui i protagonisti bruciano del cibo, o come quelle in cui discutono di pittura e di letteratura. Dietro queste piccole vignette di vita domestica, però, Assayas riflette e fa riflettere sul modo in cui il COVID-19 ci ha costretto a confrontarci con noi stessi e con gli altri, anche e soprattutto con chi pensavamo di conoscere bene, come i nostri familiari.
In particolare, il film esplora il difficoltoso rapporto tra i fratelli Etienne e Paul. Nonostante l’affetto reciproco, le loro incompatibilità e le loro diverse visioni del mondo emergono non appena si trovano confinati in uno spazio limitato, “fuori dal tempo”. I due si scoprono diversissimi: Paul, appena divorziato, vorrebbe ignorare le restrizioni per vivere finalmente come desidera, mentre Etienne, attento alle norme igieniche, vede nel COVID-19 un evento positivo, un’opportunità per vivere in un contesto ameno e riconnettersi ai ricordi della sua infanzia, affrontando i fantasmi degli amati – ma scomparsi – genitori.

Le domande al regista
Proprio in relazione alla ricerca del tempo perduto da parte di Etienne – che è la ricerca speculare del regista Oliver Assayas – si è avuto il momento più intenso dell’intera serata. Qualcuno del pubblico ha
chiesto ad Assayas se tornare ancora una volta nella sua casa d’infanzia per realizzare il film l’avesse finalmente aiutato a superare il lutto per la scomparsa dei suoi genitori. Il regista ha risposto con franchezza: «No. I fantasmi restano fantasmi, e l’assenza dei tuoi genitori non guarisce mai. Penso ancora ai miei genitori ogni giorno. Non credo che l’arte abbia un valore catartico, non guarisci con queste cose. In un certo modo è l’inverso, è come se avessi una ferita ancora aperta, e ripercorrere questi eventi ti fa più male. Per me il film non ha avuto alcuna funzione terapeutica».

L’unica domanda a cui Assayas non ha saputo rispondere è se sia stato troppo presto dirigere un film sul COVID, considerando che la fine dell’emergenza mondiale risale appena ad un anno fa. Vogliamo intercedere in suo favore e specificare che a nostro avviso un film del genere, concepito come una sorta di documentario osservativo sulla vita durante la pandemia, ha senso di esistere proprio ora, quando i ricordi di chi l’ha vissuta sono ancora vivi e i luoghi in cui è stata vissuta ancora intatti.
Piuttosto, pensiamo che sia ancora troppo presto per esprimere un giudizio sul film. In un mondo ancora immerso negli effetti del Covid, giudicare Hors du temps – e tutti i racconti cinematografici sulla pandemia – equivale a giudicare un libro mentre lo stiamo ancora scrivendo. Siamo tutti ancora troppo coinvolti emotivamente per avere una prospettiva chiara: sarà necessario che passi prima altro tempo per trovare il giusto distacco critico e valutare così la portata e la qualità di queste testimonianze cinematografiche sull’evento.
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