Rosalie – Gentilezza e forza contro il pregiudizio
«Devi vivere la tua vita di donna» sentenzia il padre di Rosalie una volta accertatosi che Abel sia stato di parola e abbia sposato la figlia, e Rosalie, dopo qualche legittima titubanza decide di viverla, la propria vita, ma alla sua maniera. A testa alta. Dopo Io danzerò, Stéphanie Di Giusto torna al cinema con la storia di un’altra donna che non si lascia fermare dalle convenzioni e dal bigottismo della società in cui vive: Rosalie, presentato al Festival di Cannes del 2023 nella sezione Un Certain Regard è un potente film in costume che guarda alla contemporaneità.
Nella Francia rurale del 1870, la giovane Rosalie (Nadia Tereszkiewicz) viene data in sposa all’invalido veterano di guerra Abel (Benoit Magimel), molto più interessato alla dote necessaria per salvare il suo caffè dal fallimento che al matrimonio. Rosalie accetta la sua condizione nella speranza di poter essere amata, nonostante la diversità che la affligge e che la famiglia d’origine l’ha obbligata a nascondere meticolosamente.

Rosalie è affetta da irsutismo, uno squilibrio ormonale che provoca un’eccessiva crescita di peli sulla quasi totalità del corpo, uno stigma sociale che la condannerebbe all’emarginazione se scoperto. Rifiutata dal marito, la giovane donna non si perde d’animo, inizia la sua battaglia per l’accettazione che passa in primo luogo dal mostrarsi: la sua singolarità potrà servire a dare nuova vita al caffè del marito, riempiendolo in un primo momento di curiosi e in seguito, almeno questo la ragazza si augura, di fedeli clienti che possano apprezzare la sua gentilezza e la sua intelligenza. Se il cinema ci ha abituato alla messa in scena di freaks che vivono passivi la loro realtà di emarginati costretti a vivere fittizi sogni di gloria come fenomeni da baraccone, con la donna barbuta di Stéphanie di Giusto cambia il punto di vista: Rosalie è una donna pensante, colta, intelligente e divertente che non si lascia facilmente etichettare da chi incontra sulla sua strada. Cerca piuttosto di addomesticare lo sguardo altrui e di indurlo alla comprensione, all’innamoramento, all’interesse per la sua barba che la rende ugualmente bella e interessante.

Addirittura osa, va oltre i limiti imposti ad ogni creatura di sesso femminile, provando a fare del suo corpo un manifesto di libertà e progresso, tanto da inimicarsi chiunque le si avvicini. L’oscenità di Rosalie va dunque oltre la barba, tocca la morale, lesa da scatti che una Francia cattolica, povera nello sguardo e nel cuore non interpreta come segni di indipendenza ma come volgare mercificazione: da fenomeno da baraccone a donna di facili costumi, la condanna sociale diventa sempre più aspra e implacabile, capace di annullare ogni autentico ideale e ricerca di meritata felicità. Siamo agli antipodi della donna scimmia di Annie Girardot nel film di Marco Ferreri, vittima dei piani di un marito corrotto e avido; qui Abel evita Rosalie pur lasciandola agire, è risentito per l’imbroglio e poi intimorito da ciò che le convenzioni definiscono inaccettabile, eppure nel suo mutismo, nei suoi sguardi glaciali, nel suo ruvido e silenzioso soffrire fisico avviene la più importante delle metamorfosi, quella di un cuore che si apre ai valori umani e alla comprensione dell’altro, dei suoi punti di forza e di debolezza. Abel, che conosce la vergogna, lascia maturare in sé la voglia di regalare la normalità a una donna che non chiede altro a patto che non ci debbano più essere maschere e nascondigli.

Rosalie, attraverso la grazia di una macchina da presa attenta e mai invadente, seppur vibrante, accoglie il candore e la purezza della luce diurna in continuo contrasto con la freddezza del buio notturno, in un gioco continuo tra esterno e interno, realtà e metafora di immagini garbate come il cuore della protagonista e violente come l’ottusità del mondo che la giudica e osteggia. Nadia Tereszkiewicz, che ha recentemente accompagnato il film in una serie di anteprime nelle sale italiane, riporta l’attenzione sul valore che la vicenda di Rosalie può avere ai giorni nostri, nell’era dei social in cui ogni imperfezione o diversità resta costantemente sotto ai riflettori, il suo accogliere il personaggio ha significato accettare la barba e sentirla parte di sé, esattamente come il non avere alcun confronto con Magimel prima di girare una scena, cosicché fosse il Metodo a generare una recitazione il più vera e autentica possibile.

Un mondo senza pregiudizi è impossibile, ciò che al contrario l’opera di Di Giusto suggerisce è quanto sia importante comprendere e lottare per la propria libertà e per quella altrui, senza mai abbassare lo sguardo, allontanarsi o giungere a conclusioni troppo affrettate. L’elemento di rottura in un film come Rosalie sta nella misura, nel non esasperare, ma nel creare situazioni che da piccole crescono fino a concentrare su se stesse – sui primi piani – tutte quelle emozioni convogliate e taciute, provate e non condivise: se la malizia sta negli occhi di chi guarda, in essi trova posto anche la saggezza dell’interpretazione, della compassione e della fiducia, e lo spettatore finisce con l’amare perdutamente l’eroina della pellicola per il suo coraggio, la sua umanità e il suo bisogno di dare e ricevere amore.
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