Quel che resta del giardino dei ciliegi secondo Alessandro Serra

Alessandro Serra porta in scena Il giardino dei ciliegi sollevando interrogativi perfettamente calzanti per la stagione di Triennale Teatro Milano che si ripromette di «ritornare al passato per orientarsi nel presente» proponendo «classici senza tempo rivisitati da uno sguardo nuovo e spettacoli contemporanei divenuti ormai classici».

È possibile ridare vita a un capolavoro senza alterarne in alcun modo l’autenticità? Il recupero filologico di un testo è il presupposto che ci permette di rendere l’essenza di un grande classico? Alessandro Serra, dopo il successo di Macbettu (qui la nostra recensione), torna a confrontarsi con un testo celebre che racconta di un momento di crisi e lo fa con il proprio stile inconfondibile: ripartendo dalla traduzione dell’opera di Čechov e adottando una drammaturgia visiva che fissa il racconto in immagini nitide e incantevoli.

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Come di consueto Alessandro Serra – che si definisce “artigiano della scena” – cura ogni aspetto dell’allestimento: dalla regia ai costumi, dalle musiche alle luci, dal testo alle fotografie di scena. Il risultato è uno spettacolo esteticamente molto riuscito, cadenzato da un ritmo perfetto dei movimenti e reso fruibile dalla nuova traduzione del testo che evita aulicismi e arcaismi cercando di restare fedele alla semplicità immediata della lingua di Čechov.

La grande casa del giardino dei ciliegi è animata dalla commozione di chi vi ritorna dopo tanto tempo, dalle cure instancabili di chi vive lì da sempre, dalla frenesia di chi è disposto a tutto pur di salvarla dai creditori. Il dramma del cambiamento inarrestabile, dello scompiglio che inevitabilmente accompagna la crescita e l’invecchiamento è evocato da giochi infantili – solo apparentemente spensierati – che colorano la scena in maniera inaspettata. Le risate suscitate dalle corse e dagli agguati degli adulti  che giocano a nascondino, acchiapparella e sardina vorrebbero ricreare un’atmosfera sospesa fuori dal tempo e dallo spazio: come quando si è bambini ed essere scovati prima ti poter urlare “Tana!” equivale alla morte e vincere una sfida qualsiasi è motivo di gioia incontenibile. Eppure, in questo caso, a giocare sono “i grandi” con tutta la malinconia e la tristezza che comporta questa consapevolezza. I movimenti sono studiati, le corse composte, le risate moderate. Tutto è pulito,  candido, immacolato.

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Čechov concepì Il giardino dei ciliegi come una farsa in cui raccontare con disincantata ironia il mondo che cambia vorticosamente senza lasciare spazio a chi non sa adattarsi. Secondo la tradizione il celebre drammaturgo non apprezzò affatto l’allestimento realizzato da Stanislavskij che proponeva un’impostazione tragica della narrazione. Alessandro Serra è ben consapevole della natura volutamente farsesca dell’opera e cerca di mantenerla intatta attraverso un recupero quasi integrale del testo (ripristinando la fine del secondo atto tagliata già da Stanislavskij) e rivendicando una resa filologica persino della pause.

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Eppure la magia de Il giardino dei ciliegi è terribilmente lontana da questi splendidi quadri poetici che si alternano sulla scena. Con un elaborato concerto di immagini, suoni, movimenti e colori perfettamente equilibrati si cerca vanamente di rendere il tumulto della crisi, lo strazio dell’abbattimento della foresta dei ciliegi (eliminati perché inutili, per quanto belli), la difficoltà di molte decisioni controverse giudicate semplicemente superficiali.

Nonostante la scelta di una drammaturgia visiva risulti poco efficace data la natura ambivalente dell’opera, alcuni interpreti donano grande spessore e intensità alla vicenda e permettono al pubblico di intuire per qualche istante l’autentico profumo dei ciliegi. Su tutti svettano Leonardo Capuano – che incarna perfettamente l’ambivalenza combattuta di Lopachin – e Valentina Sperlì che emoziona nei panni di Ljuba quando rimprovera il giovane Trofimov per la sua concezione idealizzata dell’amore «Dite di essere un puro, ma siete solo un puritano!». E forse lo stesso rimprovero potrebbe essere rivolto al regista che cerca di incantare il pubblico con un gioco vorticoso, ma troppo elaborato e asettico per toccare davvero.

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Quel che resta del giardino dei ciliegi in fondo è questo: il vecchio servo Firs che attraversa la scena traballante con un vassoio di bicchieri che tintinnano a causa dei suoi tremori. Colui che maggiorente si si è indignato per i cambiamenti sociali sconvolgenti avvenuti, colui che più di tutti ha bisogno della casa del giardino dei ciliegi perché è solo un povero servitore e non ha altro posto dove andare né vuole andarsene. Il personaggio in assoluto più devono a questa storia, l’unico che viene dimenticato e abbandonato nel finale e perciò sospira «La vita è passata e io è come se non l’avessi vissuta». Il giardino dei ciliegi di Alessandro Serra è questo: una storia incantevole di cui non siamo resi davvero partecipi.

 

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