In the Name of Your Daughter – La recensione | Gender Bender 2019

In occasione di Gender Bender – festival interdisciplinare che affronta le tematiche della rappresentazione del corpo, dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale – è stato proiettato a Bologna In the name of your daughter (2018), documentario diretto da Giselle Portenier. In occasione della proiezione era presente anche Maria Chiara Risoldi, presidentessa della “Casa delle Donne per non subire violenza“, una ONLUS bolognese che si occupa di aiutare le donne nel superare situazioni di abuso.

Il documentario, difatti, affronta una situazione analoga.

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Rosie, Neema, Flora, Jenifer. Sono solo alcune delle numerose bambine protagoniste della storia che racconta In the name of your daughter.

In Tanzania la mutilazione genitale femminile è illegale. Ma durante la “stagione del taglio”, durante le vacanze scolastiche di dicembre, molte ragazze rischiano di subirla. La tradizione – ancora ben radicata in alcune tribù – viene considerata un rito di passaggio, compiuto al fine di rendere le bambine adatte a diventare mogli, donne non promiscue, conferendo loro anche un “valore di scambio” (una bambina mutilata assicurerà più capi di bestiame da parte del futuro marito). Spesso a volerlo – o comunque a consentirlo – sono anche le donne della famiglia. La questione è spinosa e complicata, e viene da chiedersi il perché di questo fenomeno (per chi volesse approfondire l’argomento, si rimanda alle interessanti pagine del sociologo Pierre Bourdieu sul concetto di violenza simbolica, secondo cui i dominati riconoscono una necessità universale nella riproduzione del dominio del patriarcato).

Il miglior modo per sradicare questa pratica orribile e pericolosa è rendere consapevoli le bambine (e i bambini) di che cosa comporti la mutilazione genitale femminile, perché sia sbagliata sotto molteplici punti di vista, e dare loro una via di fuga. Di questo si occupa Rhobi Samwelly, offrendo ospitalità presso la Safe House alle bambine in pericolo. In un primo momento è necessario allontanare le bambine dalle famiglie, per poi tentare una riconciliazione, a patto che la famiglia comprenda e accetti di non sottoporre la bambina all’infibulazione.

Il documentario segue proprio lo svolgersi di questo processo di consapevolezza: la storia viene raccontata soprattutto tramite la voce delle bambine coinvolte. Una voce corale a pieni polmoni, fatta di tante singole “piccole” voci, ognuna con i propri sogni. I primi piani del documentario sono pregni di significato, e raccontano una storia di grande coraggio che veicola un messaggio di forza e vitalità nelle nuove generazioni.

Il tono del film si colloca al crocevia tra dolore e tenerezza. Dolore delle bambine, che temono il ritorno a casa, o che lo desiderano ma non lo ritengono possibile; e delle famiglie, che si vedono allontanare le proprie figlie. Tenerezza negli sguardi sognanti delle bambine, che immaginano per loro un futuro migliore, e sperano, e cantano, e sorridono.

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