Ancora un giorno: storia di guerra e di vita

Angola, 1975. Con la fine della dominazione coloniale da parte del Portogallo, scoppia una sanguinosa guerra civile in cui due fazioni combattono per acquisire il controllo del Paese. Intanto è in atto la Guerra Fredda e anche le fazioni angolane, influenzate da ideologie antitetiche, rispecchiano la contrapposizione tra le potenze americane e sovietiche. L’Angola è in uno stato di confusão: espressione portoghese che rende bene l’idea di anarchia, abbandono e confusione in cui si trovano il Paese e i suoi abitanti. Il montaggio rapido si alterna a immagini animate, riprese di repertorio dell’epoca e documentarie, rendendo tangibile l’idea della situazione angolana. È un inizio in medias res quello del film Ancora un giorno (Another Day of Life, 2018), di Raúl de la Fuente e Damian Nenow, tratto dall’omonimo libro-reportage del giornalista polacco Ryszard Kapuściński.

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Il viaggio di Kapuściński e Artur Queiroz

Kapuściński nel 1975 si trova a Luanda, in Angola, e non si limita a seguire gli sviluppi dei combattimenti per un’agenzia di stampa di Varsavia, ma indaga e analizza in prima persona la situazione, stando a contatto con abitanti e combattenti del Paese africano. Il giornalista polacco, testimone di molte guerre contemporanee, ha come obiettivo la ricerca della verità, essendo disposto a tutto per arrivare fino al fronte meridionale, principale scenario della guerra, dove il combattimento è aperto. Il viaggio verso sud si rivela difficoltoso, ma Kapuściński riesce sempre a trovare il modo per proseguire grazie all’aiuto di compagni di viaggio: il collega Artur Queiroz, il giornalista angolano Luis Alberto, e Carlota, giovane e determinata guerrigliera, disposta a sacrificare la vita per il suo Paese. Kapuściński affronta scontri a fuoco e attacchi, e infine riesce a raggiungere il comandante Farrusco agli avamposti sud. Qui, il reporter percepisce di essere arrivato al limite delle linee di combattimento e della sua vita, ed è lo stesso Farrusco che gli ricorda la fortuna di essere ancora vivo e di avere ancora un giorno di vita. Kapuściński fa ritorno a Luanda con uno scoop che potrebbe cambiare non solo la sua vita ma anche il destino della guerra in Angola e della stessa Guerra Fredda. Il giornalista deciderà però di mettere al primo posto le persone più deboli e bisognose, ovvero il popolo angolano: «Mi identifico con chi viene umiliato e offeso (…) la povertà non ha voce, il mio dovere è far sì che la sua voce venga sentita».

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Kapuściński e Luis Alberto

De la Fuente e Nenow raccontano una vicenda non solo storica ma anche umana: il punto di vista e i ricordi di Ryszard Kapuściński, scomparso nel 2007, vengono resi tramite l’animazione, con il recupero della tecnica del rotoscopio, rinnovata attraverso l’intervento della computer grafica. I disegni mostrano l’interiorità e l’inconscio del giornalista: i sogni e immagini animate intervengono amalgamandosi a una realtà cruda e dolorosa, lasciando il posto alle sensazioni più intime e irrazionali. Se da una parte i registi decidono di servirsi di una dimensione intimista e astratta, dall’altra il film risulta saldamente ancorato alla realtà. Il montaggio intermediale rende così  lo spettatore consapevole di ciò che sta guardando, creando un collegamento tra immagini del mondo possibile del Cinema e immagini della realtà mediate dalla macchina da presa. L’unione di fonti e materiali eterogenei, che può risultare difficile da gestire, è invece armonica: lo spettatore riesce a seguire la narrazione, in alcuni punti rapida e serrata, ed è in grado di autenticare le immagini, analizzarle e dare loro significato. La figura in animazione di Artur Queiroz si trasforma nello stesso Artur in carne e ossa, ripreso nel presente mentre mostra i luoghi del suo viaggio con il collega polacco; l’animazione di Carlota lascia il posto al suo volto sorridente e pieno di speranza, fotografato allora da Kapuściński. I personaggi del racconto del reporter riprendono vita, mostrando le proprie paure, sogni e sensazioni che li rendono più umani. Kapuściński voleva dimostrare come una guerra possa portare alla distruzione di un Paese e dei suoi abitanti, ricordando che sono innanzitutto distrutte le vite di uomini come noi, allora come oggi.

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Kapuściński e Carlota

Ancora un giorno non racconta solo la drammatica vicenda della guerra in Angola, ma anche la storia di Kapuściński, devoto al proprio lavoro di giornalista, con l’obiettivo di dar voce alla verità dei più poveri e indifesi, anche a discapito della propria vita. Partendo proprio dal mestiere di reporter, il film invita a riflettere su come i media raccontino gli eventi, rendendo le figure di Kapuściński e dei suoi compagni attuale e viva, rispettando la volontà che Carlota aveva espresso al giornalista: «Fai in modo che non ci dimentichino».

 

 

 

 

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