Pasticceria e pedagogia in “Le retour du train”

Le retour du train, di Sara Grimaldi, è un film che si gusta col palato, assaporando ogni piccola scelta artistica ed estetica che ha contribuito a confezionare una storia semplice e dolce come un cioccolatino. I 25 scorrevolissimi minuti del film ci regalano un villaggio francese durante gli anni ’60 imprigionato in una bolla di sogni, finzioni e aspettative. La notizia del presunto ritorno di un treno in città è motivo di gioia per un piccolo paesino isolato e che punta tutto quindi sul ritorno dei lavoratori, dei pendolari e dei turisti. Se questo ritorno si avveri o meno (e in che modo) è secondario. Ciò che conta è la declinazione del villaggio nelle sue molteplici personalità, ognuna con un proprio ruolo, ritmo e colore (impossibile credere che la scelta dei costumi sia casuale). Per i francesi quello dei villaggi è un topos narrativo ricorrente e pure un po’ inflazionato (mi viene in mente Asterix ma è solo la punta dell’iceberg), eppure la psicologia che la (italianissima) Grimaldi ha scolpito su ogni personaggio si incastra perfettamente nella quotidianità dei piccoli gesti e nelle maschere, quasi da commedia dell’arte, che i cittadini indossano senza quasi rendersene conto. In tutto questo, solo il personaggio di Sophie (Lisa Cipriani), con la sua naturalezza, solarità e pure un po’ di ingenuità, emerge dalle piatte speranze dei suoi compaesani per essere lei stessa una speranza. Si assiste in questo modo a un continuo gioco di rimbalzi e passaggi tra disillusi e speranzosi dove a vincere sono i più testardi (di entrambi gli schieramenti).


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L’articolo è stato pubblicato il 22 dicembre 2017 sul sito http://inchiostro.unipv.it/

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