Abituarsi a sparire – The Key di Paul Sportiello | Torino Underground Cinefest 2026
Esseri umani nascosti in piena vista camminano per le strade, fianco a fianco agli indaffarati e ai distratti. Invisibili, ordinari, ma connaturati a un mosaico sociale vario e necessario, immanenti eppure trascurati come l’acqua per i pesci. Così vivono i protagonisti di The Key di Paul Sportiello (2025), vincitore del concorso lungometraggi al Torino Underground Cinefest 2026.
Da perfetti estranei, tre uomini stringono un’improbabile e quasi involontaria alleanza, riconoscendosi complici in quella condanna all’esclusione che sentono di subire da sempre. Si tratta di Alain (Alain Guillot), con un’ossessione per il presunto elitarismo derivante dalla bianchezza dei denti, Bruno (Bruno Clairefond), strenuo lavoratore rassegnato a una silenziosa abnegazione, e Z (Sylka) senzatetto e chiave di volta di una tentata inversione di rotta nell’esistenza degli altri due.
Esiste un principio aristotelico secondo il quale siamo ciò che ripetutamente compiamo e, con una lecita estensione, restiamo impantanati in quel che ci viene più volte inflitto e che, dunque, finiamo per credere di meritare. Z, novello San Pietro, ha raccolto le chiavi di numerosi appartamenti parigini e ha trasformato l’agonia del peregrinare ombratile per la città nel prodigio di visitare le case altrui di soppiatto, passando inosservato. All’uscio di un cancello, mentre Bruno e Alain non sono che corpi diafani appena visibili riflessi nelle vetrine, quasi fosse loro negata anche l’organicità della materia, Z li invita con un gesto della mano a seguirlo nell’epopea di furtarelli discreti e senza effrazioni.

I due non subito comprendono l’etica dell’ospite rispettoso che il ligio Z è solito osservare – nessuna perversione voyeuristica, l’abitudine a sottrarre il minimo indispensabile alla sopravvivenza e un’intransigente condotta non violenta. I neofiti del misfatto si punzecchiano, spadroneggiano con imponenza nella messa in quadro, Z non è che il loro controcampo remissivo. Finché, nella silenziosa consumazione di un pasto in una cucina altrui, seguita da un disciplinato riassetto della tavola, un’inquadratura accoglie gli outsider in un trittico che ne ritrae la neonata complicità.
Il loro reciproco riconoscimento passa infatti innanzitutto attraverso la prossimità fisica: la loro avventura inizia con una brutale catena di avvinghiamenti al collo, prosegue con il contatto scomodo dei loro corpi, imposto da un nascondiglio di fortuna sotto un letto, e con il tenero e scanzonato rituale condiviso del lavaggio sotto la doccia. È forse nel tatto, laddove lo sguardo li estromette, che si attesta il loro essere vivi e disperati nel mondo: uno schiaffo, uno schianto sull’asfalto, l’impatto con un’auto in corsa. E la macchina da presa, intanto, con la nettezza essenziale del bianco e nero, concede loro il tempo e lo spazio da sempre preclusi. Sportiello, alla sua opera d’esordio, si muove al loro passo e si accorda al loro respiro; parla la lingua di una solitudine intima, ma si fa, al contempo, radicale testimonianza sociale, senza inebetire lo spettatore con facili proclami anticapitalisti, ma abbracciando i toni stralunati della commedia. La magia di un’alleanza equilibristica non manca di sfaldarsi e incontrare le proprie derive: la necessità di essere visti si tramuta in una folle richiesta di essere amati anche quando ospiti incomodi e la contraffazione della propria identità, con in mano uno smartphone a misura di individualità egocentrica, perpetua inganni e sofferenze. Ma nell’incontro fatale del trio, cuore di un buddy movie urbano ed esistenziale, in cui risuonano ora la poetica della presenza estranea e silenziosa di Ferro 3 – La casa vuota (Kim Ki-duk, 2004), ora lo humor e la solidarietà tra gli ultimi di Miracolo a Le Havre (Aki Kaurismäki, 2011), si accende una miccia che genera un fuoco inestinguibile.

In totale aderenza alla missione del Torino Underground Cinefest, che, alla sua 13ª edizione, rincorre quel che resta sottotraccia e sposa l’indipendente e l’inatteso, che difficilmente trovano spazio nei circuiti convenzionali, The Key disvela il mormorio di un’umanità carsica e ne alza il volume. E mentre, nel ventre sotterraneo della città, nel tunnel metropolitano che li ingloba e ne rappresenta la collocazione nell’infimo livello della società, si giocano underground le partite cruciali del loro rapporto, i tre uomini fanno progressivamente più rumore. I loro sussurri per le scale diventano canti sguaiati o voci stentoree, il loro passo felpato una danza sfrontata. Nessun intimidito «Guimard Alain», ma solo un inedito «Signor Guimard». Come inedito è il desiderio di mordere la vita, che si sostituisce alla rassegnazione di restare cronicamente inascoltati. Solo allora i loro volti sono finalmente specchiati con nitidezza, rifranti e persino moltiplicati: sono le facce di uomini nuovi, solleticati da inesplorate possibilità sino al delirio titanico e alle conseguenti collisioni fatali. Come canta Giorgio Canali: «Ma guarda come sono magnifico / Ora mentre precipito».
Ma è proprio nella collisione che si compie il loro definitivo riscatto esistenziale. Nello scontro con la materia, nell’irrimediabilità di un effetto che segue la causa, Alain, Bruno e Z constatano sulla propria pelle che le loro azioni hanno una conseguenza tangibile sulla realtà. All’alba degli anni ’30, Vladimir Nabokov pubblica L’occhio, un romanzo breve nel quale il protagonista, dopo la morte, cerca di ritrovare la propria identità attraverso gli occhi del mondo. Per Sportiello lo sguardo non basta. Dove l’invisibilità sociale priva gli uomini di ogni consistenza, l’urto violento con la realtà o la possibilità di scoprirsi capaci di provocare scompiglio o paura diventano il solo modo per strapparsi all’oblio: per imprimere un solco nel cemento e rivendicare, finalmente, la propria presenza nel mondo.
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