Hokum è una sfida all’oscurità e all’orrore celato nei propri traumi
Uno scrittore solo, altezzoso e, soprattutto, tormentato. Un viaggio in Irlanda per spargere le ceneri dei propri genitori. Un hotel infestato da una strega, rinchiusa, secondo il proprietario dello stesso hotel, nella stessa stanza in cui i genitori del protagonista hanno consumato la propria luna di miele decenni prima…

Basterebbero tutti questi elementi a far pensare che ci troviamo all’interno di un’opera letteraria di Stephen King. Il rimando a 1408, racconto breve del re dell’horror da cui è tratto l’omonimo film del 2007, è il più esplicito tra tutti. Ci troviamo invece alla terza regia dell’ormai più che promettente Damian McCarthy, già regista di Caveat (2020) e Oddity (2024), film in cui i demoni/spettri del proprio passato sono parte integrante di un discorso horror d’autore, venato di traumi psicoanalitici, che il regista McCarthy ha sempre costruito film dopo film, e che un luogo o un’entità sono capaci di risvegliare e riportare al presente.
Ogni film di McCarthy, infatti, conduce ad una sfida con il sé e con il trauma, con l’arrivare una volta per tutte a misurarsi con LA prova cruciale e definitiva che permette di confrontarsi e venire patti con il proprio inconscio, la parte più profonda e più celata della nostra persona.
A far emergere tale sfida con l’oscurità è, quindi, un luogo o un personaggio, incarnati questa volta in un inquietante albergo infestato in mezzo al bosco e in una Cailleach, la strega, la vecchia, in gaelico, la padrona del Tempo, altro elemento centrale nei film di McCarthy. Ogni protagonista nei film di quest’ultimo, deve infatti necessariamente confrontarsi con il Tempo, (passato) componente imprescindibile e decisiva per il superamento del trauma. Luoghi, persone, spazio e tempo. Il cinema di McCarthy si muove intorno a questi fattori e ne fa la ragione del suo orrore. Ma il cinema di McCarthy è anche un cinema che si muove tra verità, apparente, e percezione di essa, e la parola hokum, fandonia, rimarca nuovamente questo concetto. È vero o falso ciò che ci circonda? Il nostro sguardo è veramente affidabile o tendiamo ad autoingannarci e a confonderci? Hokum si interroga nuovamente su tutto questo.
Ma se nelle intenzioni autoriali del regista ben si delineano personali nuclei tematici d’orrore, le scelte narrative attuate in questo film appaiono meno convincenti. McCarthy è sicuramente artefice di un pregevole film d’atmosfera dov’è ormai confermata la sua personale idea estetica, ma rispetto ai precedenti lavori, tuttavia, l’intreccio costruito appare narrativamente più debole, intento a procedere su binari già tracciati ed epigoni, e la voglia di rendersi commerciale ed appetibile per un grande pubblico traspare in maniera più marcata.

Resta indubbia la capacità della forma, nel saper creare personaggi sghembi e assurdi che lasciano una forte impronta, e nel dar vita a luoghi d’orrore riconoscibili in cui gli stessi si muovono e sperimentano il proprio personale inferno, ma l’impressione a questo giro di valzer è che tutto suoni ripetuto e reiterato, mancando di timbrare quel guizzo di creatività che in un Caveat, ad esempio, resta insuperabile.
Il talento però non manca e che un giovane autore al suo terzo film abbia ormai decretato la sua firma personale resta l’aspetto più rilevante e ammirevole.
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