Direction Under 30 2026 – Domesticare i luoghi, domesticare i tempi
Specchio riflesso! Se cerco questa espressione su Google, il trafiletto generato con l’IA mi dice “celebre e infantile formula di contrattacco verbale usata dai bambini per rimandare al mittente un’offesa”. A me viene in mente Annalisa Limardi che canta una filastrocca a sua sorella Paola, a un palmo dalla sua faccia, con il sorriso furbo di chi sa di stare condividendo un gioco privato con altri (nel suo spettacolo Tre, vincitore del premio della giuria popolare). Ma è anche un’espressione che potrebbe descrivere tutto il festival Direction Under 30 del Teatro Sociale di Gualtieri.
Il palcoscenico è ricavato dalla platea è gli spettatori guardano dirimpetto le celle dei palchetti: si crea una sorta di dissociazione fisica e discrepanza mentale, del tipo che ho provato qualche anno fa nella struttura circolare del @sohoplace nel West End; invece di trovarmi di fronte una schiera di donne di mezza età con i capelli cortissimi e calici di vino all’arancia in pugno, però, a Gualtieri la coincidenza tra pubblico e palcoscenico è perfetta. Le persone che si muovono di fronte a noi sono le stesse che, in un ciclo tutto teatrale, saranno poi sedute sulle poltrone della platea e sulle panche dei lunghi tavoli per i pranzi e le cene condivise, all’ombra dei portici di Piazza Bentivoglio.

Il “mutuo soccorso teatrale” su cui si basa il festival, giunto alla sua tredicesima edizione nel fine settimana del 24-26 luglio, segnala questa complicità – niente di nuovo nella tradizione provinciale, delle periferie e delle retrovie – ma anche un altro fenomeno, che viene rivelato, per rispecchiamento più che per programmazione, dagli spettacoli in gara: la mancanza di adolescenza.
Nella bolla generazionale degli under 30 che fanno il festival, e a cui questo vuole rivolgersi, l’ingenuità e la maturità (artistica e personale) si susseguono senza soluzione di continuità, in uno spazio libero dal confronto diretto con l’autorità dei grandi. Ne risulta un’espressione orizzontale, che attinge a piene mani dalle subculture popolari – dall’hyperpop all’Hentai alla trap – e dalla multimedialità, dall’esibizione della tecnica (e dei tecnici), e racconta la difficile domesticazione dei giovani adulti.

La domesticità è quella dell’infanzia, che si cerca di ricostruire in modo frammentario ma affettuoso nei confronti dei bambini e delle bambine che furono. Così Noemi Piva aspetta una maturazione settembrina che non arriverà mai, e scompone con gli scatti del corpo e il tintinnio delle tazzine da tè (suonate da Lorenzo Minozzi) i suoi ricordi ingannati. Il blu del pongo che lei manipola descrive un’inondazione simile a quella di Tre, che sommerge Annalisa e Paola – e il pubblico – in una “doccia fredda” delle verità che si imparano da piccole, soprattutto quelle che riguardano il concetto di (a)normalità.
La dimensione equorea rimanda al gioco, alle costruzioni dell’infanzia e alle sirene, ma è un gioco stranito, filtrato dalla memoria: le costruzioni si rivelano precarie, le figure mitiche vengono additate come diverse. Si esplorano così, senza retorica buonista, le limitazioni quotidiane che comporta la disabilità, che vengono però continuamente confrontate da Paola stessa, sulla scena, e tramite il rapporto tra sorelle (la terza, Benedetta, presente nelle luci e nell’audio), prosaico e simpatetico e molto comune.

Ma c’è anche il tentativo di addomesticare l’età adulta, di mettere in luce – una luce gialla e tonda come un tuorlo – l’assurdità del senso di appartenenza, alle persone ma soprattutto ai luoghi. Per questo gli Ex anima, con il loro Aujourd’hui est le meilleur jour de ma vie, trasformano il palco-platea nella loro casa, e la loro casa in un pollaio, e danno inizio a elucubrazioni fisiche e verbali sull’evoluzione darwiniana delle galline e sui loro antenati preistorici. Un tempo dinosauri che, come i nonni di Francesco Giordano e Ivana Xhani, hanno dovuto migrare per necessità, ora pennuti incapaci di volare, che partono per studio o lavoro e che sbattono continuamente contro i confini invisibili dei propri recinti.
La solastalgia, un senso di sconforto non per un luogo lontano, a cui ritornare, ma per il luogo in cui si è, dà il titolo a uno dei quattro quadri di Massimo Sentimento, per cui la giuria critica (di cui facevo parte anch’io) ha premiato ETU ensemble. L’audio di alcuni filmati della performer Stella Capelli riportano gli spettatori a quel limbo spazio-temporale degli infiniti viaggi d’infanzia sul sedile posteriore, verso il mare o la montagna, mentre Stella si muove tra una tenda da gioco e un microfono troppo alto per lei – un microfono che, strumento della partitura fisica e vocale, ritorna come simbolo di una riflessione sulla voce matura dell’adulto e del performer, in Aujourd’hui, in Tre, in Settembre non arriverà mai.

A eccezione del lungo monologo di Filippo Maria Macchiusi M. informato dei fatti, una grande prova narrativa e attoriale che però si compiace (ahimè) ancora della figura affabulatrice dell’inetto, la crescita improvvisa dall’infanzia all’età adulta avviene tutta nel corpo. La drammaturgia fisica, che non elimina semplicemente le parole ma le considera materiale vocale prima di tutto, è in linea con le esperienze precedenti degli artisti e delle artiste, una linea che tratteggia la regia incarnata dei nuovi performer: Annalisa Limardi proviene dalla danza contemporanea come Noemi Piva, gli ETU hanno alle loro spalle l’esperienza con Balletto Civile, gli Ex anima quella del teatro fisico della scuola lecoqqiana francese. I sentimenti esasperati di ETU ensemble emergono fisicamente e musicalmente dal basso, dalle scosse telluriche del concerto di Travis Scott, dall’accostamento tra le note altissime di Rosalìa e l’esibizione di una camgirl, dalle parole deformate dal microfono di una canzone di Massimo Pericolo.
Si esibisce anche il corpo del suono in senso letterale, che assieme ai cambi di scena coreografati restituisce la materialità, la manipolazione della cultura pop, per cui le percussioni di Gabriele Marchioni, il violoncello di Gabriele Tai e la console per live electronics di Daniele Boccardi sono parte fondamentale della scena. Il respiro, affannoso, pesante, come quello dei ballerini di Konpira Fune Fune (diretto dalla coreografa Anna Pesetti, con Giacomo Di Rienzo e Riccardo Zoppi) mette in relazione la carne sulla scena e la carne del pubblico, si mescola all’afa della calura estiva. È la fatica del rapporto in Tre, l’impossibilità di ignorare le differenze fisiche della disabilità che viene continuamente contrappesata dalla gioia del movimento comune che scompone la scena, costituita da blocchi di legno mobili, in un continuo tentativo di sforzare le difficoltà assieme, anche quelle del rapporto sororale stesso.

Oltre alle tematiche e alle tecniche affini, è questa libertà e circolarità del dialogo teatrale giovane, con le sue ingenuità e i suoi affondi nella sicurezza, condivisa da tutte le componenti del festival – dalla direzione alla critica – che costituisce il cuore di Direction Under 30. Per questo l’intervento benefico del teatro – il mutuo soccorso di cui si parlava – è interno prima che esterno, rivolto a chi si guarda in faccia dall’altro lato del tavolo prima che esca dalle mura di Gualtieri e prenda altre traiettorie. E in fondo sento che queste parole scritte sono solamente una continuazione delle lunghe (spesso stanche e affamate) conversazioni che facevamo in Sala Cervi prima che qualcuno proponesse di bere uno spritz al lambrusco (ve lo consiglio), e che continuano a rispondere alla stessa domanda: che cosa vogliamo dirci? E che cosa vogliamo portare fuori dal cerchio?

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