La cronologia dell’acqua – Riemergere è un’arte
Qualcosa di ostinatamente irriducibile abita La cronologia dell’acqua, esordio nel lungometraggio di Kristen Stewart: un oggetto filmico che non cerca mai di “funzionare”, ma piuttosto di aderire a una materia imprendibile, come quella del memoir omonimo di Lidia Yuknavitch, senza cercare di addomesticarla ad una linearità semplificata. Più che adattare, Stewart assorbe, deforma, rigetta in immagini un’esperienza che nasce letteraria ma si vuole qui eminentemente percettiva. Il risultato è un cinema che sfida le convenzioni del racconto biografico, che si espone, che accetta la dispersione come forma, il cortocircuito come linguaggio.

La struttura è quella di una cronologia emotiva, più che narrativa: frammenti, ritorni, slittamenti, un montaggio che respira e collassa insieme alla sua protagonista. All’interno delle singole sequenze il tempo non è mai lineare, ma liquido, stratificato, come se la memoria fosse un corpo da attraversare più che un racconto da ordinare. In questo senso, l’operazione della trentaseienne losangelina sfiora davvero l’impossibile: tradurre il flusso interno della scrittura autobiografica in un dispositivo visivo che non la tradisca. E se il rischio di implosione è costante, è proprio lì che il film trova la sua anima.
La cronologia dell’acqua è costruito in capitoli, come se ogni segmento cercasse una doppia direzione. In orizzontale segue il fluire dell’esistenza di Lidia, una traiettoria spezzata ma riconoscibile che attraversa crescita, perdita, dipendenza, rinascita. In verticale, invece, ogni episodio si chiude nella propria singolarità, come se pretendesse di bastare a sé stesso, di trattenere una verità autonoma che non si dissolve nel racconto più ampio. Dentro questa logica si inserisce anche l’incontro con Ken Kesey, figura di mentore nel corso di scrittura all’Università dell’Oregon: riferimento letterario, ma anche presenza speculare, che condivide con la protagonista il mestiere e insieme una stessa zona d’ombra, fatta di lutto e di una depressione mai del tutto risolta.

E poi c’è il corpo, centrale, inevitabile. La femminilità che emerge non ha nulla di riconciliato: è frattura, desiderio, autodistruzione e insieme possibilità di ridefinizione. Stewart rifiuta qualsiasi estetizzazione consolatoria della sofferenza, spingendo invece su una sessualità che è campo di battaglia e di emancipazione, mai riducibile a etichetta. È uno sguardo personale, quasi ostinato nella sua volontà di non spiegarsi. Dentro questo dispositivo, Imogen Poots compie qualcosa di raro.
Non interpreta soltanto: si consegna, dona ogni goccia del suo talento. C’è una connessione evidente, quasi medianica, con la regista, come se il film passasse attraverso di lei prima ancora che dalla macchina da presa. Il suo lavoro è stratificato, poroso, capace di restituire tutte le contraddizioni di una protagonista che non chiede mai di essere capita. E nei momenti di massima tensione affiora una sorta di eco, una mimetizzazione forse involontaria ma impressionante, rispetto allo stesso registro attorale di Stewart: quella nervatura emotiva spezzata, quell’energia trattenuta e pronta a esplodere.

Certo, il film eccede, si perde, talvolta indulge nella propria frammentazione. Ma è un eccesso necessario, quasi programmatico. Si direbbe che La cronologia dell’acqua non cerchi equilibrio, ma relazione. Un confronto con il pubblico, chiamato a interrogarsi sulla complessità del mondo, non dissimile dalla reazione alla lettura del libro oggi come quando è uscito. L’autrice che firma la produzione esecutiva completa il quadro, legittimando un’operazione di traslazione complessivamente riuscita nei suoi intenti. È un cinema che urla, scalpita, si ferisce persino, pur di restare fedele alla propria urgenza. E in questo gesto, imperfetto e radicale, Kristen Stewart trova già una sua voce che non somiglia a nessun’altra.
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