La tecnologia che cambia nel cortometraggio | Bref 2026
Il mondo sta cambiando e sta cambiando anche il modo di rapporti ad esso. Adesso l’uomo medio decide di non avere più tempo per scrivere una mail e di delegarla a ChatGPT, i Buongiornissimi su Facebook un tempo realizzati con sapienti grafiche fatte di brutti gradienti e immagini stock ora vedono protagonisti degli Snoopy distorti o Hello Kitty con quattro orecchie, tra qualche anno probabilmente tutti accederemo a delle macchine che si guideranno da sole, mentre dei robot faranno il nostro lavoro in completa autonomia. I cortometraggi di questa seconda edizione di Bref International Short Film Festival, svoltasi in questi giorni ad Aosta, portano sullo schermo la prima ondata di indagini sulla nuova rivoluzione digitale e sugli effetti collaterali che questa sta creando per la società, sia per chi contribuisce in prima persona ad addestrare l’intelligenza artificiale e sia per chi ne vive le conseguenze.
Sul primo fronte, troviamo Their eyes di Nicolas Gourgault (Francia, 2025, 23’) e Welcome to set di Cyan Bae (Paesi Bassi, 2025, 15’), che pongono entrambi una domanda tanto essenziale quanto spesso ignorata: in che modo riescono le macchine a vedere e interpretare il mondo? La verità è che hanno bisogno di occhi umani per capire il mondo, un’immagine, come ci mostra Gougault attraverso i lavoratori del Sud del mondo che intervista nel suo cortometraggio, è solo un’immagine finché una persona non l’annota, fornendo a ogni oggetto un’etichetta cosìcché le macchine a guida automatica possano imparare a riconoscere ciò che le circonda. Quelle foto fornite dai loro clienti diventano per questi nuovi schiavi digitali un piccolo teatro per una creatività passiva, da mattere in atto mentre si ascolta la musica, e per un gioco di Geoguessr, anche se la pelle bianca e i cartelli autostradali fanno loro pensare che si tratti di paesi europei. Sotto le voci dei lavoratori, Gourgault mostra un mondo diviso in sezioni, fatto di colori accessi con oggetti segnalati, una via piena di glitch per confondere spettatore e macchina, diventando complici e primi spettatori della segmentazione del creato.
In Welcome to Set, una voce ci congratula per essere stati selezionati per uno dei lavori più misteriosi e meno apprezzati nel mondo dell’intelligenza artificiale: il guardare film. Dopotutto “affinché un algoritmo riconosca una bicicletta, deve vedere biciclette”, ma in questo caso il pubblico è chiamato a giudicare dei filmati legati allo spettro delle emozioni umane e il suo giudizio (solo interiore, non ci sarà un QR code per votare) sarà critico per il futuro dell’algoritmo. Il corto propone da quel momento un’attrice davanti a un green screen che ripete frasi con diverse emozioni, con diverse cadenze, e una lista di emozioni da cui scegliere. Rappresenta rabbia? Rappresenta gioia? È tutto aperto a interpretazione, ma rispondere significa aiutare una macchina a capirci ancora meglio di quanto già non faccia. Se in Their Eyes a far arrabbiare è soprattutto la condizione del lavoratore, in Welcome to Set a colpire è il clima claustrofobico e colpevole che Bae è capace di creare, rendendo il loro ruolo da messaggeri e partecipanti attivi – anche se non lo sppiamo e non condividiamo – nel sistema delle intelligenze artificiali ancora più chiaro di quanto già non sia.

C’è chi vive questa rivoluzione digitale con estrema paranoia ed è quello che succede ai protagonisti di We were here di Pranav Bhasin, un mockumentary dove in una piccola cittadina indiana tre uomini decidono di ribellarsi verso l’invasione dei robot rubando loro il lavoro. Così Bagchi si dipinge di argento e con una strana struttura attorno al viso si mette sulla cima dei palazzi per sostituire un’antenna, Ganguly si attacca al retro delle auto per mimare i sensori di parcheggio e Pimple si presenta al negozio di elettrodomestici vestito da microonde. Quando protestano il loro inno è “Join the Human Side”, Unisciti al lato umano, e la loro arma è la disinformazione anche quando consiste nell’insegnare all’AI a vedere una pizza come un curry di lenticchie . Il tutto crolla, o meglio si complica quando il figlio di Pimple inizia a lavorare per un’azienda nel campo digital e all’improvviso la gentilezza non basta più. Un corto che guarda con estrema originalità e con un grande cuore a uno dei problemi più urgenti del giorno d’oggi – l’annientamento della forza-lavoro – e se lo fa forse in modo troppo ottimista e giocoso, è un bene che qualcuno riesca ancora ad avere speranza rispetto al contesto in cui viviamo.
Se il bizzarro trio di We were here trova il suo modo di combattere, Niles, il protagonista di Gueule Cassée di Joyce Kuoh Moukouri, è una vittima del web e delle idee messe in giro dalla cosiddetta manosfera, la stessa che aveva plasmato il personaggio di Jamie Miller in Adolescence. Il suo scopo? Fare looksmaxxing (dopotutto è anche il titolo internazionale del film), ovvero cercare di massimizzare la propria bellezza anche attraverso delle soluzioni estreme. Nel bagno di casa Niles passa il tempo a guardarsi allo specchio, a indugiare nelle sue insicurezze guidato dalla voce crudele del suo influence di fiducia, mentre misura il suo mento, controlla maniacalmente centimetri, finché non rientrerà nei canoni imposti dai commenti di un forum online. Il mondo esterno e off-line difficilmente può salvarlo, perché lui lo ha chiuso fuori, ma Moukouri sceglie di offrirgli un finale positivo, una via d’uscita dalla spirale in cui la società lo ha costretto ad entrare.

Sono quattro punti di vista che tracciano la mappa di tante fratture apparentemente scollegate che però evidenziano l’assenza da parte dell’uomo di un vero e proprio controllo, ormai si trova vittima di una società che lui stesso ha creato e dove quelle macchine a cui stiamo dando sempre più potere ora mangiano i nostri lavori, i nostri rapporti interpersonali e le nostre stesse vite. Che la soluzione sia vestirsi da microonde? Quello solo il futuro ce lo saprà dire.
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