Il futuro del cortometraggio in 4 titoli di Bref International Short Film Festival
Si è conclusa da pochi giorni la prima edizione di Bref International Short Film Festival, di cui siamo stati fieri media partner. In cinque giorni il primo festival valdostano dedicato al mondo del cortometraggio ha regalato al pubblico 82 film tra documentari, animazione e fiction con circa 62 film in concorso. Un processo di selezione intenso, dopo aver ricevuto più di 500 submissions, ha portato il festival a presentare una rosa di titoli capaci non solo di mettere in luce talenti emergenti dell’ambito, ma anche e soprattutto di dare una fotografia vivace dello stato dell’arte. Variegati sia nella forma che nelle tematiche trattate i cortometraggi facenti parte del Concorso internazionale di Bref sono il mondo in cui viviamo in tutte le sue sfumature, sono delle opere di coraggio e anche delle tenere storie d’amore, delle rivolte di gnomi e dei racconti in prima persona della Resistenza. Se il mondo è bello perché è vario, la selezione di Bref lo è altrettanto. Dai titoli del Concorso internazionale abbiamo scelto 4 film e autori da tenere d’occhio.

Gender Reveal di Mo Matton
Non esiste celebrazione più grande dell’eteronormatività e del binario di genere dei party per il gender reveal: una tradizione soprattutto americana che ora sta lentamente giungendo in Italia (vedi quelli con i fuochi d’artificio in centro a Napoli) che vuole rendere lo svelamento del sesso biologico dellə futurə nasciturə un’occasione di festa o di furiosa rabbia specialemente da parte dei mariti. A livello concettuale il gender reveal party è un horror già confezionato ma lə regista Mo Matton decide di spingere i confini in un cortometraggio orgogliosamente esagerato. Rhys è costrettə ad andare al gender reveal party della sua bizzarra capa per sostegno morale si porta dietro lə suə due partner Ting e Mati. In un ambiente etero, cis e bianco una throuple trans e multietnica non può che essere vista come un’anomalia e i sorrisi di circostanza degli invitati e le battute sui pronomi bastano per far sentire lə tre a disagio. Il momento del gender reveal ribalta le carte in tavola, svelando l’ipocrisia di quel mondo e permettendo a Rhys, Ting e Mati di prendersi una meritata rivincita.

I’m the most racist person I know di Leela Varghese
Lali ha una cotta, una di quelle che appartengono più al mondo dei sogni che alla realtà. Ha una cotta per una barista che ha visto una volta indossare una maglietta con dei dinosauri e per cui ha scelto di scrivere una canzone d’amore, che un giorno trova il coraggio di cantarle. Quando Holly la rifiuta, un’altra ragazza Ana le chiede di uscire per sollevarla dall’imbarazzo di quel momento. Tra le due nasce un sentimento genuino quanto inaspettato che le costringe a superare i loro bias relazionali e non solo. I’m the most racist person I know guarda con ironia ed estrema maturità ai pregiudizi che ciascuno può perpetrare verso se stesso, inciampando talvolta nella retorica razzista. La costruzione di un rapporto tra Ana e Lali è la costruzione a tutti gli effetti di un’autostima che guarda oltre le immagini patinate con cui le due giovani donne sono cresciute per guardarsi nello specchio. Il corto di Leela Varghese (regista di Lesbian Space Princess da poco presentato al Lovers Film Festival di Torino), vincitore del premio speciale della giuria al SXSW Film Festival, è una prova delle piccole e delicate rivoluzioni che l’amore può mettere in moto nelle vite di chiunque.

What if they bomb here tonight? di Samir Syriani
Il cortometraggio di Samir Syriani è stato l’asso pigliatutto della prima edizione di Bref International Film Festival dove ha vinto il Premio della giuria critica, il Premio Giuria Giovani e infine il Premio del Pubblico. I motivi di tale vittoria inarrestabile sono lapalissiani: è un film che parla dei continui attacchi da parte di Israele verso la Palestina e i paesi limitrofi, senza tuttavia mostrarli in prima persona. Samir e Nadyn, una coppia di sposi, non vivono in una tenda sulla striscia di Gaza, ma in una lussuosa casa di vetro in Libano (“una casa del primo mondo nel terzo mondo”). Le bombe per loro sono dei rumori in lontananza, dei tuoni durante un temporale, il vero rischio non è un effettivo attacco quanto piuttosto un incidente, un esplosivo caduto per sbaglio da un aereo. Basterebbe poco per frantumare i vetri e per questo Samir inizia a spostare il materasso in giro per casa nonostante il rischio di svegliare i figli piccoli o a ricoprire le finestre di scotch. What if they bomb here tonight? è un’ansia vissuta dai margini per raccontare la vita di chi non ha nemmeno un tetto sulla testa, un’opera che guarda con onestà alle ipocrisie dell’essere umano, al suo vedersi unico protagonista delle ansie altrui.

I died in Irpin di Anastasiia Falileieva
Se What if they bomb here tonight? racconta di una tragedia vista dai suoi margini, in I died in Irpin, come annuncia il cupo titolo, la regista e autrice Anastasiia Falileieva porta sullo schermo quanto vissuto ad Irpin poco distante dal confine russo. Lei e il fidanzato scelsero di trasferirvisi appena giunta la notizia dell’invasione russa deil’Ucraina per poter stare vicini ai genitori di lui. Quei dieci giorni passati in uno dei principali fronti di guerra a nascondersi dalle bombe, nel totale isolamento, si son trasformati per Falileieva in nebulosi ricordi, con momenti oscurati dalla sua mente per salvaguardia. Ogni volta che le si palesa davanti la possibilità di fuggire e di salvarsi sceglie di restare per un obbligo morale verso i suoi compagni di tragedia. Man mano che la protagonista muore schiacciata dalla paura di non poter vedere un altro domani, ill mix tra animazione stop-motion e cut-out scelto da Falileieva si fa sempre più irregolare, i tratti di matita sembrano volersi cibare del foglio bianco che hanno davanti. Il dolore non è quindi solo l’oggetto del racconto della regista ucraina, ma anche e soprattutto la lente trasformativa che distorce le immagini, i ricordi e il ritmo narrativo.
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