Love Me Tender, o il ritratto di una maternità queer resistente
Dopo decenni di totale assenza o di marginalizzazione violenta dagli schermi, oggi anche le storie queer stanno finalmente trovando il loro spazio in un’orbita (più o meno) mainstream. Ma nonostante questa progressiva conquista, ancora troppo spesso le storyline e i personaggi LGBTQ+ vengono impiegati come semplice token di diversità in prodotti che fanno poco per creare una buona rappresentazione, andando spesso incontro a fini tragiche – che siano la morte o la cancellazione. Anche tra quelle create e ideate da autor* queer, abbondano soprattutto le storie di coming out e di accettazione della propria identità che, pur essendo una parte fondante e di rivendicazione importante dell’esperienza queer, spesso rischiano di mancare di esplorarne e raccontarne altri aspetti, tra cui quello della genitorialità.
È su questo doppio binario che si muove Love Me Tender, secondo lungometraggio della regista francese Anne Cazenave Cambet che, dopo essere stato presentato lo scorso anno nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes e aver girato per numerosi festival internazionali, arriva finalmente in sala. Adattamento del romanzo omonimo di Constance Debré, Love Me Tender non è soltanto una storia di scoperta personale ma anche il racconto di un’esperienza autobiografica dolorosa e sfiancante a cui, nonostante tutto, la protagonista riesce a sopravvivere rimanendo fedele a se stessa e alla propria identità.

Clémence (Vicky Krieps), separata da un paio di anni ma mai divorziata, ha lasciato il marito Laurent dopo un lungo matrimonio e un figlio insieme per riscoprire la propria indipendenza e perseguire la carriera precaria di scrittrice. Lungo questo percorso di ritrovamento della sua individualità Clémence scopre di essere lesbica e inizia ad avere relazioni passeggere con altre donne, sempre di nascosto e nell’ombra di feste e dello spogliatoio della piscina in cui si allena quasi quotidianamente. Quando decide di rivelare la sua queerness al marito e gli chiede di finalizzare il divorzio, l’impalcatura di falsa cortesia e cinismo della loro relazione crolla: Paul, il figlio ancora bambino della protagonista, improvvisamente dice di non volere più vederla e di odiarla ma senza rivelarne un motivo, lasciando Clémence inerme e confusa anche davanti ai mancati sforzi dell’ex-marito di aiutarla a svelare il malumore del figlio. Questa tensione latente degenera rapidamente: Laurent, infatti, chiede di ottenere la custodia esclusiva del figlio, affermando che Clémence non sia in grado di essere una buona madre alla luce del suo stile di vita precario e libertino e arrivando addirittura ad accusare lei e i suoi amici (queer) di pedofilia. Nascondendosi dietro a insinuazioni velate e a preoccupazioni legate all’instabilità economica di lei, in realtà l’uomo rivela quale sia il vero motivo del suo improvviso cambio di tono nei confronti della protagonista: il fatto che sia una donna lesbica e che rivendichi finalmente con orgoglio la propria identità e il proprio desiderio.
Da qui il film segue la lotta continua di Clémence per riottenere la possibilità di potere vedere suo figlio contro una burocrazia giudiziaria che fa di tutto per ostacolarla o, anzi, semplicemente funziona male al punto da richiedere tempi biblici per ottenere udienze e contatti di ogni tipo, specialmente sommata agli sforzi dell’ex-marito di sottrarle qualunque tipo di forma di affetto che il figlio ancora nutre per lei. Madre “cattiva” e inaffidabile, Clémence diventa la nemica involontaria di un sistema che non è di certo costruito per aiutarla e che, anzi, la tratta al pari di criminali e uomini violenti tanto la considera un pericolo potenziale per la crescita del figlio piccolo. Nonostante non manchino gli alleati lungo il percorso, che riconoscono come sia vittima di dinamiche manipolatorie di un uomo patetico e frustrato e di una burocrazia inefficiente, Clémence rimane sempre fondamentalmente sola nell’affrontare una battaglia che fa di tutto per farle perdere la speranza a ogni passo.

La storia di Clémence non può essere osservata senza considerare la sua identità di donna lesbica, in quanto è proprio questa a essere strumentalizzata dall’ex-marito nei suoi attacchi subdoli e a renderla, negli occhi della società, indegna e inadeguata al ruolo materno. Sebbene dichiari di farlo per il bene del figlio piccolo, appare chiaro fin da subito come Laurent si muova infatti contro di lei per vendetta personale, per punirla per non essersi adeguata a uno standard eteronormativo e patriarcale di vita e a un ruolo di madre convenzionale e perfetta.
La queerness diventa dunque il simbolo di un’ostracizzazione pianificata e deliberata, manipolata per diventare un sintomo di pazzia e di mostruosità di una protagonista che, nonostante tutto, si rifiuta di rinunciare alla rivendicazione della sua identità lesbica. Nel corso del film, infatti, vediamo Clémence intraprendere svariate relazioni con altre donne, di cui la regista osserva e ci mostra anche l’erotismo e la corporeità per evidenziare come anche questo aspetto sia un passaggio fondamentale della riappropriazione intima e personale della protagonista. Tuttavia, Clémence non si dimostra mai pronta o capace di stabilire rapporti più profondi con le sue frequentazioni, nemmeno quando sembra trovare una persona in grado di starle vicino e di accettare – fino a un certo punto – la complessità della sua situazione.

Costretta a vivere in un limbo tra la volontà di vivere apertamente la sua vita come donna queer e la necessità di dover aderire a determinate aspettative socio-culturali per poter essere considerata una buona madre e ottenere di rivedere il figlio, nessuna strada sembra essere percorribile per Clémence: mai abbastanza rassicurante agli occhi dell’ex marito (e della società), mai abbastanza libera e orgogliosa per le donne che frequenta, la protagonista rimane prigioniera di questo confine senza riuscire però a essere vincente né su un fronte né sull’altro. Una svolta, in questo senso, avviene quando una Clémence ormai stremata da anni di battaglie, pochissime visite al figlio e una solitudine sempre più pesante, decide di impulso di rasarsi la testa, abbracciando in modo ancora più evidente un’identità che rifiuta qualunque tipo di standard di femminilità convenzionale e accettando, in qualche modo, che qualunque sforzo non potrà mai essere abbastanza, perché il solo fatto di esistere è una sfida allo status quo.
Attraverso uno sguardo delicato e onesto, il film non rifugge dal mostrare anche i lati più dolorosi e intimi della storia, ma mai estranei allo spirito resistente e orgoglioso di Clémence. Cazenave Cambet rivela una grande capacità di osservazione empatica, scavando nell’animo della sua protagonista per metterne a nudo le fragilità ma sempre accompagnandola senza giudizio lungo il suo percorso con una regia attenta e coraggiosa. L’interpretazione di Vicky Krieps è forse una delle migliori della sua carriera nei panni di una protagonista complessa che nel corso del film cambia aspetto, soluzioni e strategie ma resta sempre fedele a se stessa e alla propria identità. Doloroso ma necessario, Love Me Tender è un film che riesce a trasporre sullo schermo con sincerità e delicatezza una storia di resistenza queer e femminile come raramente si era già vista e che fa bene sperare se sarà questa la strada che il cinema queer contemporaneo seguirà.
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