Teatro Nucleo incontra Elsa Morante – Intervista a Natasha Czertok
Foto di copertina © Daniele Mantovani
Teatro Nucleo – compagnia di teatro indipendente dalla lunga e travagliata storia, iniziata con Cora Herrendorf e Horacio Czertok in Argentina e proseguita poco dopo a Ferrara fino a oggi – da cinquant’anni, si impegna attraverso l’arte teatrale nella costruzione di un mondo migliore anche per gli “ultimi”, occupandosi di vari progetti in ambito sociale e comunitario: dagli interventi di teatro-carcere alla collaborazione con istituti psichiatrici e altre realtà dimenticate, ottenendo riconoscimenti in ambito artistico e civile. La missione, sempre presente, anima anche la loro ultima produzione intrecciandosi e arricchendosi con l’eredità di una scrittrice del Novecento che ha posto la marginalità al centro delle proprie opere, sebbene a volte senza una prospettiva di riscatto e salvezza.
In vista delle anteprime del mese di aprile di Elsa Morante: un canto per gli ultimi (12 aprile a Rovigo e 17 e 18 aprile a Matera), abbiamo posto qualche domanda all’attrice e regista Natasha Czertok che, partendo dalla genesi dello spettacolo, ci ha guidato in un viaggio all’interno della creazione e dello studio della scrittrice, così da preparare il futuro spettatore non solo alle prossime date, ma anche al debutto che avverrà a settembre 2026 nel Festival L’Arlecchino Errante di Pordenone e alle successive, ancora non note, repliche.
Parliamo dell’incontro con Elsa Morante: ci sono più ragioni che vi hanno spinto ad approfondire la scrittrice, oltre al suo interesse, costante nelle opere, verso gli ultimi e all’occasione dell’anniversario dalla sua morte avvenuto lo scorso anno?
Come spesso accade, è stato più un invito esterno a farci concentrare su questa figura. Noi di Teatro Nucleo facciamo parte di una rete per la parità di genere nelle arti performative che si chiama Illumina: una rete nazionale che comprende diverse realtà in tutta Italia e, da alcune di queste, è nata l’idea di presentare un progetto speciale al Ministero incentrato sulla figura di Elsa Morante, a quarant’anni anni dalla sua morte. Il mondo salvato dalle ragazzine prevedeva una serie di azioni che venivano proposte nel proprio territorio, intorno alla figura della scrittrice; non necessariamente spettacoli, ma pure concorsi di drammaturgia, alcune letture e laboratori anche con le scuole.
Io, nel frattempo, stavo cercando una terza occasione per concentrarmi sul femminile, per chiudere un cerchio su cui mi sto muovendo da diversi anni. L’avevo aperto con lo spettacolo di teatro-danza Kashimashi, incentrato sugli stereotipi di genere, per proseguire con Il viaggio di Vega, dedicato in particolare alle giovani generazioni, in cui il tema dell’Inquisizione, attraverso l’espediente di un diario di una ragazzina giunto fino ai giorni nostri, si agganciava alla contemporaneità; volevo inoltre, scardinare gli stilemi soliti per cui una regista è donna quindi parla di donne. Qui mi è venuta incontro Elsa Morante, che conoscevo ancora superficialmente avendone letto solo pochi romanzi e, rileggendola, mi ha colpito per la scelta di trattare sì tematiche legate al sociale – perché di questo in fondo si parla – ma non necessariamente in una chiave femminile o femminista; anzi, discostandosi parecchio dal femminismo storico così come lo conosciamo.

Studiando un po’ la sua figura, inoltre, mi è sembrato di avvicinarmi anche a mia madre Cora Herrendorf, mia maestra e regista, nonché co-fondatrice di Teatro Nucleo, che ci ha lasciati tre anni fa e ha avuto una storia per certi versi simile dal punto di vista degli attraversamenti storici, pur se in epoche diverse.
Questi, dunque, sono stati i motivi: da un lato – come dicevi tu – il nostro lavoro teatrale che da sempre si concentra sulle vite che restano ai margini di una narrazione dominante, dall’altro l’incontro fortuito, nato nell’occasione di un anniversario, che forse tanto fortuito non era. Non sapevo però in quale groviglio mi stavo infilando, perché la storia di Elsa Morante è molto complessa, intrecciandosi con quella del nostro paese, ma anche con accadimenti storici e politici importanti; e dunque il problema che si è posto è stato come raccontare questo personaggio, dal momento che a me non interessava entrare dentro uno dei romanzi e farne una drammaturgia, ma piuttosto cercare di restituirne un’immagine sfaccettata attraverso le sue opere: infatti, in tutti i documenti che ho potuto leggere, ribadisce sempre con grande convinzione che devono essere queste a parlare e non la biografia personale; la vita privata, che per lei non era che pettegolezzo.
Per conoscerla meglio, avete realizzato alcuni progetti introduttivi allo spettacolo e alla figura di Elsa Morante. Puoi parlarmene meglio e indicarmi quali tematiche sono state affrontate?
Una parte importante nella genesi dello spettacolo è stato il progetto Cantiere Morante che ha aperto le porte della creazione al pubblico, ma ci ha anche permesso di studiare, visto che tutte le donne che sono venute a trovarci sono studiose e hanno curato aspetti diversi della produzione morantiana, con sguardi diversi.
Quanto alle tematiche, abbiamo ospitato, per esempio, Marzia Coronati, una giornalista di Rai Radio 3, che ha scritto un bellissimo articolo uscito su Doppiozero sulla musica in Elsa Morante: in particolare, sulla dimensione musicale ne L’isola di Arturo, ma estendendo poi il discorso ad altri testi. Il rapporto con questa forma artistica, per la scrittrice, era molto importante, tanto quanto lo è per noi nell’ambito della creazione teatrale. Mi riferisco anche alla dimensione sonora in generale, quindi l’aspetto musicale delle parole, il ritmo del testo, l’immaginario legato alle musiche del tempo che vengono spessissimo citate dentro ai suoi romanzi, permettendo sia di conoscere meglio il personaggio che le canta (come nel caso di Arturo), sia di immergersi completamente nell’atmosfera dell’isola ascoltandone i suoni.
Un altro incontro è stato invece più incentrato sul romanzo La storia: Tiziana de Rogatis ci ha raccontato sia come è nato il libro, sia le critiche che ha ricevuto quando è stato pubblicato e il rapporto, nella fattispecie, con Pier Paolo Pasolini che, con una critica brutale, lo ha smontato pezzo per pezzo. È davvero interessante leggerla perché ti aiuta a capire l’importanza che aveva la letteratura a quell’epoca e la mentalità che la permeava: al di là del gusto personale, infatti, c’era in Pasolini una presa di distanza da una certa visione, poiché Morante, negli anni Settanta, aveva deciso intenzionalmente di raccontare in modo puntiglioso, utilizzando il punto di vista dei personaggi, i fatti della Seconda Guerra Mondiale; scrivendo quasi un libro di storia a lato del romanzo. Dunque, uno scontro tra titani, potremmo dire, entrambi con una posizione ideologica molto forte, difficile da immaginare nella letteratura di oggi. Inoltre, è stato un modo per fare delle riflessioni molto profonde sul mio lavoro, sull’importanza che noi stessi come gruppo diamo al teatro, su ciò che scegliamo di fare e sul messaggio che vogliamo lasciare in un mondo come questo.
Abbiamo poi avuto modo di fare un lavoro sui manoscritti come Caterì dalla trecciolina, il primo libro di Elsa Morante scritto all’età di tredici anni, potendo vederne le immagini grazie alla studiosa Monica Zanardo; è stato un momento molto toccante non solo per la particolarità e preziosità dell’oggetto in sé, ma anche perché, sebbene sia presente anche l’ironia e la leggerezza, già lì – dunque ben prima di Menzogna e sortilegio – lei comincia a parlare degli ultimi, dell’infanzia e della povertà, avviando un filo che, a partire dalla sua scrittura infantile, ha poi attraversato tutta la sua produzione.
Come avete scelto di concretizzare tutti questi elementi sulla scena?
Io raramente lavoro sul testo puro e sulla prosa, quindi, pur usando le parole, cerco di passare prima dal corpo che da queste ultime; c’è una dimensione musicale molto importante, come accennavo prima, e per questo ho messo in campo la sfida di pensare alle parole come partiture musicali. Non prevedendo una narrazione lineare, sebbene le opere siano presentate in un non dichiarato ordine cronologico, vi sono quadri ispirati a esse, dove la partitura non deve essere per forza intesa letteralmente come musica. Oltre al canto già esplicitato nel titolo, e al suono dei vari strumenti, infatti, ci siamo serviti del lavoro di Bruno de Franceschi, un compositore che però lavora anche sulla produzione di senso delle parole, sull’intenzionalità e motivazioni che stanno dietro esse per creare un ritmo e non soltanto una melodia.
Ci sono poi i brani estratti dai romanzi, adattati quasi a farne dei monologhi, in cui sono i personaggi stessi a parlare, come se Elsa li incarnasse in diverse modalità; questo si realizza anche attraverso i cambi di costume che sanciscono i passaggi dall’uno all’altro. Ci tengo a dire, però, che la dimensione degli ultimi non viene trattata solo dal punto di vista tragico, ma, come per Caterì dalla trecciolina, si ride pure, qualche volta. Anche Il mondo salvato dai ragazzini, a ben vedere, è un testo molto tragico, perché in realtà, come sappiamo, i ragazzini non hanno salvato il mondo, ma lì è racchiusa la grande fiducia che Elsa riponeva nelle giovanissime generazioni, ancora pure e non traviate dalla politica, dal potere, dal successo; da qui la visione dell’infanzia come salvezza dell’umanità e custode di una preziosa leggerezza.

Mi incuriosisce molto questo libro, tra quelli di Elsa Morante che non ho letto, nonostante più volte l’abbia sfogliato in libreria: qualcosa che percepivo come caotico mi ha fatto sempre desistere dal prenderlo. Oltre a saperne di più, mi piacerebbe capire se avete attinto maggiormente da questo piuttosto che da altri…
Il mondo salvato dai ragazzini è un testo uscito nel ’68, quindi in un momento di stravolgimento particolare, nel quale lei, invece di andare in piazza a manifestare, oppure di utilizzare le sue parole contro il potere o per appoggiare la classe operaia, scrive qualcosa di molto assurdo e delirante; è il libro più breve, infatti, ma paradossalmente il più difficile da leggere; nonostante questo, però, ci sono parti molto rappresentative di ciò che Morante riteneva utile nell’arte, ovvero della sua funzione nella lotta politica, che lei combatteva con altri strumenti; attraverso un’arma molto simpatica, in tal caso, ma anche molto difficile da manovrare.
Andando a leggerla bene, dietro l’apparente leggerezza e goliardia grottesca, vi troviamo molti elementi caratterizzanti della sua scrittura e dimensione ideologica, come ad esempio ne La serata a Colono, forse il suo unico testo teatrale, che rappresenta un’Antigone ambientata in un quartiere romano ed è tutto scritto in romanesco, riportando così alla lingua madre, secondo una scelta che in Morante non è mai fine a sé stessa. Nel nostro spettacolo, poi, abbiamo due quadri tratti da Il mondo salvato dai ragazzini, tra cui una poesia anch’essa delirante, La grande opera, dove la dimensione degli ultimi emerge in maniera più comica e arlecchinesca; la figura del matto, infatti, pur nella sua posizione marginale rispetto alla società, ne occupa in realtà un posto importante, perché la follia, così presente in questo testo, rappresenta sia una fuga dal reale, sia il mezzo attraverso il quale si può esprimere la verità. Quindi, la scelta di dedicare lo spettacolo agli ultimi – in quanto persone che sappiamo far parte del nostro mondo sociale, ma che spesso non vogliamo guardare perché ci ricordano che qualcosa non va – ne fa anche dei possibili interlocutori.
Abbiamo perciò attinto in larga parte da quest’opera, ma anche da Menzogna e sortilegio, La storia, Aracoeli… seguendo, come dicevo prima, un ordine cronologico che scandisce i vari passaggi attraverso il linguaggio e le intenzioni sottese a esso, in accordo con il cambiamento dell’epoca storica.
Un altro evento preparatorio allo spettacolo è stato Colmi di figure. Esercizi con Elsa Morante: cosa vi ha permesso di scoprire?
Il progetto è nato anch’esso per introdurre alla creazione grazie a un bell’incontro con Michele Pascarella che ha lavorato con noi come dramaturg per lo spettacolo: lui realizza spesso dei laboratori di sguardo, di avvicinamento al pubblico, non tanto per spiegare le opere, ma per inserirle all’interno di una costellazione di altre opere o di mondi che possono aprire degli immaginari; per cui sono emerse suggestioni anche da artisti provenienti da altri linguaggi che sono stati di grande ispirazione per noi; quindi è nata l’idea di creare un momento di condivisione con il pubblico e anche con i giovani, presentando, il 18 marzo, Colmi di figure alle scuole nelle sale prove del Teatro Comunale di Ferrara.
Com’è l’incontro con gli spettatori e, in particolare, coi ragazzi?
Grazie a questi laboratori abbiamo la possibilità di farci un sacco di domande e praticare esercizi anche insieme a loro, a differenza dell’opera teatrale che ha una sua specificità e rimane più chiusa in sé stessa. Con i più giovani abbiamo già fatto un incontro a gennaio ed è stato molto divertente, anche perché… sono sempre quei “ragazzini” là, no? Hanno infatti urgenze e domande radicali che le persone adulte hanno meno o danno per scontate, e troviamo in essi – pur trattandosi di ragazzi già grandicelli, della quarta e quinta superiore – tanta freschezza e insieme profondità. In questi incontri, proponiamo loro dei piccoli stralci dello spettacolo, alcuni testi e pezzi suonati e, in tal senso, credo che la musica possa costituire un bel ponte tra di noi.

In senso meno lato e più specifico, da cosa è stata dettata la scelta musicale, immagino anche funzionale a dare in scena una maggiore sensazione di intimità?
In questo caso, la musica è un paesaggio sonoro che accompagna tutto lo spettacolo: dentro c’è Mozart, il punk, la canzone popolare, e alcuni canti. Alla ricerca hanno preso parte anche altri attori del gruppo, non solo quelli dello spettacolo, quindi sono arrivate suggestioni, ad esempio, da ninnenanne, processioni del Sud Italia, filastrocche… perché una parte dell’indagine ha riguardato anche la lingua madre e sonorità legate a un piano quasi antropologico. Poi però sono state tutte rielaborate in musiche originali e riscritte, a parte Mozart che è stato comunque riadattato in una partitura sonora elettronica, grazie al già citato Bruno De Franceschi, ma anche a Luca Venturini, un sound-designer che ha creato delle musiche ad hoc per lo spettacolo spesso pensate come paesaggi sonori, per l’appunto, più che vera e propria melodia.
Le scelte sono volutamente scaturite da una ricerca molto lenta e approfondita, orientata inizialmente verso canzoni popolari con l’utilizzo della fisarmonica, e poi evolutasi in un’altra direzione con l’impiego di vari strumenti (dal clarinetto basso ai flauti) suonati dalla musicista di scena Chiara Parolo.
Nella descrizione dello spettacolo avete scritto che “il sogno condiviso è una forma di resistenza”; mi è dunque venuto in mente che il sogno è una dimensione abbastanza presente anche nei romanzi di Elsa Morante, pur riguardando in quel caso, più strettamente, l’attività onirica. Avete trovato spazio per inserirlo all’interno dello spettacolo e in quale delle due declinazioni?
In realtà tutto lo spettacolo è pensato come un viaggio all’interno della mente di Elsa, che era molto produttiva dal punto di vista onirico, evidentemente. Nell’ultimo suo libro che ho letto, Diario 1938 – che in verità non è un libro, ma appunto un diario ritrovato – ci ha resi partecipi di una parte molto intima della propria persona perché vi ha scritto i sogni che faceva, spesso piuttosto contorti e non rassicuranti, ma in cui tornano tanto i suoi temi; e c’è una frase significativa, con cui si apre questo manoscritto, che abbiamo usato anche come apertura dello spettacolo: «che il segreto dell’arte sia qui, ricordare l’opera come la si è vista in uno stato di sogno». A tal proposito, Elsa Morante dice che forse tutto l’inventare è ricordare, come se la creazione fosse un momento di elaborazione quasi onirica della realtà, del ricordo di ciò che si è vissuto, delle emozioni e dell’inconscio, di qualcosa non visibile ma comunque presente.

Questa dimensione sospesa aleggia su tutto lo spettacolo, ma ha più a che fare con come si susseguono i vari personaggi, le azioni, i diversi quadri, perché non è una narrazione lineare e logica, ma quasi un voler incontrare Elsa in uno spazio altro – metafisico, direi – che per me è anche lo spazio del sogno; quindi non abbiamo una scenografia realistica, ma davvero metafisica, con dei cubi, una scala, degli elementi dove i personaggi si muovono e vivono, lasciando aperto lo spazio dell’immaginario, nel quale ognuno possa muoversi con la propria immaginazione e il proprio vissuto. Penso inoltre che i personaggi di Elsa Morante siano universali, delle metafore viventi, e quindi che in qualche modo appartengano a tutti, all’inconscio collettivo – come diceva Jung, che di sogni ne sapeva qualcosa.
Lo spazio onirico diviene così quel luogo dove tutto può accadere e gli immaginari si incontrano, rappresentando anche la metafora della speranza, del sogno per il futuro; in cui è possibile immaginare una realtà diversa, e trasformare anche il reale in qualcosa di più giusto per tutti, in particolare per gli ultimi.
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Molto interessante, grazie!