Se solo potessi ti prenderei a calci – Come sopravvivere a un lungo attacco di panico
Essere genitori in un mondo al collasso non deve essere un ruolo semplice. Da Una battaglia dopo l’altra a Sirāt, sono molti i titoli di questa stagione cinematografica che hanno esplorato in modi e misure diverse l’arduo compito di proteggere e prendersi cura dei propri figli davanti a ogni circostanza e sempre con la paura di fallire; ma nessuno l’ha fatto come Mary Bronstein con Se solo potessi ti prenderei a calci, suo ritorno alla regia dopo diciassette anni con cui crea un’esperienza cinematografica viscerale in un racconto crudo e a tratti orrorifico sulla maternità e la salute mentale.
Una voragine che si apre nel soffitto di casa è il punto di rottura per Linda (Rose Byrne), terapista con un marito assente e che è per questo costretta ad occuparsi da sola della malattia misteriosa e apparentemente incurabile della figlia piccola. Tra continui esami di controllo, pazienti bisognosi e colleghi non particolarmente collaborativi, il fragile equilibrio di Linda viene spezzato trascinandola in un caos dove ogni suo sforzo sembra non fare altro che peggiorare una situazione già precaria. Mescolando commedia e grottesco, il racconto di Bronstein si tinge di tinte horror e surreali diventando una sorta di lunga spirale ansiogena in cui ci troviamo trascinati insieme alla protagonista, in una tensione che a tratti è persino difficile da sopportare ma da cui è impossibile distogliere lo sguardo.

Anche già troppo paragonato ad Uncut Gems dei fratelli Safdie, Se solo potessi ti prenderei a calci è caratterizzato da una tensione e una rabbia latente molto più radicale nella sua natura. Costretta a vivere in un motel e a tentare di risolvere tutto da sola, Linda non è una protagonista eroica né tantomeno perfetta, e anzi a più riprese sembra essere sul punto di compiere un gesto distruttivo per porre fine alla pressione a cui è sottoposta su tutti i fronti. Spinta tra i suoi desideri personali da una parte e i bisogni e le aspettative altrui dall’altra, la protagonista si ritrova obbligata ad assumere un ruolo tanto gravoso quanto quello di prendersi cura di una figlia malata in solitaria perché nessuno sembra essere disposto ad aiutarla realmente e senza giudizio: qualunque cosa faccia, Linda non è mai abbastanza come madre, moglie e nemmeno terapista. In una messa in scena volutamente – e attentamente costruito dalla regia e dal suono – sempre più opprimente, la protagonista è di fatto abbandonata a se stessa in un mondo che a tutti gli effetti sembra non solo non vederla nemmeno, ma anche incolparla della sua situazione.
Nemmeno la psicoterapia è un appiglio di salvezza per la protagonista, che anzi si ritrova a fare i conti con un collega e suo terapista (Conan O’Brien, proprio quello dei talk show) sempre più ostile e aggressivo nei suoi confronti e incapace di darle consigli adeguati su come affrontare la situazione. Accusata neanche troppo velatamente di essere narcisista e chiusa nei suoi problemi, l’unica soluzione che viene suggerita a Linda è quella di lasciare scorrere perché tutto si risolverà da sé, se solo smettesse di preoccuparsi così tanto di ogni minimo problema. Ma, ormai, la protagonista è talmente intrappolata nello stress e nelle ansie del suo ruolo di caregiver da faticare a vedere una via di uscita, soprattutto quando nessuno si sforza di aiutarla a trovarne una.

L’osservazione critica di Bronstein nei confronti della terapia però non si ferma qui, perché anche Linda non è una terapista empatica: sballottata dal caos della sua vita, è incapace di stabilire connessioni profonde con i suoi pazienti e, anzi, si rifiuta attivamente di farlo, probabilmente come meccanismo di difesa davanti a una società che, per prima, ha abbandonato anche lei. Alle prese con una giovane madre piena di ansie e depressione legate alla recente maternità, Linda si dimostra inefficace e superficiale nei suoi suggerimenti anche quando la situazione degenera; la sua paziente sparisce nel nulla abbandonano il suo bambino neonato, costringendo la protagonista a fare i conti con un fallimento che non è più soltanto personale, ma anche professionale. Perdendo anche quest’ultimo appiglio, Linda sprofonda ulteriormente in un abisso di (auto)distruzione, dove ogni suo gesto sembra scatenare una reazione a catena che rende la sua vita, e quella delle persone vicine a lei, ancora più complicata.
Bronstein comunque non demolisce il valore della psicoterapia e del suo aiuto professionale, ma piuttosto mette in luce come la salute mentale e la sua cura siano un aspetto estremamente complicato che non può essere ridotto a quarantacinque minuti su un divanetto se poi manca il supporto di una comunità umana al di fuori. Quanto colpisce più profondamente è proprio questa solitudine profonda e a tratti anche narcisista di Linda, che prova a cercare nelle dipendenze una via di fuga dal peso che è costretta a sopportare perché non riesce a trovare nessuno a cui appoggiarsi – se non in qualche raro momento, come quando incontra un vicino del motel (interpretato dal rapper ASAP Rocky, già in Highest 2 Lowest di Spike Lee), con cui instaura il rapporto più umano di tutto il film.

Divertente nella sua assurdità e un attimo dopo difficile da guardare per quanto doloroso, Se solo potessi ti prenderei a calci è un oggetto unico nel suo genere nel raccontare un tema già visto sul grande schermo, ma mai in questi termini. Quanto arricchisce un’esperienza cinematografica già tanto viscerale è sicuramente la performance di Rose Byrne, che con grande precisione e carattere da vita a una protagonista frenetica e distrutta dalle circostanze – e che speriamo possa valerle un meritatissimo Oscar tra qualche settimana. Passato finora un po’ in sordina, Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che va vissuto nel buio della sala cinematografica, perché come pochi titoli quest’anno è in grado di regalare un’esperienza tanto travolgente che forse non vorremo rivivere mai più, ma che di certo non scorderemo tanto facilmente.
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