Non abbiamo mai avuto così tanto bisogno del Muppet Show
Quando qualche mese fa è stato annunciata la produzione di uno speciale del Muppet Show, la notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno: un reboot dello show originale, prodotto da Seth Rogen e con ospiti speciali come Maya Rudolph e Sabrina Carpenter, non è esattamente quello che ci si sarebbe aspettati come proposta di spettacolo televisivo per inaugurare il 2026. Il pubblico è cresciuto, i format televisivi sono cambiati, le speranze sono poche: ma se c’è qualcuno che ancora può sfondare, allora quelli sono i Muppets. L’eredità di Jim Henson risuona come un’eco nelle reti televisive americane e internazionali, grazie alla distribuzione su ABC e in contemporanea su Disney+: il grande ritorno del Muppet Show, in un reboot che ha ben poco di nuovo e che per questo motivo funziona benissimo.

Lo speciale non è né più né meno di quello che ci si immaginava, né di quanto avesse promesso la produzione: lo Show si ripropone nella struttura identica a quella che lo aveva reso famoso tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, con numeri musicali alternati a sketch comici ambientati sia sul palco che dietro le quinte, con protagonista soprattutto Kermit, “capocomico” a suo modo della compagnia più caotica del mondo.
Oggi come 50 anni fa, i Muppets confermano di essere la satira sul mondo dello spettacolo di cui ha bisogno non solo il pubblico, ma il mondo dello spettacolo stesso: lo Show è molto più vicino al varietà nostrano rispetto al vaudeville tipicamente statunitense, che in ogni caso ha avuto uno sviluppo popolare ma molto breve; Henson stesso aveva preso ispirazione dalla tradizione burattinaia europea, e soprattutto dal vecchio music hall inglese, specie quando lo Show è stato approvato (dopo molti rifiuti) per la ATV. Attraverso uno spettacolo dove tutto va a rotoli risolvendosi per il meglio, si descrivono le ordinarie situazioni e i personaggi fuori dall’ordinario che ci ha donato, tra gli altri, la nostra Boris: attori che si credono divi, comici che non fanno ridere, mille comparse che in un modo o nell’altro vogliono far parte dello spettacolo, musicisti spericolati, e qualsiasi tipo di stereotipo che possa accendere una scintilla comica.

Riproporre questa struttura d’intrattenimento e vederla fare dei numeri così alti (a oggi, è uno degli speciali più streammati di Disney+) permette quindi di aprire un discorso molto più ampio sui Muppets e sulla loro percezione da parte non solo del pubblico, ma dei loro “colleghi” attori. Henson è stato in grado di far guadagnare alle marionette lo status divistico in cui si trovano ancora oggi: Kermit la rana non è mai stato semplicemente un pupazzo manovrato da dei ventriloqui, proprio perché la componente “umana” non è mai stata veramente presa in considerazione (cosa che viene spiegata molto bene nel documentario Jim Henson: Idea Man, sempre disponibile su Disney+).
Il pupazzo diventa quindi personalità a sé stante e assume una propria umanità, per così dire, elevandosi a star autosufficiente, allo stesso livello di qualsiasi divo di Hollywood. La considerazione che i “colleghi” attori e la stampa hanno dei pupazzi è il risultato non solo di un sentimento di rispetto collettivo nei confronti del lavoro di Henson, ma anche di un lavoro di auto-critica fine e stratificata — ce ne danno un esempio le recenti dichiarazioni di Emma Stone, le interviste a Miss Piggy e Kermit, o le stesse interviste di Jim Henson ai talk show in compagnia delle sue creature, nelle quali lo spettatore è rapito dal pupazzo e non dal ventriloquo che gli dà voce.
I Muppets ne hanno affrontate di ogni e hanno funzionato su ogni livello transmediale: con la fama del Muppet Show negli anni ‘70 e con i film realizzati dalla Jim Henson Company, sono stati prodotti speciali televisivi, apparizioni, linee di merchandising che variano da giocattoli a riproduzioni dei pupazzi fino a videogiochi, dischi, e quant’altro; ancora adesso, dopo quasi 40 anni dalla morte dell’Idea Man, i Muppets sono rimasti in grado di reinventarsi per funzionare su tutte le piattaforme e tutti i media — si pensi solo a come Kermit sia diventato un vero e proprio meme (e di come le nuove generazioni lo conoscano come tale), al successo sottovalutato della serie the muppets. del 2016, in stile mockumentary, o a come in questo speciale i Muppets stessi siano arrivati all’auto-citazione (intenzionale o meno), con una cover di un successo dei Queen esattamente come quella che li ha resi virali nel lontano 2010.

Il nuovo speciale è quindi realizzato in puro stile celebrativo: le battute fanno ancora ridere nonostante le laugh tracks in sottofondo che sì, ricordano che c’è un “pubblico in sala”, ma fungono un po’ da “linee guida” sul dove ridere; i numeri musicali sono deliziosi, da Islands in the Stream con Sabrina Carpenter (che conferma per l’ennesima volta di essere – è il caso di dirlo – un animale da palcoscenico) fino a un’improbabile cover di Blinding Lights da parte di Rizzo il Ratto, a grande richiesta di tutti coloro che l’hanno amato in Muppets’ Christmas Carol.
E forse è proprio per questo che funziona: una volta tanto, in un reboot non è cambiato essenzialmente niente da quello che aveva proposto Henson negli anni ‘70, spoglio di quell’ammirazione commossa che aveva caratterizzato per esempio il loro film del 2011, quel feeling che fa torcere lo stomaco anche ai più stoici non appena riascoltano Rainbow Connection. È quasi impossibile liberarsene, poiché ogni prodotto relativo ai Muppets porta con sé la creatività di Jim Henson che ancora continua a ronzare, a produrre, a fantasticare; in questo contesto, l’emozione pervade senza invadere, mantenendo il rispetto per un fenomeno mediatico che ha attraversato le generazioni e, appunto, celebrandolo nuovamente assieme ai nuovi fan.

La “nostalgia canaglia” viene addirittura scardinata all’inizio dello speciale: una ripresa lenta sul vecchio teatro di posa, le luci che piano piano vengono accese da una piccola mano verde brillante, un motivo malinconico al pianoforte di sottofondo… e subito dopo Rowlf, che sta suonando il motivetto, che alla domanda di Kermit «Have you been playing this whole time?» risponde: «What d’you think it was? Some kind of sentimental montage in your head? We’re doing the show again, Frog!». È arrivato il tempo di manifestare tutta la propria silliness, quella buffoneria che tiene viva la comicità e dà sfoggio a un prodotto delizioso e che non sente troppo il peso dell’età.
Speriamo solo che questo sia un “semaforo verde” per una futura stagione o rassegna di un nuovo Muppet Show, che abbia sicuramente più fortuna di qualsiasi tentativo televisivo realizzato finora (pensiamo ancora a The Muppets Mayhem) e che sicuramente troverà il pubblico di una volta, adulti ancora bambini attaccati allo schermo, a canticchiare «It’s time to play the music, it’s time to light the lights…»
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