Finale (un’ouverture) – Foto di famiglia in casa Flöz
Arrivare a trent’anni di carriera artistica significa, per una realtà dall’identità così chiara e riconoscibile come Familie Flöz, confermare un percorso di ricerca e consolidamento, un mestiere del fare scenico che si riafferma di produzione in produzione. Tre decenni di costruzione attenta intorno al potenziale dell’effetto espressivo, della costruzione emotiva attraverso il gesto e attraverso quei volti/maschere talmente densi di potenziale comunicativo che appena indossati prendono vita. Con Finale (un’ouverture), questa magia viene messa alla prova su più livelli, coinvolgendo la maieutica attiva del pubblico che, curioso, divertito e sempre incredulo, arriva a toccare con mano il momento alchemico della trasformazione della maschera e della scena; il tutto, in un intreccio di percorsi artistici e di evoluzioni del mestiere, viene ospitato come da tradizione sul palco della Sala Trionfo del Teatro della Tosse, fresco del festeggiamento dei suoi 50 anni, a suggellare una visione comune di quello che sono il fare scena e il lavoro con il proprio pubblico.

Finale, nel suo iniziare sfumato, è una dichiarazione di sguardo: Familie Flöz è sul palco per condividere, per far partecipare. Il pubblico è invitato a superare la barriera della scena e a incontrare la maschera, a toccarne la fattura, ad abitarne l’azione. I membri della compagnia e le persone in sala si confondono in un rapporto di incontro che ha nella nascita del personaggio il suo fulcro e nell’illusione del quadro scenico la sua attivazione. La maschera indossata prende vita e, incorniciata, diventa immediatamente azione, percepita come in situazione: è questo lo stesso effetto narrativo che ha la fotografia, che al suo interno trasforma persone in attori di una scena racchiusa tra quattro margini, ma aperta a tutto il possibile. Così le maschere dei personaggi creati dai Flöz sono volti fotografati, colti un istante prima e un istante dopo qualsiasi possibile azione o espressione, tanto che sono in grado di restituirle tutte.

Uno scatto fotografico, un lampo di luce, un’immersione nel buio. Tutto questo porta in dissolvenza all’inizio del primo racconto, ambientato intorno a un locale Späti di Berlino che prende forma tra i magici riquadri della scenografia in cui si consuma l’incontro di diverse immagini di umanità, tutte sincere e tutte ritratte nel dinamismo della loro relazione. La capacità mimica degli interpreti prende forma nell’esecuzione di una partitura emotiva misurata all’istante, perfettamente ritmata e accompagnata dal tessuto sonoro cucito direttamente sulla scena. La commozione lascia spazio alla risata di gusto; la provocazione risuona con la spinta caricaturale di volti umanissimi; la traiettoria del racconto si riflette nell’immagine dell’istantanea che restituisce nel suo finale, trasformandone la fotografia da ricordo a nostalgia del desiderio.

Un nuovo scatto, una nuova immersione nel buio che fuma nel secondo racconto, più raccolto, che gioca con lo spazio della memoria e l’impreparazione al dolore. I corpi qui sono fragili immagini dell’emotività della maschera, indistinguibili da ciò che indossano e proprio per questo in cerca di una comprensione; la poesia qui sta nel trasformare in volto l’incapacità di comprendere il dolore, col coraggio di raggiungere persino il grottesco, fino all’inevitabile commozione. Ancora uno scatto, ancora una trasformazione da cui emerge uno spazio dalla tridimensionalità estrema, con una profondità inedita, in cui ogni piano scenico è motore dell’azione. Qui la componente mimica raggiunge il suo estremo, con una capacità di evocazione del reale impensabile, seppur riverberata attraverso una narrazione lineare, genuinamente semplice, che chiede al pubblico una partecipazione su un livello che vuole andare ben più nel profondo.

In questi tre racconti si è infatti chiamati ad essere testimoni, sguardi attivi, che danno con la propria presenza forza e senso a ciò che avviene. Si è invitati a farsi esploratori dello spazio scenico e delle sue possibilità, della maieutica delle emozioni e della capacità trasformativa che l’azione – anche di fronte a un volto materialmente rigido – riesce a dare al corpo sulla scena. Fin dall’inaspettata ouverture di Finale, infatti, il veicolo dello spettatore – il personaggio con la macchina fotografica, collettore e cornice del trittico – è raccontato come altro dalla scena, persona “catturata” dalla maschera e chiamata dal primo istante a darvi vita. In questo senso, Finale è e resta esso stesso un’ouverture, perché racconta sempre e comunque le conseguenze di uno scatto, che è irrevocabilmente punto di transito di un racconto, momento inaugurale di una vicenda umana di cui si fa testimone. Lo spettacolo lo mette in scena e lo dona al pubblico prima e dopo il tempo drammaturgico, donando ancor più curiosità per quegli oggetti magici che da maschere sono capaci di trasformare le persone in personaggi.

Nel celebrare i propri 30 anni, Familie Flöz dà sfoggio di un virtuosismo tecnico altissimo, con una capacità ritmica della gestione scenica che lascia stupefatti. Ogni suono e ogni variazione luminosa sono perfettamente cronometrati e misurati, ogni trasformazione è capace di aprire spazi narrativi ed emotivi. La gestione del buio, poi, lascia a bocca aperta: i corpi sono letteralmente inghiottiti dall’assenza di luce che sfuma il passaggio tra i racconti, dimostrando una consapevolezza dell’efficacia visiva semplicemente magistrale. I cinque interpreti sul palco riescono a dare vita a una quindicina di personaggi senza alcuna frizione nell’andamento dei racconti e mantenendo costante il tessuto sonoro, in larga parte suonato dal vivo e anch’esso inaugurato da un effetto di “sfumatura” del proprio prendere il via. Assistere all’evoluzione di questo percorso artistico è e resta l’assistere ad una messa alla prova costante delle possibilità del teatro di figura, genuinamente narrativo, che non ha bisogno di parola, ma che abita la densità significativa del gesto e della rappresentazione.

La prima al Teatro della Tosse di Genova il 24 gennaio – dopo due date al Teatro Chiabrera di Savona – ha visto una sala Trionfo gremita e in fermento da prima dell’inizio a ben oltre la fine della rappresentazione, a dimostrazione di come la realtà genovese sia sempre più naturalmente intrecciata nella sua esperienza creativa e discorsiva con quella di Familie Flöz. Un’unità di intenti che è rima nella concomitanza delle cifre tonde – 30 e 50 anni – e che si riverbera di anno in anno con produzioni genuinamente in dialogo reciproco, capaci di dare autenticamente vita alla dimensione dell’immaginario che fa da sfondo mitologico e fiabesco alla nostra quotidianità.
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