Die, My Love – Che forma ha la salute mentale?
Chi conosce già il cinema di Lynne Ramsay (We need to talk about Kevin, A Beautiful Day – You were never really here), saprà riconoscere che alla regista scozzese piace lavorare sul contrasto tra ciò che è vero e ciò che falso: o meglio, tra esperienza e racconto, mettendo al centro le realistiche percezioni dei personaggi, ma rifiutandosi di spiegare fino in fondo l’esatta evoluzione dei fatti. Die, My Love, uscito in sala lo scorso 27 novembre, non fa eccezione, anzi ne estremizza la direzione e tratta il tema della salute mentale come una questione di forma, prima ancora che di contenuto.
Grace (Jennifer Lawrence) e Jackson (Robert Pattinson) si trasferiscono dalla grande città alla campagna di New York, in una grande casa ereditata da uno zio. La coppia è felice, passionale e in attesa del primo figlio. La nascita del bambino, come in ogni famiglia, sconvolge gli equilibri dei due, gettando però Grace in una voragine pronta a masticarla e sputarla continuamente, mentre chi le sta intorno non riesce a far altro che guardare.

La maternità come dispositivo percettivo
Nonostante la sceneggiatura del film sia tratta dal romanzo Matate, amor di Ariana Harwicz (2012), Ramsay mette da parte la violenza verbale che nel libro è esplicita, e si concentra sul modo in cui Grace percepisce la realtà che la circonda. La condizione vissuta dalla protagonista non viene mai effettivamente diagnosticata, né nominata, ma il suo disagio psichico è tangibile e circoscritto allo spazio domestico. Da qui si arriva al tema della maternità, che pure Ramsey già aveva affrontato in We need to talk about Kevin, e che in questo caso diventa un dispositivo percettivo che determina l’esperienza sensoriale dell’intero film.
Complice l’interpretazione di Jennifer Lawrence che rende tutto sorprendentemente credibile – anche in scene fin troppo esagerate – Ramsey prende uno contesto che dovrebbe essere rassicurante, quello della vita di campagna e della costruzione di una nuova famiglia, e lo trasforma in una minaccia di oppressione, infine, in mezzo di collasso psichico. Ci riesce soprattutto insistendo molto sui gesti ripetuti, sui rumori, su un tempo che non evolve ma ristagna e infine sul corpo della protagonista che è centrale per l’intero sviluppo della trama: Lawrence recita in modo molto sottile, lavorando per scarti minimi e rigidità improvvise, e creando un senso di instabilità sin dalle prime scene del film.

Parlare di salute mentale senza dare una lettura morale
Il confronto con We need to talk about Kevin è inevitabile. In quel caso Eva (Tilda Swinton) doveva fare i conti con la psicosi che aveva portato suo figlio Kevin (Ezra Miller) a compiere una strage. Se lì Ramsay organizzava il trauma della figura materna in una struttura retrospettiva, fondata sulla memoria e sul senso di colpa, in Die, My Love il disagio non viene rielaborato né fa parte di un quadro narrativo più ampio. Non c’è distanza temporale, non c’è possibilità di ricostruzione, addirittura ci sono indizi contrastanti che non rendono possibile identificare in che epoca ci troviamo, a ragione del fatto che la salute mentale non è un enigma da risolvere o necessariamente comprendere, ma una condizione.
Il lavoro sul suono e sul montaggio rafforza questa scelta: la musica entra in modo intermittente, spesso dissonante, il montaggio procede per blocchi e ritorni ossessivi, rifiutando una progressione causale. In questo senso, Die, My Love dialoga con altri film che hanno trattato la salute mentale come esperienza percettiva — si pensi a Melancholia di Lars von Trier — ma ne rifiuta ogni forma di spettacolarizzazione o di risoluzione. Ramsay non offre un percorso di guarigione, tantomeno propone una lettura morale. Mette piuttosto in crisi l’idea stessa di maternità, di protezione e rassicurazione.
Il risultato è un film deliberatamente scomodo, a tratti irritante. Die, My Love non cerca empatia e non vuole rappresentare la salute mentale in senso assoluto. Vuole piuttosto farne sentire il peso, l’opacità, l’irriducibilità a racconto: da questo punto di vista, un esperimento riuscito.
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