Lo squalo, o come Spielberg si prese Hollywood
Il 20 giugno 1975 Lo squalo (Jaws) di Steven Spielberg uscì in 464 cinema americani, e da allora, per quanto sembri una frase fatta, niente è stato più lo stesso. Sicuramente a non essere più la stessa fu la carriera di Spielberg, uno che da quel giorno in poi avrebbe finito per diventare Il Regista per antonomasia, nonché un aggettivo.
Anche la storia del cinema, però, da allora non fu più la stessa: Lo squalo (o meglio Jaws, “fauci”) è infatti unanimemente considerato il primo vero blockbuster per come lo intendiamo oggi (vedi il saggio di Tom Shone sul tema). È il primo film a superare i 100 milioni di dollari d’incasso; il primo film a fare della strategia pubblicitaria e del merchandising delle armi fondamentali; il primo film a riempire le sale nonostante l’uscita estiva; il primo film a essere distribuito in centinaia di sale sin dal primo giorno; il primo film i cui diritti vennero comprati quando il romanzo da cui fu tratto non era nemmeno uscito.

Nonostante anni di apprendistato televisivo culminati nel cult Duel, e nonostante un primo vero e proprio film che aveva ricevuto buone critiche (Sugarland Express, 1974), fino a quell’estate nessuno si aspettava che quel nerd ventottenne con gli occhialoni e il cappellino da baseball potesse diventare il futuro Re Mida del cinema statunitense. Oltretutto in un’epoca in cui i campioni d’incasso precedenti erano “film per adulti” come Il padrino, Il braccio violento della legge o L’esorcista.
Ci si chiede quindi: come ha fatto? Il film di per sé è raccontabile in un paio di righe: un enorme squalo bianco terrorizza una cittadina di mare; il sindaco tiene le spiagge aperte per non perdere soldi; lo squalo divora diversi bagnanti; il capo della polizia, insieme a un oceanografo e a un vecchio lupo di mare, va a caccia del mostro.
Ma è proprio qui che entra in gioco il talento da prestigiatore di Spielberg, che rifacendosi a Hitchcock usa tutte le possibili tecniche registiche per terrorizzarci ma anche divertirci: lo squalo invisibile per buona parte del film, e poi la comparsa da salto sulla sedia («Ci serve una barca più grossa»); la musica iconica dell’allora sconosciuto John Williams; gli attacchi sanguinosi ai bagnanti; le scaramucce godibili tra gli ego maschili dei protagonisti; il monologo memorabile del Capitano Quint (un magnifico Robert Shaw) sulla sorte della Corazzata Indianapolis; il protagonista Brody che, da buon uomo qualunque in cui potersi identificare, ha paura dell’acqua ed è tutt’altro che John Wayne.


All’epoca diversi critici accusarono per questo Spielberg di manipolare il pubblico come un marionettista: Molly Haskell sul Village Voice scrisse «Ti senti come un topo da laboratorio sottoposto a scosse elettriche, che non ha ancora capito come disattivarle»; Stephen Farber sul New York Times rincarò la dose dichiarando che Lo squalo, usando dei meccanismi di manipolazione da riflesso condizionato, appartenesse «alla scuola cinematografica di Pavlov», che il successo del film era dovuto all’enorme battage pubblicitario (ospitate televisive anche otto mesi prima dell’uscita), e che l’enorme successo avrebbe potuto incoraggiare gli studios «a continuare a puntare sul minimo comun denominatore; d’ora in poi sarà quasi certamente un po’ più difficile trovare finanziamenti per film più modesti e significativi».
Non aveva tutti i torti, e tanti in seguito ne hanno voluto al buon Steven, colpevole di fare miliardi con film di (quasi) puro intrattenimento adolescenziale e quindi meritare snobismo dall’Academy e dai critici.
Ma Lo squalo in realtà è lo Spielberg più “chimicamente puro” (probabilmente insieme a Incontri ravvicinati e I predatori dell’arca perduta), perché trova la formula perfetta tra il suo lato da intrattenitore chirurgico (Jurassic Park, Indiana Jones e il tempio maledetto, Ready Player One) e il suo lato più adulto e concentrato sui personaggi, vedi Salvate il soldato Ryan, Il colore viola o Schindler’s List.
È una sorta di sintesi perfetta e difficilmente replicabile tra lo stile ruvido, granuloso, ben scritto e recitato della New Hollywood anni ’70, con i suoi attori dalle facce normali e la sfiducia verso le istituzioni, e il puro cinema d’evasione, il genere horror/avventura che è per eccellenza quello dello svago, il mostro della Laguna Nera contro gli eroi riluttanti. Di fatto il film fece da bozza non solo per innumerevoli imitazioni (tre sequel pessimi, Piraña, L’orca assassina, Abissi…), ma anche per l’industria hollywoodiana degli anni successivi, che avrebbe da allora investito su un’idea molto semplice ma col “volume a 11” (vedi Guerre stellari), con il massimo grado di brividi ed eccitazione possibili, per un pubblico che volesse essere intrattenuto ma senza i risvolti troppo inquietanti de L’esorcista o Rosemary’s Baby.

Lasciamolo dire a uno come Quentin Tarantino che, pur con gusti a volte discutibili, di analisi del cinema se ne intende, e che in un podcast ha fatto una distinzione linguistica acuta tra film (opera cinematografica intesa come arte) e movie (film d’intrattenimento, “filmone” potremmo dire), esprimendosi così: «Penso che Lo Squalo sia il movie più bello mai realizzato. Forse non il più bel film. Per quanto riguarda i movies, però, non c’è niente di meglio de Lo Squalo.
[…] E dimostra quanto fossero mal realizzati la maggior parte dei movies precedenti. […] Erano incarichi assegnati a registi a cottimo che facevano quello che potevano. Era così che eravamo abituati a vedere questi film simili a fumetti, insomma un cinema senza pretese. Al contrario, pensando a Spielberg dici: no, lui lo fa perché questo è esattamente il tipo di film che gli piace! Questo è esattamente il tipo di film per cui è stato messo al mondo! E, mettendoci ogni goccia di sudore, lo renderà il più efficace possibile».
E a causa di quell’abilità da efficacissimo intrattenitore, ancora oggi ogni cinefilo continua a entrare in acqua con un po’ di apprensione.
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