Il bisonte e la ginestra di Barbe à Papa Teatro – Una favola leggera contro il peso dell’addio
Foto di copertina © Francesca Scelfo
A un anno dal racconto su Danilo Dolci, la compagnia Barbe à Papa Teatro è tornata in scena con un nuovo spettacolo, il cui titolo – Il bisonte e la ginestra – potrebbe evocare quello di un film di animazione o una fiaba per bambini; infatti, fuori dai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, alla terza replica di un pomeriggio di marzo, c’erano anche loro ad attendere, insieme ai “grandi”, di entrare in sala. Un pubblico vario per età come anagraficamente trasversale è il target di riferimento di questo lavoro; una pièce breve che mantiene alcuni motivi e strumenti già sperimentati dalla compagnia, riadattati qui, come prima volta, principalmente per gli ultimi nati della generazione Post Millennials.
Uno dei temi cardine – così come fu nello spettacolo dello scorso anno e nel capitolo conclusivo della trilogia dedicata alla Generazione Y – rimane quello dell’unione e della solidarietà reciproca, condensato nel motto (scoraggiante o meno a seconda delle circostanze) che ormai si sente sempre più spesso ribadire: nessuno si salva da solo; qui, però, il pretesto per salvarsi nasce da una storia del tutto diversa, da cui si diramano ulteriori temi di natura collettiva: sul motivo della vecchiaia e sul cruciale momento dell’addio – a cui bisogna in qualche modo prepararsi per lasciar andare un essere a noi caro – si innestano infatti richiami all’ecologia e all’etica, all’integrazione tra specie straniere tra loro, alla pace tra popoli e alla vita intesa letteralmente come viaggio. Si parla in modo generale di “essere”, senza riferimento a persone, perché questa drammaturgia, scritta dal regista e autore della compagnia Claudio Zappalà, non mette al centro l’uomo – che è solo una comparsa o a volte, come accade qui, nemico degli animali e della natura – ma due specie viventi che non hanno apparentemente nulla da spartire se non lo stesso suolo da abitare.
Nancy e Federica (rispettivamente le attrici Trabona e D’Amore che mantengono il loro vero nome in scena) sono le nipotine dell’anziano bisonte Zubar (Totò Galati), desiderose di stare vicine al loro nonno ormai quarantenne che accusa i cedimenti della memoria legati all’età e non le riconosce nemmeno. Esasperate e tristi (nonché sempre pronte a farsi qualche dispetto), non resta loro che unire gli intenti e pensare a un dono d’amore per lui, o meglio tre, visto che sono andate a trovarlo per celebrare il suo compleanno e portargli davvero due regali da scartare; e forse anche per riceverne un altro in cambio, inaspettato, alla fine di questa avventura.

Di cosa si tratterà lo scopriremo lungo il percorso che a Zubar sarà concesso fare per l’ultima volta per rivivere un’altra vita, quella già trascorsa, ma di cui si sta inesorabilmente dimenticando.
Entrando in sala, la scena presenta l’aspetto di un atelier, con al centro una rella carica di abiti; poi lampade e scatole rosa disposte simmetricamente: tra i vari cambi dai vestiti volanti, le finte pellicce marroni e i vestiti a fiori caratterizzano, per l’appunto, i protagonisti del racconto. Gli altri oggetti di scena, oltre ai pacchi regalo, sono le lunghe canne tenute dai bisonti, forse simbolo di una natura mai presente nel concreto: Zubar la tiene sempre con sé, dapprima come bastone per la vecchiaia, poi come strumento di accompagnamento scenografico, e di sostegno e difesa lungo tutto il viaggio, tra le minacce della notte e qualche oasi in cui trovare ristoro o – forse – una casa. Il vecchio bisonte viene riportato coi ricordi alla sua terra d’origine, la foresta di Białowieża, in Polonia, da cui da giovane era stato costretto a fuggire insieme ai fratelli e poi da solo, per permettere la continuazione della specie in luoghi dove non incombeva il pericolo dell’uomo, che lo cacciava per le ambite corna e la pelliccia.
Se fin qui il racconto potrebbe apparire oltremodo serio per un bambino, il registro su cui si costruisce è in realtà leggero e scanzonato, con intervalli di riflessione e dolore che turbano la mente solo per pochi istanti; essi rimarcano piuttosto la cifra stilistica già rilevata in precedenza in altri lavori della compagnia, che qui fa anche un largo uso della musica, curata, assieme alle luci, da Nathan Tagliavini: così come il bisonte conosce i linguaggi e le nuove usanze dei vari paesi che attraverserà, così i brani spaziano anch’essi per genere e provenienza, passando da ritmi spagnoleggianti a inni gioiosi come YMCA, fino alle sofisticate note di Edith Piaf, e sono spesso accompagnati da elementi coreografici.
Inoltre, uno schema fisso per battute e movimenti di scena, ripetuto in tutte e tre le tappe del viaggio, dà anch’esso un senso ritmico e scandito alla performance: un tocco ben studiato e quasi rassicurante sia per facilitare il recupero della memoria di Zubar, sia per consentire una migliore fruibilità, probabilmente pensata anche in funzione dei più piccoli. Nel resto dell’opera, poi, saranno disseminati messaggi e metafore – alcuni maggiormente afferrabili da un pubblico adulto – come il rapporto con la ginestra, onnipresente fiore che cresce ai margini dei boschi e prati dell’Europa, che diverrà familiare per Zubar al punto tale da creare con lei un legame affettivo atipico ma vero, e il cui epilogo costituirà il momento più toccante dell’opera.

L’espediente di vestire i panni del fiore, improvvisato di volta in volta da Nancy e Federica in questa recita dentro la recita, servirà non solo per camuffare la loro identità, che ora non deve essere svelata, ma anche – paradossalmente – per farsi ritrovare dal nonno, la cui memoria pian piano si accende in bagliori fulminei. Non sarà però l’unica sorpresa che coglierà le nipoti, dato che pure il finale le lascerà emozionate e incredule e, come in altri momenti dello spettacolo, le mani strette, evidenziate dall’uso indovinato delle luci e alzate in segno di vittoria, ricorderanno qualcosa di già visto in precedenza.
Il bisonte e la ginestra, dunque, si propone come lavoro complessivamente originale e dai nobili intenti, puntinato qua e là da richiami e simboli già noti a chi già conosce la compagnia, che qui, tra pedagogia e giocosità, fa leva maggiormente sull’espediente comico – riuscito soprattutto nell’imitazione dei fratelli di Zubar e nella figura del platano (una sorta di Cristo redentore pacifista dall’idioma siculo-americano) – lasciando in secondo piano l’aspetto fiabesco e poetico che il titolo poteva far presagire, e che avrebbe potuto lasciare un segno ancora più forte e ridestare al contempo il sognatore bambino nascosto nell’adulto.
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