Jazzy – Dietro le quinte con la regista Morrisa Maltz
La differenza sostanziale tra adulti e bambini sta nel modo di approcciare la vita. Gli adulti talvolta scambiano l’inesperienza dei bambini per ingenuità, e svuotano i loro racconti dell’importanza che meriterebbero. Come se un bambino non potesse essere in grado di riconoscere la felicità e la tristezza, la noia o la stanchezza. Jazzy, il nuovo film di Morrisa Maltz presentato alla diciannovesima Festa del cinema di Roma, è un film fatto di bambini, delle loro vite e del loro modo di sentire. Racconta nello specifico di Jasmine, detta Jazzy, e di Syriah. Le vede crescere fino alle porte dell’adolescenza, quando Syriah all’improvviso smette di parlare con Jasmine e si trasferisce in un’altra città.
È un film con una trama semplice ma incredibilmente toccante, che per un’ora e venti rende i bambini adulti e gli adulti bambini. Nel cast e nella produzione c’è poi Lily Gladstone, che già aveva collaborato con la regista nel suo precedente film, The Unknown Country.
Soprattutto, Jazzy è un film particolare, nato dal montaggio di sei anni di riprese, da attori e attrici che interpretano loro stessi e dagli incontri che la regista ha fatto in quegli anni. Non a caso Morrisa Maltz ha vinto il premio per la Miglior Regia, in quest’ultima edizione della Festa del cinema di Roma. Abbiamo avuto l’occasione di chiederle come e dove è nato Jazzy.

Jazzy Bearkiller Shangreaux e Syriah Fool Head Means, protagoniste del film.
È chiaro sin dalle prime immagini che Jazzy sia un progetto molto speciale. Quando hai iniziato a pensarci? Cosa ti ha dato l’ispirazione?
Nel 2015 io e mio marito siamo finiti in South Dakota per via del suo lavoro. Quando ci siamo trasferiti ho iniziato a girare un film intitolato The Unknown Country – con Lily Gladstone ndr. – nato fondamentalmente dalla noia, dal fatto che mi trovavo in questa zona, viaggiavo da sola e incontravo persone. In quell’occasione ho conosciuto Lainey, la mamma di Jazzy. Lei ha davvero influenzato la traiettoria del film e mi sono avvicinata molto a Jaz e alla sua famiglia in generale. Durante le riprese di The Unknown Country abbiamo filmato molto Jazzy, che all’epoca aveva 5 anni, e quando abbiamo capito in che direzione stava andando il film, ci siamo resi conto che avevamo delle bellissime riprese di Jazzy che non avremmo usato ma che volevamo conservare. Da qui è nata l’idea del film. Abbiamo continuato a filmarla e, quando aveva circa 9 anni, l’abbiamo messa alla prova per vedere se poteva recitare, o meglio fare altro dall’essere semplicemente se stessa. Lei ha superato la prova e a quel punto abbiamo dovuto capire cosa volevamo fare.
Il film racconta la vita di Jazzy e Syriah, seguendo le loro vicende per anni. Jazzy e Syriah sono però i reali nomi delle attrici, alle quali è stato chiesto di interpretare loro stesse. Anche le dinamiche che vediamo nel film sono spontanee o erano previste dalla sceneggiatura?
All’inizio la mia idea era fare un film esclusivamente su Jazzy, poi i miei collaboratori mi hanno consigliato di affiancarle qualcuno, perché sarebbe stato complesso concentrarsi su un solo personaggio. Abbiamo chiesto a Lainey, che ci ha suggerito Syriah, la migliore amica di Jazzy. Da subito abbiamo capito che Syriah aveva tutto un mondo interiore che riusciva a venire fuori attraverso la macchina da presa, era perfetta. Per quanto riguarda le dinamiche, i primi 15 minuti del film sono dedicati alle riprese spontanee dei bambini. Quando poi abbiamo visto il modo in cui Jazzy e Syriah interagivano, in un duo quasi comico, abbiamo scritto una bozza del film, non una vera e propria sceneggiatura. Ci sono alcune scene scritte, o meglio, ci sono scene di cui abbiamo disegnato le linee guida, ma sono comunque basate su storie che Jazzy mi raccontava, storie che accadevano a scuola e di cui sentiva parlare i suoi compagni.
Sono stati davvero 6 anni di riprese? Come le avete organizzate?
Sì, abbiamo iniziato a girare quando Jazzy aveva 5 anni e ci siamo fermati quando ne aveva 12. Bisogna considerare però che le prime riprese appartenevano al girato di The Unknown Country, quando abbiamo iniziato a girare il vero e proprio Jazzy lei aveva 9 anni.

Jazzy Bearkiller Shangreaux e Lily Gladstone in una scena del film.
Nel film si vedono quasi esclusivamente bambini, ad eccezione delle ultime scene. I protagonisti sono loro e il loro mondo spensierato ma capace di ospitare anche la sofferenza, proprio come quello degli adulti. Come hai lavorato con attori così giovani? Come sei riuscita a ottenere interpretazioni tanto chiare e credibili?
Si tratta di bambini di una città del South Dakota che si sono presentati alle nostre open-call, sono tutti fantastici e hanno recitato con naturalezza. Credo che la cosa di cui sono più orgogliosa sia quella di essere riuscita a dare valore ai loro sentimenti. Mi sembra che molti ragazzi mi abbiano percepito come loro amica e non come un’adulta che cercava di dargli delle istruzioni. Il mio lavoro consisteva nel lasciare che i ragazzi prendessero le redini del film e che facessero quello che volevano. Ci sono stati momenti in cui, partendo dalla bozza delle scene, ci dicevano «Noi faremmo così» oppure «Io non direi questo, ma quest’altro» ed è stato per loro fonte di energia. Sento che questa dinamica ha permesso loro di prendere parte al processo di creazione e sono stati bravissimi.
Jazzy e la sua famiglia vivono nel South Dakota e appartengono a una tribù di nativi americani. Che significato ha questo mondo per te e per il film?
Non era un fattore calcolato, è stato qualcosa che è venuto naturale raccontare. Jazzy e Syriah fanno entrambe parte della tribù degli Oglala Lakota e una parte della loro famiglia vive nella riserva, a poche ore di distanza da dove abbiamo girato. Jazzy aveva già collaborato con Lily Gladstone – anche lei nativa americana ndr. – in The Unknown Country e l’ha vista sbocciare in quello che è ora, credo che ne sia davvero orgogliosa. Un aneddoto che posso raccontarti è che quando abbiamo presentato il film al Tribeca Film Festival, ci siamo esercitate a simulare delle interviste con le ragazze e c’è stata una domanda alla quale erano particolarmente felici di rispondere: «Come vi sentite a rappresentare la vostra comunità?». Hanno da subito sottolineato che per loro era un aspetto molto importante. Penso sia davvero bello per due giovani donne essere in grado di provare questo senso di orgoglio, a prescindere dal background e dalla comunità appartengono.
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