Amadeus – I 40 anni della fantasia sul tema mozartiano
Sembra scontato che per celebrare personaggi immortali, monumentali e innovativi debbano essere prodotte opere che rispecchino gli stessi caratteri. Spesso non accade, ma nel mare magnum dei biopic – un genere che negli ultimi dieci anni è stato sulla cresta dell’onda – a distinguersi non è sempre ciò che pedissequamente ricalca anno per anno una vita intera, bensì ciò che lascia un’impressione, un segno duraturo che, anche cavalcando la fantasia, riporta i tratti essenziali e distintivi della genialità. Quarant’anni fa (19 settembre 1984) usciva in sala Amadeus di Miloš Forman, “una fantasia sul tema di Mozart e Salieri” come il regista e lo sceneggiatore Peter Shaffer amavano definirlo, mettendo sin da subito in evidenza, con una dichiarazione d’intenti, l’approccio artistico che avrebbe potuto generare controversie. Il rapporto burrascoso, condotto da una rivalità unilaterale, tra i due compositori non è frutto della fantasia di Shaffer, bensì una prospettiva d’ispirazione romantica che trova fondamento nel Mozart e Salieri di Puškin, aprendo la strada a una accurata analisi e rilettura di due personalità forti e talenti indiscussi che si sono confrontati e scontrati nella Vienna di Giuseppe II.
Nel 1823 l’ormai anziano Antonio Salieri (F. Murray Abraham) tenta il suicidio invocando il perdono di Mozart e assumendosi la colpa della sua morte. Salvato dai domestici e internato in un manicomio, il compositore riceve la visita di un sacerdote che lo invita a confessare i suoi tormenti. Da qui prende il via una dinamica ricostruzione della vita di Salieri: le umili origini, il miracolo divino, ovvero la morte del padre e il successo, e in fine la vendetta del medesimo che lo porta a doversi confrontare con la genialità del suo “figlio prediletto”: Wolfgang Amadeus Mozart (Tom Hulce), con il solo scopo di umiliarlo e mostrargli la sua infinita mediocrità.

Una gara, dunque, quella di un uomo contro Dio: Salieri, che ha fatto voto di obbedienza e castità (storicamente aveva otto figli e alcune amanti, come da buona regola di corte) in cambio del successo, si vede superare, umiliare e sbeffeggiare da una “ridacchiante oscena creatura” che prima di conoscere dal vivo idolatrava per il suo talento e che, una volta incontrato, disprezza per il suo comportamento volgare e il suo spavaldo libertinaggio. Distruggere Mozart che dell’Altissimo è la voce melodiosa e la punizione per chi troppo ha desiderato, diventa la crociata personale del compositore italiano che mette in campo ogni forma di scorrettezza per sabotare il collega. Forman sceglie un taglio ben preciso da dare alla sua storia: passa da punto di vista a punto vista, da quello di Puskin, a quello della sua macchina da presa, a quello di Salieri, che nascosto scruta, spia e calcola. Il primo incontro dei due compositori ne è il cardine: Salieri, occultato dietro alla tavola di un rinfresco, osserva le squallide performance amorose di due giovani di cui non conosce l’identità; solo all’incipit musicale di un concerto iniziato senza il direttore d’orchestra, scoprirà quella gretta creatura non è altro che il celebre e lodato enfant prodige sulla bocca di tutta la nobiltà europea. Prende così vita una marcata connotazione che vuole l’italiano doppiogiochista, infido e spregiudicato, mentre il salisburghese, seppur saccente e superbo, ingenuo e limpido a tal punto da fidarsi di colui da cui dovrebbe diffidare.

Seppur lontano per ambientazione e genere dai lungometraggi precedenti di Forman, Amadeus aderisce tematicamente al percorso del regista poiché ancora una volta si sofferma su quelle figure fuori dagli schemi che non sanno o non vogliono aderire a una convenzione comune e preferiscono la solitudine o l’emarginazione, a un tradimento dei propri valori personali: Mozart contravviene al volere dell’imperatore, non si abbassa a chiedere aiuto, non si mostra collaborativo e accondiscendente verso i colleghi o quelle figure di spicco che a corte potrebbero garantirgli privilegi, Wolfgang è fedele solo alla sua arte, alla musica che gli risuona in testa che rima con la sua sregolatezza, tanto da portarlo alla solitudine, abbandonato anche dalla moglie e dal figlio che torneranno solo al suo capezzale. La stoica intemperanza del genio si scontra con le abilità manipolatorie del rivale che considererà fino alla fine il suo unico amico con cui condivide esclusivamente un latente senso di colpa. Se Forman nella prima parte delle sue tre ore di film esalta la grandiosità dell’essere artista, nella seconda ne evidenzia l’umana fragilità che porta al logoramento manifestatosi con il lutto. Per Mozart è la morte del padre a generare il peso del senso di colpa, per Salieri la convinzione di essere stato l’assassino del rivale. Entrambi cercando la redenzione attraverso la musica: il primo con l’atto conclusivo del Don Giovanni, il secondo cercando di concludere sotto dettatura il Requiem, inutile sottolineare come questi atti siano vani. E’ dunque un gioco di specchi, di rimandi, di somiglianze disseminate lungo il cammino di un calvario comune, quello che mette in scena Forman attraverso l’accuratezza del dettaglio di luci, costumi, musiche, inquadrature. La forma perfetta che contiene l’imperfezione umana trasportata, oltre che dai gesti e dalle parole, dalla travolgente musica di Mozart adattata alle situazioni e pronta a salire in crescendo nei momenti più drammatici e concitati. Amadeus nel suo essere anche un’evocazione di intenti mozartiani, si conferma un unicum della storia del cinema, un film a più livelli di lettura eppure fruibile da ogni genere di spettatore, un’opera colta e popolare, comica e drammatica, legata a volti e nomi che ai loro personaggi sono rimasti indissolubilmente legati e che ne sono diventati sani portatori di una identità di celluloide incancellabile. E se il Salieri su pellicola si proclama “re dei mediocri” quello restituito da Murray Abraham diventa un’altissima vetta di recitazione sovrastata e accompagnata dalla risata equina del Mozart di Hulce che reclama il suo doveroso spazio.
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