Il sovrano dell’immaginario – Una raccolta di interviste a Steven Spielberg
Nella storia del cinema non c’è un regista paragonabile a Steven Spielberg per iconicità, prolificità, successo commerciale e capacità di influenzare con un talento tecnicamente mitopoietico la cultura pop dell’ultimo mezzo secolo. Nato nel 1946 a Cincinnati, nell’Ohio, unico regista al mondo ad essere candidato all’Oscar almeno una volta per decennio, Steven Spielberg è stato l’alfiere di punta della New Hollywood, il primo regista a superare i cento milioni di dollari di incasso in Nord America con Lo Squalo, film che inventò il concetto stesso di blockbuster. La sua ricca filmografia inizia nel 1971 con Duel, film trasmesso in tv negli USA ma passato con grande successo nelle sale in Europa, ed è tuttora in corso: l’ultimo titolo, The Fabelmans, il più autobiografico della sua carriera, è del 2022, e anche se non c’è stato ancora un annuncio ufficiale di un nuovo film di Spielberg rumors da Hollywood vorrebbero che gli siano stati attenzionati negli ultimi mesi diversi progetti, non ultimo un clamoroso ingresso nel mondo dei cinecomics.

Wudz Edizioni, neonata casa editrice fondata nel 2024 da Marco Gallorini e Damiano Scaramella, ha scelto come primo titolo del suo embrionale catalogo Io sogno per vivere, raccolta di interviste a Steven Spielberg curata da Bret Notbohm e Lester D. Friedman. Le interviste scelte per il volume raccolgono un arco di tempo decisamente ampio, dal 1974 della prima intervista, raccolta da Take One per parlare di Duel, di Sugarland Express e dell’imminente Lo Squalo, fino al 2018 di Ready Player One, su cui si sofferma l’ultima intervista, per il Los Angeles Times, condivisa da Spielberg con Ernest Cline, autore del romanzo da cui il film era tratto.
Passaggio ineludibile in questa raccolta di interviste è la vocazione di Spielberg per il cinema e i suoi primi, rapidi passi nell’industria. Come viene più volte rievocato nel corso del volume, la passione per il grande schermo si era sviluppata in Spielberg sin da bambino “perché mio padre faceva molti filmini durante i nostri viaggi in campeggio. Mio padre portava con sé la videocamera e filmava le gite, e noi ci sedevamo a guardare il filmato una settimana dopo”, come si vede anche in The Fabelsman. Coinvolgendo amici come aiutanti e attori, ma svolgendo in prima persona gran parte dei ruoli di una troupe cinematografica e arrivando presto a sviluppare dei veri e propri effetti visivi attraverso giochi ottici sulla pellicola, Spielberg ricorda che “ho girato i miei primi film, filmini amatoriali in 8 mm, 16 mm, 35 mm, per un periodo di dieci, undici anni. Poi ho fatto un cortometraggio in 35 mm; ho trovato un finanziatore, mi ha dato 10.000 dollari e l’ho realizzato. Sid Sheinberg, il presidente degli Universal Studios, lo vide e mi fece un contratto a termine per lavorare in televisione”.

Io sogno per vivere è una raccolta appassionante di testimonianze di Spielberg e su Spielberg anche in virtù dell’ampio arco di tempo affrontato dal volume, che delinea in pieno la parabola del regista da giovane emergente a cavallo tra tv e cinema a mostro sacro dell’industria cinematografica mondiale. Anche se il successo di Spielberg fu pressocché immediato dopo una gavetta celere trascorsa comunque a seguire produzioni ad alto calibro per la Universal, le interviste degli anni settanta lasciano addirittura emergere dei margini di insicurezza: “ho tutti gli strumenti, ma non ho ancora la padronanza della lingua. È come imparare il francese. Sono al terzo anno di francese e me ne mancano circa tre prima di poter andare là e parlare con le persone senza che queste mi dicano: ‘Sei un americano, lascia che ti parli in inglese’. Sento che ho ancora molta strada da fare. Lo squalo per me è un esercizio di regia, ma appunto è un esercizio”. Di tanto in tanto Spielberg lascia anche affermazioni elogiative sui suoi collaboratori più stretti, come il ricorrente direttore della fotografia Janusz Kamiński e ancor di più il compositore cinque volte premio Oscar John Williams: “su Johnny Williams ho pochissimo controllo, a parte il fatto che ascoltiamo musica insieme e che gli mostro il mio film cercando di parlargliene e di dargli un’idea dei miei gusti in fatto di atmosfere musicali. Ma una volta che Johnny si siede al pianoforte, il film è suo, la colonna sonora è sua. È il suo progetto originale, una sovrapposizione”.

A poco a poco, da queste interviste di Spielberg si delinea un vero e proprio metodo di regia. Lo Spielberg degli anni settanta era particolarmente attento alla preparazione e alla delineazione di storyboard dettagliati prima di girare, soprattutto dopo l’esperienza di dirigere Lo Squalo contando su un tempo ridotto di pre-produzione. Già del giovanile Duel rimase impresso ai dirigenti televisivi che seguivano il progetto il “production board” su cui il giovane Spielberg aveva progettato, scena per scena e quasi inquadratura per inquadratura, l’andamento visivo e narrativo del film. Questo atteggiamento cambiò con E.T.: “ho deciso che ero stanco di passare due mesi con un pezzo di carta e una matita e un paio di disegnatori a interpretare le mie figure, e ho deciso di improvvisare E.T. Questo lo ha reso un film molto spontaneo e vitale”.
Via via che il successo commerciale dei suoi film cresce, Spielberg si fa strada a Hollywood anche come produttore, proprietario della società Amblin Entertainment, e vero e proprio uomo d’affari, e varie delle interviste raccolte nel volume da Notbom e Friedman lo vedono anche promuovere film prodotti ma non diretti da lui come 1964 o Ritorno al futuro di Robert Zemeckis e Poltergeist di di Tobe Hooper. In realtà, l’attenzione per le componenti produttive e distributive dell’industria cinematografica e la necessità di seguire personalmente anche la fase di marketing dei suoi progetti vennero avvertite da Spielberg sin da Sugarland Express, il suo primo film concepito espressamente per il grande schermo, a suo avviso involontariamente autosabotato con la scelta di distribuirlo durante una stagione particolarmente ricca, sovrapponendosi tra l’altro a La rabbia giovane, il film d’esordio di Terrence Malick che trattava di tematiche non dissimili.
In varie interviste inoltre Spielberg definisce Sugarland Express come l’unico film della sua carriera per cui avrebbe cambiato tutto se lo avesse dovuto rifare da capo, disegnando tutta la prima metà del film dalla prospettiva del capitano Tanner di Ben Johnson, e alludendo ai ragazzi in fuga solo attraverso le voci dalla radio della polizia o inquadrature in lontananza di tre teste. Sorprendente, sul versante commerciale, l’affermazione provocatoria di Spielberg, a metà degli anni novanta, secondo cui i registi e gli attori di alto calibro non dovrebbero più prendere degli anticipi per girare i film, ma una percentuale significativa sulle gross revenues dei loro progetti: “a dire il vero, io non prendo uno stipendio da moltissimi anni, ho sempre ricevuto percentuali degli incassi e mi sento in diritto di affermare che ciò non mi ha reso più povero”, è la conclusione di Spielberg.

Particolarmente impressionante il racconto, da parte di Hohn H. Richardson di Premiere, del set polacco di Schlinder’s List, con residenti locali scampati all’Olocausto impressionati dall’apparizione delle S.S. in costume sul set. Altrettanto sorprendente, e rivelatrice delle interconnessioni tra il cinema di Spielberg e la grande storia, è la trasparente ammissione che il suo remake de La guerra dei mondi con protagonista Tom Cruise si debba intendere come un film post-11 settembre a tutti gli effetti: “il romanzo di Wells è stato trasformato in film diverse volte, specie in tempi di crisi internazionale: la Seconda guerra mondiale era appena iniziata quando Orson Welles terrorizzò milioni di americani con la sua leggendaria versione radiofonica. Quando la prima versione cinematografica arrivò nelle sale nel 1953, gli americani avevano molta paura di un attacco nucleare da parte dell’Unione Sovietica. Anche la nostra versione arriva in un momento in cui gli americani si sentirono profondamente vulnerabili”.
La questione storico-politico si fa particolarmente stringente nel caso di Munich del 2005, uno dei film meno noti e compresi della filmografia spielberghiana, incentrato su una spia del Mossad incaricato di eliminare fisicamente i filopalestinesi responsabili dell’attentato alle olimpiadi di Monaco del 1972, un film per cui, dice quasi scherzosamente il regista a Roger Ebert, Spielberg è stato accusato variamente di essere anti-israeliano, anti-palestinese, o colpevolmente distante da entrambi gli schieramenti. “Come ebreo sono consapevole di quanto sia importante l’esistenza di Israele per la sopravvivenza di tutti noi”, dichiara senza possibilità di equivoco Spielberg in un’intervista per il giornale tedesco Der Spiegel, salvo poi ribadire di aver conosciuto la vera spia del Mossad sulla cui storia Munich era basato, e di credere sostanzialmente alla sua versione dei fatti.

Io sogno per vivere è insomma un notevole documento per approcciarsi alla filmografia di Spielberg. Nelle sue risposte il regista de Lo Squalo e di Jurassic Park non raggiunge mai la profondità concettuale di altri libri-intervista che hanno fatto la storia della critica cinematografica – come Non ho risposte semplici, curato da Gene D. Phillips facendo una selezione tra le già poche interviste a Stanley Kubrick, o il doppiamente leggendario Il cinema secondo Alfred Hitchcok intervistato da François Truffaut – ma si avverte la profonda e genuina passione per un linguaggio che dopo cinque decenni di frenetica attività ancora non ha stancato questo demiurgo dell’immaginario pop. L’ultima intervista raccolta nel volume ha inoltre il pregio di lasciare la testimonianza di una frase di Stanley Kubrick poco nota agli studiosi, forse detta a Spielberg in un colloquio ad personam: “vivo per il giorno in cui contribuirò a cambiare la forma narrativa”.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.
[…] è proprio qui che entra in gioco il talento da prestigiatore di Spielberg, che rifacendosi a Hitchcock usa tutte le possibili tecniche registiche per […]