True West – Dentro la vita di Sam Shepard
Sam Shepard rappresenta una delle figure più trasversali della cultura americana del secondo Novecento. Nato nel 1943 e morto nel 2017, Shepard è stato variamente drammaturgo, attore, sceneggiatore, scrittore, nonchè regista di teatro e cinema e co-autore di canzoni per alcuni dei più importanti cantautori americani, uno su tutti Bob Dylan.
Nel cinema d’autore, le sue due collaborazioni più prestigiose sono state senza dubbio quelle con Michelangelo Antonioni per la sceneggiatura di Zabriskie Point e con Terrence Malick per il suo ruolo da coprotagonista – e, pare, da dialoghista non accreditato – ne I giorni del cielo. Candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione del pilota Chuck Yeager nel film storico Uomini veri del 1983, come interprete Shepard ha spaziato molto tra i generi, specializzandosi soprattutto sull’action a medio budget negli ultimi decenni della sua vita. Di suo, Shepard nasce e fino all’ultimo si è sentito soprattutto un drammaturgo teatrale, e la sua pièce più celebre, Buried Child, gli ha fruttato il premio Pulitzer nel 1979. Tra gli altri titoli del suo ricco curriculum teatrale spiccano True West, Savage/Love, Fool for Love, A Lie of the Mind e The God of Hell.

True West – La vita, il lavoro e i tempi di Sam Shepard è anche il titolo della biografia che il giornalista musicale e scrittore Robert Greenfield ha dedicato a questa complessa figura. Il libro, recentemente edito in Italia da Jimenez, affronta tutti e sette i decenni di esistenza di Shepard, addentrandosi tra le sue molte facce con un uso attentissimo delle fonti e delle testimonianze. Grande risalto viene dato, oltre al racconto delle sue più importanti collaborazioni cinematografiche, al complesso rapporto di amore e odio che unì e separò Shepard e Bob Dylan ai tempi del Rolling Thunder Revue, la leggendaria tournée di Dylan degli anni settanta, per la quale Shepard venne chiamato a supervisionare il documentario che doveva raccontare il tour.
Memorabile il messaggio di addio con cui Shepard abbandonò momentaneamente l’entourage di Dylan: “non voglio tornare agli anni sessanta! Gli anni sessanta facevano schifo ai cani! Gli anni sessanta non sono mai esistiti!”. Tra infiniti dissidi creativi la collaborazione fu complessa per entrambe le parti in causa, ma nonostante i frequenti litigi Shepard si ritrovò anche ad essere co-autore della canzone Brownsville Girl del celebre album Knocked Out Loaded, pubblicato nel 1986. Notevole nello stesso periodo anche la pubblicazione su Esquire di un’intervista a Dylan riscritta da Shepard a mo’ di pièce teatrale, col titolo suggestivo di True Dylan.

Non meno difficile fu la collaborazione con Malick sul set de I giorni del cielo, un film non per nulla passato alla storia per la durata mastodontica delle riprese e la complessità dei rapporti tra il regista texano e la troupe, inizialmente poco convinta dalla scelta naturalistica di fotografia compiuta da Malick e dal suo direttore della fotografia Nestor Almendros. “Benché non avesse letto la sceneggiatura prima di accettare il ruolo del Contadino, Shepard aveva molto apprezzato una cosa che Malick gli aveva confidato durante una delle loro conversazioni iniziali”, racconta la biografia di Greenfield. “‘Terry mi ha detto molto presto che voleva fare un film muto. Non voleva dialoghi e io sapevo cosa intendeva: in un certo senso i dialoghi coinvolgono gli spettatori sempre un po’ troppo. Voleva quasi che la lor fosse un’esperienza voyeuristica, che si facessero testimoni dell’immagine’”.
Nel caso de I giorni del cielo, gli attriti non furono tanto tra Malick e Shepard quanto tra Shepard e la produzione: dalla scelta iniziale di raggiungere il set in Canada in macchina, percorrendo 2500 chilometri a spese della produzione, fino al repentino abbandono del set prima di effettuare tutti i reshoot richiesti, per anni Shepard avrebbe rievocato l’esperienza de I giorni del cielo come un periodo di ansia, isolamento ed estraneità rispetto al contesto in cui si era trovato per la prima volta a ricoprire per il grande schermo un ruolo di rilievo. A complicare ulteriormente le cose ci fu il triangolo amoroso che si venne a creare tra lui, Richard Gere e la protagonista femminile Brooke Adams, che sembrava replicare le dinamiche tra i tre personaggi sullo schermo.

Com’era inevitabile in un racconto completo della sua vita, True West di Greenfield si dilunga, ma senza indulgere nel gossip, sulle molte relazioni sentimentali che Shepard ha intessuto fino agli ultimi anni della sua vita. L’elenco è pieno di nomi sorprendenti, come quello di Patti Smith, O-Lan Jones, Jessica Lange, con cui è stato sposato dal 1982 al 2009, Joni Mitchell, a cui ispirò Coyote, fino ad arrivare all’ultima compagna, Mia Kirshner. Emozionante a tal riguardo nella biografia di Greenfield il racconto di come Patti Smith si riavvicinò a Shepard nell’ultimo periodo della sua vita, aiutandolo a portare a termine Quello di dentro, frammentario memoir dato alle stampe a febbraio 2017, appena cinque mesi prima della morte del drammaturgo, per le conseguenze di una grave forma di sclerosi. Candidamente, Quello di dentro, così come il precedente Diario di lavorazione, racconta in tutta la sua complessità e grettezza la vita di Shepard: un’esistenza invidiabile sul piano creativo e artistico ma disseminata di infiniti litigi, rotture, miscomprensioni, in cui la conflittualità caratteristica dei drammi teatrali sembra poco più di un’eco in confronto alla ruvidezza dell’esistenza del drammaturgo.
“La rottura della famiglia non è tipica americana; accade in tutto il mondo. Siccome sono nato in America, a emergere è la famiglia americana, ma non mi interessa scrivere un trattato sulla famiglia americana. È ridicolo”, disse nel 1984 Shepard, quando già l’etichetta di drammaturgo americano cominciava a stargli stretta. Eppure è difficile immaginare una figura più manifestamente endogena alla cultura americana quale fu Shepard: un uomo capace di attraversare e di collezionare i più grandi successi e collaborazioni nei mondi iper-concorrenziali del teatro, del cinema e della musica di fine Novecento, trovandosi ad essere testimone, ispirazione indiretta o in alcuni casi co-protagonista di molti dei momenti clou della storia, della cultura e dell’immaginario popolare dell’America di fine secolo. “È una curiosa ironia del caso che Sam Shepard sia morto proprio adesso”, commentò Paolo Mastrolilli su La Stampa pochi giorni dopo la sua morte.
“Lui, che era frutto di quelle debolezze dell’uomo bianco americano che aveva raccontato, cresciuto nella durezza del West, scompare proprio mentre il bianco americano lancia l’ultimo grido per la sua sopravvivenza”. In True West di Greenfield, il racconto crudo, realistico e a tratti epico che lo Shepard drammaturgo seppe tracciare della sua America – e, quando il film glielo consentiva, anche lo Shepard attore – fa brillantemente pendant con la reale esistenza di Shepard, ricostruita attentamente in tutte le sue relazioni, scenari, spostamenti, tentativi, fallimenti e vittorie. “Sono davvero un americano. Sono stato fatto in America. Nato e cresciuto qua. Ho sangue americano. Sogno sogni americani. Scopo ragazze americane”, diceva una battuta di Operation Sidewinder, una commedia di Shepard surreale e a tratti fantapolitica messa in scena la prima volta nel 1970. Condannato dal suo stesso immaginario: è questo il paradosso della vita di Sam Shepard che la biografia di Greenfield mette grandiosamente in luce.
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