#PFF19 – La bête

English version below

Per quest’edizione Birdmen è media-partner del Pentedattilo Film Festival, il festival internazionale di cortometraggi che si svolge a Pentedattilo (Reggio Calabria) dal 19 al 22 settembre. Qui le nostre recensioni in anteprima. Una selezione di sei elementi della redazione comporrà la giuria per la Sezione Thriller. Leggi cosa è successo durante l’edizione precedente!


Attraverso un alternarsi di inquadrature in dettaglio (l’occhio di un caprone, con pupilla dilatata; i ciuffi d’erba, i musi delle bestie) e di distorsioni ottiche sul gregge, comincia La bête di Filippo Meneghetti (sceneggiatore e regista), un horror, probabilmente, con piacere giocato sull’aspettativa della paura, su sottili giochi di addensamento della tensione.

Verosimilmente, la vicenda si svolge in un villaggio della Francia rurale, in tempo imprecisato (ma i costumi rivelano un passato). Un bambino e suo nonno gestiscono un piccolo gregge di capre: la “vitalità”, cioè l’importanza del gregge nelle loro vite, come probabile unica fonte di sostentamento, è chiara fin dalla sequenza del taglio del formaggio, un passaggio di testimone, per cui il bambino sottrae il coltello al nonno per tagliare lui stesso il formaggio e offrirglielo, in un ribaltamento che allude a una serie di rituali religiosi (il vecchio riceve il pezzo di formaggio con il palmo verso l’alto, e il bambino persino gli serra le dita attorno, come per dire di tenerlo stretto), all’ereditarietà dei ruoli, all’inevitabile cambio che verrà, allo scorrere naturale del tempo.

Ma lo scorrere “naturale” del tempo viene interrotto da un “sovrannaturale“: il caprone si allontana dal gregge e il bambino gli corre dietro, in un eccesso di cura, probabilmente “tentato”, ma sarà chiaro più avanti. Attraversa un fiume, seguito dal cane, e nel tentativo di prendere per le corna la bestia scivola e cade in un fosso apparentemente senza fondo (lo si comprende dall’assenza di rumori, dall’assenza di luce, persino dalla frenesia delle inquadrature).

Il film si gioca interamente su una strategia di tensione fondata sulle “premonizioni“: sequenze e inquadrature che aruspicano – attraverso una corrispondenza che può essere metaforica (la madre del bambino, forse, che trova nel fondo d’un barile d’acqua un uccello morto – inquadratura tra l’altro che per posizione riprende quella a seguito della caduta), geometrica (la ricordata pupilla del caprone, che in tutto ricorda il frame del “fosso”, con la terra attorno paragonabile ai residui di iride), eccetera – che insomma anticipano il finale inevitabilmente tragico.

La_Bete_2

Di fatti, non appena avviene la “caduta”, è in tramonto il sole, al villaggio si serrano porte e finestre, suonano le campane. Significa: superstizione, paura del buio. Il vecchio chiede soccorso ai villani, che con diverse rimostranze lo seguono, attraversano il fiume e attorniano la buca. Ma lì risiede il male, si dice che abiti il diavolo. E sono perciò immediatamente chiari i richiami visivi alla simbologia del demonio (a partire dal caprone) e le reticenze, i silenzi macchiati di versi di cornacchie, il vento sui prati.

I tentativi di soccorso sono inutili, un altro ragazzo rischia d’essere preso dal fosso, di scomparire in una caduta senza fondo. Fuggono tutti, dal terrore, per delle urla disumane: rimane solo il vecchio, finalmente è manifesta la sua cecità (o parziale – quando gattoni tenta di fissare la corda per calarsi), e si comprende anche che i gesti quasi cristologici del bambino, il soccorso che gli garantiva, in realtà erano una forma di cura diretta, di preoccupazione parentale. Un gioco di smantellamento, seppur sottile, dei richiami in origine e al contempo un rafforzo, perché la realtà del corto non è razionale, ma ambigua, e il mostro, il demonio, si presentifica, se non in carne, almeno nelle sue possibilità sonore, nel buio, nelle belve.

Attraverso una regia minuziosa, attentissima ai dettagli e a operazioni metonimiche, con gusto dell’inquadratura ribaltata (spesso dal fondo) – Filippo Meneghetti dà luogo a un prodotto di livello altissimo, scritto con esattezza e pochissimi orpelli, cupo e originale.

Il cortometraggio ha ottenuto il premio ex-equo come miglior Thriller del Pentedattilo Film Festival, XIII edizione.

Per lo stile dettagliato, per cui l’orrore viene annunciato, alluso attraverso particolari strategie retoriche, e a conclusione, solo parzialmente, intravisto; per l’intensità emotiva e relazionale; per la fotografia cupa, adeguata a un ambiente in continua tensione; per l’eccellente prova attoriale – il premio ex-equo come miglior Thriller del Pentedattilo Film Festival va a La Bête di Filippo Meneghetti


[English version by Serena Demichelis]

La bête by Filippo Meneghetti

With this edition Birdmen is media-partner of Pentedattilo Film Festival, the international short movie festival held in Pentedattilo (Reggio Calabria) from Sept. 19th to Sept. 22nd. Here is the preview of our reviews. Six of our editors will form the jury of the Thriller section. Read what’s happened last year!


Through an alternation of detailed frames (the eye of a goat with widened eyeballs; grass tufts; animal snouts) and optical distortions on the herd, begins La bête by Filippo Meneghetti (scriptwriter and director), a horror played on the expectation of fear, on subtle games of growing tension.

Most likely, the story takes place in a small village in rural France in an unidentified temporal frame (although we can infer from the costumes that events are set in the past). A child and his grandpa manage a small herd of goats: the element of vitality, the importance of the herd for their lives as their (possibly) only source of survival, is clear since the sequence in which we see the kid cutting goat cheese and offering it to the grandfather after having taken the knife directly from the hands of the old man, in an inversion of roles which alludes to a series of religious rituals (see how the old man receives the slice of cheese with his hand upwards while the kid grabs the hand firmly with his fingers, as if to say that the man should hold on to the piece of food), to roles legacy, to the inevitable change that is to come, to the natural flow of time.

Yet, the natural flow of time is interrupted by the “supernatural”: the he-goat runs away from the herd and the kid zealously chases him, probably somehow “tempted”, though the element of temptation will become clearer later. He crosses a bridge followed by his dog and while trying to grasp the beast by its horns he slips and falls in a bottomless pit (the absence of a bottom can be sensed through the absence of noises and light and from the frenzy of the frames).

The movie is entirely based on a strategy of building-up tension which relies on “premonition”: sequences and frames divine – through correspondences which can be metaphorical (as it happens when the kid’s mother finds a dead bird on the bottom of a barrel full of water and we see the event through a frame that recalls the one picturing the fall in the pit), geometric (the he-goat’s eyeball, mentioned above, mirrors the pit in its blackness surrounded by the brown of the iris) and so on and so forth – the inevitably tragic ending.

In fact, right after the kid “falls”, the sun is setting, the villagers shut their doors and windows, bells ring. This all means superstition, fear of the dark.  The old man asks the villagers for help and they follow him, though with a good degree of grievances: together they cross the river and surround the pit. But that’s where evil resides, that’s where they say the Devil lives. All the diabolic symbols which have thus far been visually present in the film (starting with the goat) become clear, as do the grievance, those silences interrupted only by the cries of the crows, the wind on the fields.

Attempts of rescuing the child are useless, another kid risks being taken by the pit and disappearing in a bottomless fall. All run away out of fear when inhuman cries come from the pit: only the old man stays behind, his (partial) blindness finally revealed when he tries to fix a rope on all fours to enter the pit and the viewer also understands that the Christological gestures of the kid, the rescuing, are all actually a form of parental preoccupation, of direct care. A game of unveiling and of recalling the origin, at the same time strengthening it, because the reality of the short isn’t a rational one but an ambiguous one and the monster, the devil, appears, if not in flesh and bone, at least in its sounds, in the darkness, in beasts.

Through accurate directing, attention to details and to metonymic operations, with a taste for inverted framings (often bottom-up), Filippo Meneghetti creates a product of extremely high quality, written with precision and few ornaments, gloomy and original.

69090836_10157496305258428_5558431410445877248_o

Annunci

Rispondi