The Death and Life of Xavier Dolan: lo spettatore riflesso

The Death and Life of John F. Donovan è Xavier Dolan moltiplicato per sé stesso, è Xavier Dolan alla seconda: cosa dovevamo aspettarci? Ogni attore e ogni personaggio in scena è lui, le sue scelte, il suo stile, la sua identità; in questo film più che mai. È Rupert Turner bambino (Jacob Tremblay) che nel film ne incarna fisicamente la probabilissima infanzia passata a sognare e desiderare con ardore un futuro nel mondo del cinema (sogno realizzato), tanto da portarlo realmente a scrivere lettere (dichiarata, almeno una) a Leonardo Di Caprio. È Rupert Turner giovane adulto (Ben Schnetzer), soprattutto lui, spocchioso e arrogante, faccia a faccia potremo dire con il pubblico, che sospinto e incalzato “lo intervista” su cosa di nuovo porta in sala. È John F. Donovan (Kit Harington), star del piccolo schermo (il suo amato River Phoenix?), apprezzato, adorato, idolatrato e dal quale non ci si può aspettare un passo falso, “non se lo può permettere”, eppure è quello che accade. La narrazione e l’opera in sé hanno lo stesso esito: un fallimento.

Oppure John F. Donovan è un film per tutti e per nessuno, nemmeno per quei “pochi” che si sono innamorati del suo cinema; per questo probabilmente è azzeccatissimo il titolo italiano (e francese) La mia vita con John F. Donovan, dove sarebbe proprio Dolan ad affermare che si parla di lui, della sua vita, della sua identità di cineasta. L’identità è la lente attraverso la quale siamo portati a guardare il suo film. Spezzato nella sua stessa struttura, uno specchio lo divide e crea due scenari. L’intervista ambientata nel 2017 separa la narrazione: da una parte vediamo riflessi i flashback, i ricordi e l’invenzione inverosimile di un bambino che scrive lettere al suo idolo e se ne immagina la vita – quello che si dice appunto “farsi un film” – ovvero la fabula piuttosto lineare dell’amicizia epistolare tra Rupert e John a partire dal 2006; mentre riflesso dall’altra parte c’è proprio il pubblico, o meglio la sua rappresentazione nei panni dell’intervistatrice.

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C’è lui per la maggior parte della rappresentazione, lui come spettatore e fruitore della cultura e della musica pop a cavallo del nuovo millennio, più che come autore; costantemente alla ricerca di una combinazione visiva e uditiva emotivamente affascinante, ma che rischia sempre più spesso di essere solo il nostalgico remake di un videoclip da passare su MTV. Per altro, ogni attore del grande cast sembra soltanto preso in prestito per essere privato della propria identità e vestire interamente quella di Dolan. C’è Dolan crazy fan dell’universo Harry Potter (ha tatuato Silente su un avambraccio, ricordiamolo), non solo citato dai giovanissimi attori nelle sequenze a scuola, ma anche e soprattutto in alcune soluzioni registiche e di montaggio che ricordano il Cuarón de Il prigioniero di Azkaban. C’è Dolan che mette in mostra un’insipida celebrità a metà strada tra il successo nemmeno troppo esaltante di una stella delle serie TV e la mondanità della sua vita quotidiana, in un forzato tentativo di rappresentarne l’ingestibile egotismo. Ma c’è di più, c’è di peggio: c’è un Dolan morale che mai così morale si era visto o sentito. Un autore che giustifica la necessità della sua opera calando la carta del racconto personale e identitario, affermando quanto questo lo corrisponda, dunque: “che cosa ci aspettavamo di vedere?”.

Cosa non è The Death and Life of John F. Donovan se non una summa, un concentrato malriuscito delle sue più significative opere precedenti? Le sequenze strutturali del film non sono che il calco difettoso delle cose che gli erano più o meno riuscite: la tensione palpabile delle réunion familiari capace di scatenare scintille e grida, le ennesime relazioni isteriche madre-figlio al cardiopalma, che lambiscono il surreale, le identità non ancora collettivamente accettate, prede degli umori e del non riconoscimento qui personale, là sociale – guarda caso proprio i tre film in cui non ha recitato: Juste la fin du monde, Mommy e Laurence anyways, qui ricondensati e riplasmati per rendere più chiaro chi è. Ma poi ancora tutto uno stucchevole elenco di cliché, di segni, di firme che strillano “sono un film di Dolan” come se non ce ne fossimo accorti: dagli occhiolini ai panni sbattuti dal vento o da qualcuno in una stanza, dai fuori fuoco senza alcun motivo apparente agli improvvisi crescendo musicali in cerca della commozione.

Quello che sembra è che abbia messo tutto dentro una centrifuga e abbia schiacciato play. “Una mano divina muove la sua macchina da presa”; di qui l’esaltazione condivisa e precoce per l’enfant prodige. Ma sarebbe il caso di non avvicinarlo a tali altezze, quanto descriverne invece in questo caso la medesima assoluta casualità dell’operato artistico: intrisa di un incontrollabile narcisismo e spinta da un’autoreferenzialità sfrenata che ne satura ed esaspera lo stile. Forse The Death and Life of John F. Donovan è un film di Xavier Dolan per Xavier Dolan e per lui solo, così come il piccolo Turner ci grida davanti allo schermo che la sua serie TV preferita è stata realizzata solo per lui e per lui soltanto, così come lui è uscito dalla pancia della madre solo per quella ragione: essere spettatore venerante dell’idolo che la abita.

Ma cosa accade se non c’è cambiamento, se non c’è evoluzione nell’identità, se non c’è spazio anche per “altro”? Il rischio di rimanere soffocati da sé stessi e contemporaneamente svuotati di tutto è alto, ma forse qualche bagliore c’è, nel montaggio si intravedono anche spiragli e difformità: qualcosa aleggia e forse già Matthias et Maxime è “qualcos’altro”, o almeno ce lo auguriamo; del resto qualche timido tentativo di andare oltre c’è stato, ognuno con i propri esiti, nel bene o nel male. E questa è la strada.

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