L’albero dei frutti selvatici: carrellata di alberi storti

Ottavo lungometraggio di Nuri Bilge Ceylan, L’albero dei frutti selvatici (Ahlat Agaci, 2018) è il punto di arrivo di un lavoro durato moltissimi anni. Il regista turco pluripremiato a Cannes – Gran Prix nel 2011 per C’era una volta in Anatolia e Palma d’oro nel 2014 per Il regno d’inverno – non ottiene premi la scorsa primavera. Un peccato per una pellicola per nulla inferiore ai lavori precedenti, e che conferma la maestria registica di Ceylan e la maturità di un intero lavoro cinematografico sull’Anatolia, sui bellissimi paesaggi interiori ed esteriori di una terra fortemente contraddittoria.

Il film racconta il ritorno a casa di Sinan (Dogu Demirkol), un neolaureato aspirante scrittore che ritorna a vivere a Cannakkale. Non più familiare e non ancora estraneo nella sua terra natia, Sinan è a tutti gli effetti uno dei bellissimi personaggi “in bilico” di Ceylan, esseri umani bloccati in una contraddizione asfissiante tra i propri sogni dal bell’aspetto e la cruda realtà a cui sono vincolati.

Intrappolato nell’eterna contraddizione tra l’espressione di sé e l’annullamento, la comprensione e l’intolleranza verso gli altri, Sinan combatte una battaglia declinata dal regista nella più antica lotta di parentela tra padre e figlio. il padre – un bravissimo Murat Cemcir – è il nemico più temuto, un insegnante che ha perso tutto il patrimonio di famiglia puntando sui cavalli da corsa. Ma è anche la figura più affascinante per il figlio, un sognatore che insiste nel ricavare dell’acqua da un pozzo secco. Una lotta viscerale e combattuta a parole, tra i due, attraverso lunghi dialoghi perfettamente orchestrati – scritti da Ceylan stesso, sua moglie Ebru e da Akin Aksu.

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Il regista turco applica un trattamento della geometria degli spazi molto particolare alla pellicola, facendo di ogni paesaggio un ambiente “percorribile” . I personaggi vengono disposti su linee orientate in ogni direzione, incrociandosi, scontrandosi o facendosi compagnia: bellissimi i walking and talking dove vediamo Sinan e degli imam parlare dell’islam mentre percorrono un sentiero di montagna, fermandosi, senza tacere, in una casa del tè fatiscente. Le plurime linee disegnate dal regista rappresentano le innumerevoli vie che la vita propone: le svolte, i bivi, le curve tracciate dagli ampissimi piani-sequenza, sono la traccia fisica dell’assenza di un’unica via maestra.

Il lavoro sui paesaggi è, come sempre, di rara fattura. I quadri naturali che Ceylan dipinge appaiono carichi di una naturalità tangibile: si percepisce al tatto il carico d’acqua dei cumuli di nuvole scure che pesano sul porticciolo e il calore della brezza sullo stagno. Molto bello anche il lavoro sugli interni, un’operazione di “aggregazione” e “ammucchiamemto” di linee e quadri l’uno sull’altro o l’uno dentro l’altro, mostrando anche più piani contemporaneamente. Gli spazi della casa sono angusti, le stanze ricavate l’una dall’altra e riempite disordinatamente di oggetti abbandonati. I personaggi, oppressi dagli spazi, vengono dunque inquadrati sul limite dei quadri, sull’intercapedine delle porte, intenti ad “affacciarsi”, a “spiare” tra una fessura e l’altra in un atteggiamento di semi-mobilità.

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Un’opera quasi “letteraria” quella di Ceylan, un maturo interesse per la scrittura attraverso le immagini, più che per la potenza dell’immagine in sé che, in ben 3 ore e 8 minuti di montato, mette in scena un racconto magistrale. L’albero dei frutti selvatici è la metafora di un’esistenza sofferente, è la figura naturale della contraddizione, una linea storta e difforme a cui non si può porre rimedio. Sinan e suo padre sono due alberi selvatici, due creature irrisolte e incompiute tali e quali al “pero selvatico” (traduzione letterale del titolo) impegnati in un conflitto con la loro forma senza una fine apparente. L’albero dei frutti selvatici è, infine, una metafora naturale dell’atto creativo, che mai sazio – come Sinan col suo libro – si divincola di fronte alle mille creazioni che potrebbe produrre, costretto però ad attuarne una sola alla volta.

qui il trailer de L’albero dei frutti selvatici:

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