#PFF18 • “River don’t care Unplugged” e “Free man”

English version below

River dont’t care Unplugged

La mattina appena sveglio Tommy Brunson si fa un buon caffè, mangia uova strapazzate e poi gioca a ping pong con Jeff, suo amico di sempre e bassista della band. Siamo nella dimensione del quotidiano. In altre parole, siamo nel backstage, tra microfoni da collegare, aste da piazzare, cavi e programmi di registrazione.

Tommy Brunson è il frontman degli Holy Water Buffalo, gruppo rock americano nato nello Utah nel 2007. Fra i loro brani più interessanti c’è River don’t care, di cui è da poco uscita una versione acustica (qui il link a Spotify del singolo). La registrazione di questa versione del pezzo è l’occasione per raccontare in un breve documentario (qui link a Youtube del doc), diretto da Martin Moody, la storia del gruppo in un momento cruciale del suo percorso. Tommy e Jeff infatti, dopo aver fondato la band e realizzato diversi brani nello Utah, decidono di fare il grande salto e trasferirsi a Los Angeles in cerca di fortuna. Questo spostamento nella grande metropoli determinerà per loro un grande cambio di vita, che viene sapientemente affrontato all’interno del film. Il documentario, scritto da Alessia Rotondo, ci mostra la loro esperienza nella Città degli angeli, ma non il viaggio vero e proprio. È ambientato nella nuova casa, un luogo assolutamente diverso dal posto in cui i protagonisti sono cresciuti, diverso da quei luoghi familiari nei quali è nata la loro musica e dai quali si sono separati. Il distacco recente genera quindi la necessità di riflettere sulla propria condizione, su ciò che è stato e su ciò che potrà essere. I due non possono fare a meno di guardare al passato con una lieve malinconia, espressa nel film in modo implicito e calibrato; al contempo però si rivolgono al futuro, carichi di aspettative.

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La realtà che Martin Moody e Alessia Rotondo ci raccontano non è quella del palco, già impostata e canonica, irrigidita dalle convenzioni, è una realtà più dimessa, è ciò che viene prima dello spettacolo. L’indagine è verso quella dimensione umana che sta a monte dell’atto creativo, la miscela equilibrata di passione e tecnica. Il momento più significativo in questo senso è quello della registrazione del brano in studio: Tommy si prepara a suonare e discute con Jeff del modo migliore di incidere la traccia. L’arte è presentata qui come qualcosa di pratico, in cui c’è sì una componente emotiva ma che va di pari passo con gli aspetti tecnici, artigianali quasi, continuamente sottolineati dal regista. La macchina da presa di Martin Moody cerca di scomparire, per lasciar spazio alla naturalezza delle situazioni. Il risultato è molto fluido e realistico: quasi non si percepisce l’artificio filmico, l’impressione è di stare osservando qualcosa catturato nell’atto, dunque spontaneo, meglio: naturale.

L’impiego della camera a mano è calibrato e pulito, rende din modo dinamico la realtà raccontata senza generare nessun deragliamento dal punto di vista formale. Molto interessante fra l’altro l’impiego sistematico di cambi di messa a fuoco nella composizione delle inquadrature: invece di fare uno stacco di montaggio Moody preferisce spesso mantenere la stessa inquadratura e cambiare l’oggetto a fuoco, spostando così l’attenzione su un nuovo soggetto. La combinazione di questa tecnica con la macchina a mano dà impressione di concretezza ed eleganza insieme.

Free Man

River don’t care non è solo, sappiamo anche del prossimo singolo della band (in uscita a gennaio): Free manIl videoclip di Free man racconta di due prigionieri in fuga dalla legge, che dopo essersi liberati dalle catene viaggiano attraverso i paesaggi del West, tra deserti e canyon. Una sequenza di immagini potenti ed evocative, molto curate sia nella fotografia sia nell’inquadratura, è accompagnata dal rock coinvolgente dei Buffalo: la loro musica sembra ingrandirsi, si amplifica e riempie i grandi spazi americani. Di necessità, la “libertà” evocata a testo si realizza in campi lunghi e lunghissimi, col ciclo delle stagioni a servire da ostacolo. Ma la dimensione realistica del racconto si interrompe a conclusione, il viaggio verso la libertà è “solo” un viaggio d’amore: il protagonista sembra immaginare l’incontro con sé stesso di qualche tempo prima, come se il ciclo delle stagioni fosse utilizzato contrariamente dallo standard: l’uomo intravisto in casa sua, colla sua donna, è più giovane, è forse lui prima di gettare all’aria tutto. La realtà apparente si dilegua in sogno, il free man torna incatenato, il tentativo di fuga retrocede a immaginazione, neppure più desiderio.

 


River don’t care Unplugged

Tommy Brunson’s morning routine implies coffee, scrambled eggs and a table tennis match with Jeff, his lifetime friend and bassist in his band. This is his everyday life, his backstage, among microphones and cables waiting to be plugged in and recording programs.

Tommy Brunson is the frontman of Holy Water Buffalo, an American rock band which was created in Utah in 2009. Among their most interesting songs we find River don’t care, whose unplugged version was recently released. The recording of this song has provided the occasion to shoot a brief film, directed by Martin Moody, which tells the story of the band in a significant moment of its path. Tommy and Jeff, after having founded the band and having produced several songs in Utah, decided to make a big step forward and move to Los Angeles. This will result in a great change in their lives, masterly portrayed by the short film. This documentary, which was written by Alessia Rotondo, doesn’t show the musicians’ experience in the City of Angels, nor the journey which led them there. Instead, it is set at their new home, certainly not the one where the protagonists were raised, far away from the familiar places where they were born and which they have already left. This departure generates the need to reflect upon one’s condition, what has been and what is going to be. Melancholy is inevitable and it is conveyed by the film in an implicit and balanced way; at the same time, the two protagonists are looking ahead and full of expectations.

The reality Moody and Rotondo are telling us is not the one we might see on stage, which is already institutionalized and conventional, but the one which comes from the backstage, before the show. Their investigation concerns the human dimension lying behind the creative act, the balanced mix of passion and craftsmanship. The most significant example of such a reality is provided by the scene of the studio recording of the song: Tommy is getting ready to play and he’s discussing with Jeff about the best approach to the recording. Art is here represented in its practical side, in which the emotional and technical aspects coexist. Moody’s camera steps back, leaving room for spontaneity and naturalness. The result is realistic and smooth: we’re almost unable to perceive filmic fictionality, we have the impression of being witnesses to something which is actually happening in that precise moment.

The use of the handheld camera is balanced and neat, ensuring a dynamic version of reality without any formal derailment. Changes in focus within the frames’ structure are also extremely interesting: instead of relying on post-editing, Moody often chooses to keep the same frame and change focus, moving the attention to another subject. The combination of these strategies results in an impression of realism and elegance at the same time.

Free Man

Free man, the band’s next single, is going to be released in January. Its videoclip tells the story of two prisoners on the run. After having freed themselves from their chains, they travel across Western landscapes, deserts and canyons. Evocative and powerful images, accompanied by a masterly care of photography and framing and by the band’s involving music, which seems to open up to fill the vastness of the American landscapes. Long shots are used as a means of expressing the freedom suggested by the title, with the cycle of seasons functioning as an obstacle. The realism of the story dissolves at the end of the clip, when we find out that the journey towards freedom is actually a journey towards the prisoner’s younger self and his past love. Yet, the journey is just a dream and the free man goes back to his chains.


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