Tra i confini della giovinezza – Un anno di scuola di Laura Samani
La cavalcata d’oro con cui Piccolo corpo ha attraversato l’Italia (e non solo) nel 2022, mietendo premi e menzioni ovunque poggiasse piede, ha sicuramente contribuito al senso d’attesa con cui la critica ha aspettato in questi anni il ritorno alla regia di Laura Samani, che dal 9 aprile – a seguito di una felice partecipazione alla sezione Orizzonti dello scorso Festival di Venezia – è tornata in sala con Un anno di scuola, adattamento libero e contemporaneo dell’omonimo racconto di Giani Stuparich, distribuito in sala da Lucky Red. Samani conferma nuovamente la collaborazione di scrittura con Elisa Dondi (già co-autrice di Piccolo corpo) e l’intesa produttiva con Nefertiti Film, e per raccontare la storia di una ragazza svedese che si trova a dover frequentare il suo ultimo anno di scuola in una classe di soli maschi si affida a un cast di soli esordienti, selezionato attraverso un lavoro di scouting selvaggio fra i bar e i luoghi d’incontro della gioventù triestina.

Nel mondo editoriale si sente spesso dire che il secondo libro sia il più difficile, per un autore; e si potrebbe dire la stessa cosa di un secondo film, per un regista o una regista, considerando peraltro che, in una realtà industriale e latifondista come quella del cinema, alla pressione della riconferma autoriale si aggiungono spesso delle preoccupazioni produttive evidenti, esacerbate – nel caso specifico dell’Italia – da un “sistema cinema” già prossimo al collasso e da una politica culturale che si conferma essere sempre più politica, e sempre meno culturale (vedasi il recentissimo caso Regeni). Non ci è dato sapere se Samani abbia effettivamente sofferto l’angoscia di chi non deve arrivare, ma tornare sullo schermo: l’impressione generale, però, è che Un anno di scuola sia atterrato in sala come un oggetto estremamente consapevole della sua portata cinematografica, e che la maturità liceale conseguita diegeticamente dai protagonisti del film possa in fondo costituire, come per gioco, un piacevole rispecchiamento della maturità (extradiegetica, registica) dell’autrice.
«Nell’atrio deserto, dall’alto attraverso la vetrata del tetto, pioveva la luce di una mattina calda e sonora di settembre. Di fuori garrivano ancora, come bandiere di festa, le vacanze coi giochi e coi bagni. Dal secondo loggiato provenivano di tanto in tanto squilli di voci ridenti che, ripercotendosi sulle colonne, empivano l’atrio di fragore. S’era radunato lassù un gruppetto di studenti.» Così comincia il racconto di Stuparich, scritto nel 1929 ma ambientato vent’anni prima, in un’epoca che per Trieste e l’Italia poteva sembrare forse più innocente e solare: il 1909 precedeva la Grande Guerra, certamente, ma precedeva soprattutto l’avvento del fascismo; fascismo che lo stesso Stuparich avrebbe cortesemente disertato (non partecipò a nessuna manifestazione, rifiutò la tessera fascista), e con successo, fino alla delazione che nel 1945 lo avrebbe portato a subire un internamento nella Risiera di San Sabba. Un internamento causato dalle sue origini ebraiche, paradossalmente scongiurato dall’intervento di un vescovo cattolico, oltre che del Prefetto di Trieste e dal riconoscimento (un po’ tardivo) della medaglia d’oro al valore militare che Stuparich aveva ricevuto durante la prima Guerra mondiale, dove era stato catturato e internato in un lager, per due anni, dopo che suo fratello Carlo – ai tempi considerato, a sua volta, una promessa letteraria – si era tolto la vita pur di non cadere in mano al nemico.
La traslazione temporale di Un anno di scuola, quei vent’anni di differenza fra il tempo della scrittura e il tempo del racconto, aveva con ogni probabilità un valore simbolico: cosa poteva essere più gioioso e irriverente di un racconto che, in un periodo storico già compromesso, metteva in scena la libertà, il potere e il desiderio di una giovanissima donna, senza che il tema venisse trattato come una questione di controcultura, ma semplicemente come un dato di fatto posto umanamente sulla pagina? Edda Marty – questo il nome della protagonista del racconto, che nel film di Samani diventerà la svedese Fredrika, detta “Fred” – è infatti una figura liminale, dolce ma temeraria, che vive, desidera, e a tratti domina i suoi compagni di classe maschi; è una ragazza che non risponde ai diktat di costume, e che si scrolla il giudizio altrui con grazia, se non con disinteresse. In quegli anni, cosa poteva significare mostrare, con semplicità, una donna che semplicemente esiste come donna?

Nell’adattamento di Laura Samani, che per motivi d’intenzione narrativa ma, probabilmente, anche produttivi (fare period drama costa!), ha spostato il racconto in epoca semi-contemporanea, avviene in ogni caso un’operazione simile a quella prospettata dallo scrittore triestino. Il film infatti non è ambientato negli anni Venti del Duemila, ma nel 2007: di nuovo vent’anni di scarto. Una data apparentemente casuale, che però la regista stessa, in un’intervista, ha sottolineato essere l’ultimo anno prima dell’avvento di Facebook in Italia; un periodo storico in cui non si parlava ancora di smartphone e di medialità espansa. Anche in questo caso, quindi, si offre allo spettatore la possibilità di valutare retroattivamente lo iato fra il presente e il passato recente, in una chiave però completamente diversa.
Se vogliamo andare ancora più a fondo, infatti, possiamo anche ricordarci che nel luglio del 2007 – un mese dopo la maturità sostenuta dai protagonisti di Un anno di scuola, che coincide con la fine del film – è anche iniziata la crisi finanziaria dei mutui subprime, originata da una deflazione delle bolle dei prezzi (fra cui la bolla immobiliare americana) che avrebbe causato una crisi (mondiale) di liquidità e solvibilità bancaria e statale, e la conseguente recessione (sempre mondiale) che ha influenzato drammaticamente il mercato fino ai giorni nostri. Date queste premesse, forse non è un caso che Fred, la protagonista del film, si sia trasferita in Italia a causa del lavoro del padre, di professione “tagliateste”, chiamato dalla finzionale fabbrica Tarsil a ridurre la squadra operaia – elemento che causa a Fred delle difficoltà sociali nei confronti dell’unica ragazza con cui, almeno inizialmente, le sembra possibile stringere un rapporto, proprio perché figlia di un operaio meccanico della Tarsil. Il 2007, insomma, si pone come una cesura chiara rispetto a un mondo che adesso percepiamo quasi nostalgicamente.

Una conseguenza di questa scelta d’ambientazione più contemporanea è che il sottotesto di genere del racconto di Stuparich venga in parte rielaborato. Nel racconto, Edda Marty era la prima ragazza in assoluto che accedeva a un’ottava ginnasio triestina, classe il cui superamento consentiva l’accesso agli studi universitari; una prospettiva molto diversa, e oggettivamente molto più densa, da un punto di vista storico-narrativo, rispetto allo spaesamento di Fred, che entra in un mondo – quello dell’ITIS Marie Curie; un nome sufficientemente ironico rispetto alla frequentazione quasi esclusivamente maschile della scuola – già più socialmente formato. Nonostante ciò, proprio l’ambientazione doppiamente liminale del 2007 consente a Samani di insistere con ulteriore spinta su un ragionamento centrale per la riuscita del film, che riguarda il concetto di limite, confine, transizione – e, forse, proprio liminalità. Oltre a raccontare la complessa fase di transizione tra l’ultimo anno di vita liceale e il futuro, e oltre a poggiare il baricentro un attimo prima dell’avvento di Facebook e nella fase incipiente della crisi del 2007-2008, Un anno di scuola fa collimare fra loro una liminalità geografica (Trieste, la Vienna sul mare), etnica (la svedese Fred fra gli italiani), di classe (la borghese Fred a confronto con figli di operai), di linguaggio (italiano, inglese, svedese, sloveno) e infine, ovviamente, di genere, mettendo in scena il rapporto di gruppo tra Fred e il trio Antero-Pasini-Mitis, e servendosi di quando in quando di geometrie specifiche di reframing dell’immagine, utilizzate in modo estremamente naturale: vetrate, finestre, e in generale forme rettangolari che inquadrano meta-cinematograficamente i personaggi, come nella scena meravigliosa in cui due personaggi si scambiano dei baci attraverso il vetro di un gabbiotto abbandonato, al confine con la Slovenia – un altro limite che li separa.
Le questioni che il film di Samani non intende approfondire più di tanto – e coscientemente, dal momento che sceglie di raccontare una storia dal punto di vista di un gruppo di adolescenti decisamente pre-femministi, come potevano esserlo dei diciassettenni italiani qualsiasi nel 2007 – vengono arricchite da un lavoro di messa in scena davvero sorprendente. Non che Un anno di scuola possa risultare narrativamente “banale”, anzi: il meccanismo prima rituale, e poi sacrificale/ostracizzante con cui Fred cerca di avvicinarsi al gruppo di Antero, Pasini e Mitis regala al film una prospettiva relazionale decisamente specifica, coinvolgente. Allo stesso tempo, però, a rendere davvero interessante questo racconto – in controtendenza con la maggior parte delle produzioni recenti, scritte su modelli di scrittura americani di un secolo fa e triangolazioni tematiche immediate, oltre che girate come uno spot per cereali d’avena – non è tanto la costruzione cesellata dell’intreccio, o il gioco di testi e sottotesti, quanto l’evidenza assoluta che si tratti di una prova cinematografica, di un film, di immagini in movimento, di specificità di sguardo e naturalezza della messa in scena.

È in questo, e cioè nella relazione di biopotere, desiderio e crescita parallela fra i “piccoli corpi” dei personaggi, raccontata con un linguaggio visivo elegante e controllato, che Samani trova la formula magica che dà vita e slancio all’immagine. Un anno di scuola diventa così un film di scorribanda, che si illumina nei momenti di maggiore realismo adolescenziale, dal “W la figa” scritto sul muro della scuola alle partite a Tekken tra Fred e suo padre. È un film in cui si fa l’amore goffamente, e col preservativo, mentre le stagioni scorrono con la velocità della gioventù.
Un ottimo segnale nei confronti di un cinema, il nostro, che oggi più che mai naviga davvero in cattive acque.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
Aiutaci a sostenere il progetto e ottieni i contenuti Birdmen Premium. Associati a Birdmen Magazine – APS, l‘associazione della rivista.