Letizia va alla guerra – Tre storie di rabbia, coraggio e tenerezza
Foto di copertina ©Manuela Giusto
Vorrei partire dalla fine per iniziare questa recensione – come la compagnia Agnese & Tiziano si è divertita a portarci avanti e indietro nei tre racconti dello spettacolo in una piccola sala gremita del Teatro Biondo di Palermo – con la frase che l’attrice Agnese Fallongo ha pronunciato rivolgendosi a un pubblico entusiasta e dichiaratamente commosso: «si parla tanto di intelligenza artificiale, ma qui noi abbiamo l’intelligenza sentimentale». Letizia va alla guerra – la suora, la sposa e la puttana – ideato e diretto da Adriano Evangelisti con la produzione del Teatro de Gli Incamminati e Ars Creazione e spettacolo, scritto dalla stessa Fallongo sul palco insieme all’attore e musicista Tiziano Caputo – è infatti una pièce intelligentemente sentimentale capace di stimolare, nello spettatore già predisposto, emozioni di varia natura, come una pallina che, rimbalzando senza sosta per un’ora e mezza, tocca a poco a poco tutti i punti di una stanza. E se vogliamo considerare pure il palco una stanza, anche gli attori ne abitano ogni spazio, ora ampliandolo, ora chiudendolo in una cornice: scenicamente, ve ne sono due – una al centro, l’altra sinistra – mentre a destra è rappresentata piuttosto una gabbia, chiusa dalla grata di un convento di clausura; è quella della suora, la terza Letizia dello spettacolo, che fa da raccordo e nodo finale al filo che si intesse, nell’arco delle guerre mondiali e oltre, tra le vicende di due donne e due uomini che le attraversano.

Una è la prima Letizia, ragazza siciliana di Monreale che, ancora giovane e incosciente, sposa in extremis il suo amato Michele prima che parta per andare a combattere sul fronte carnico durante la Grande Guerra; ed è proprio la sua incoscienza e autenticità di sentimento a farle trovare il coraggio di raggiungerlo, piuttosto che rimanere tra la madre e la nonna con la paura di non rivederlo mai più. L’altra è Lina di Littoria (Latina), divenuta in arte «Letizia fa il servizio», anch’essa ragazzina innocente, cresciuta da una monaca fino alla maggiore età per poi esser chiamata a lavorare a Roma dalla zia, con un inganno, dopo lo scoppio del secondo conflitto; l’amara sorpresa e il destino a cui si adatta esteriormente la cambieranno negli anni, ma solo nelle apparenze, perché anche per lei l’amore segnerà un punto di svolta, grazie al quale ritroverà l’antica e mai perduta purezza attraverso lo sguardo di Felice dal «baffetto roscetto». Sarebbe banale, però, ridurre tutto al sentimento amoroso – pieno di slanci arditi e di una tenerezza che ricorda, negli atteggiamenti più timidi, quella dei fidanzatini di Peynet – perché questi due episodi contengono al loro interno molto più dell’iniziale rappresentazione, in verità, un po’ macchiettistica e buffa delle due donne: vi ritroviamo infatti la solidarietà e l’amicizia, la violenza umana e la brutalità della guerra, il dolore profondo, la rabbia sotterrata e poi a gran voce cantata.

Al riguardo, la musica occupa certamente un ruolo importante nell’opera, sia per la presenza di una chitarra classica in scena, arpeggiata già in apertura dal bravissimo Tiziano Caputo, sia per il canto popolare che irrompe poco dopo con Mi votu e mi rivotu di Rosa Balistreri e prosegue con Lina e la Canzone arrabbiata di Nino Rota, richiamando un po’ lo stile di Gabriella Ferri; ma è anche il sussurro confortante della ninna nanna in dialetto veneto Nana Bobò, sempre per tornare alla tenerezza e a un bisogno quasi viscerale di cure materne in mezzo alla disumanità della guerra e all’ingiustizia che divide i destini.
Le canzoni segnano anche una sorta di raccordo tra le storie che si aprono e si concludono, e vengono riprese qua e là per indicarne il legame: questa circolarità – fatta anche di intersezioni tra i cerchi, o, più precisamente, di anelli mai perfettamente chiusi che si congiungono tra loro – è forse la caratteristica più geniale dello spettacolo, frutto di un’intelligenza ancora tutta umana, per tornare alla citazione iniziale. C’è, inoltre, un movimento continuo, a lato delle trame, costituito da contrapposizioni visive, piani invertiti (come nel momento della serenata), riavvolgimenti della storia e salti in avanti dal punto di vista temporale; e anche quello degli attori è talvolta un passo a due di danza o una giravolta, a segnare il passaggio astratto da un luogo all’altro confinato in una piccola porzione di palcoscenico circoscritto dalle luci. Quest’ultimo non è solo occupato da situazioni sempre nuove, ma anche da diversi personaggi che vengono incarnati ora – in più larga misura – da Agnese, ora da Tiziano, denotando la grande versatilità degli attori. Agnese passa in scioltezza da un ruolo femminile all’altro, dalla gioventù alla vecchiaia, e dal registro comico a quello tragico, che spesso trova posto dentro la medesima cornice; Tiziano, invece, rimane più in secondo piano, rappresentando comunque personaggi minori seppur essenziali, ma calza perfettamente i ruoli a lui affidati, dimostrandosi sorprendentemente bravo, in particolare, nei panni delle consorelle di suor Letizia.

Anche il linguaggio risulta fortemente dinamico, esprimendosi in vari dialetti, e costituisce un altro degli elementi caratterizzanti dell’opera: non soltanto nel siciliano, nel romano e nel veneto, che appartengono rispettivamente alle tre Letizie, quanto nel momento più colorito dello spettacolo in cui entrano ed escono dalla cornice frontale un gran numero di comparse (sempre interpretate dagli unici due attori) che popolano i bordelli di tutte le parti d’Italia, luoghi indistinguibili tra loro se non per la lingua pittoresca che li anima; e, nella rapida battuta, anche la volgarità è sempre allusiva e connotata da un’ironia che domina buona parte della narrazione.
Nonostante questa rilevanza, l’elemento storico e documentaristico è, tra le altre cose, presente, permettendo di conoscere meglio i dettagli del contesto in cui si muovono i protagonisti: dalle portatrici di gerle della Carnia – eroine della guerra omaggiate qui come già nel romanzo Fiore di roccia di Ilaria Tuti – alla legge Merlin, che nel 1958 aveva sancito la chiusura delle case di tolleranza, fino alle voci della radio che diffondono notizie belliche e discorsi fascisti sullo sfondo di scene di vita rimaste nell’ombra.
E, per tornare all’aspetto sonoro, sono anche voci, di recitato o cantato, che volutamente si sovrappongono, rendendo difficile la comprensione simultanea di entrambe, ma al contempo amplificando la sensazione di moltitudine astratta brulicante sulla scena, che vede poi nel concreto la presenza di pochi oggetti, sebbene assai simbolici ed evocativi: oltre alla chitarra, all’occorrenza tamburellata, c’è sempre una valigia consunta a richiamare la povertà economica e la precarietà dell’esistenza, ma anche l’essenziale caro che ci rappresenta; come un bavaglino, ricamato col nome di Lina, che, nella sua morbida piccolezza, si tiene in mano come si terrebbe l’amore o la speranza, quando ad esempio Felice lo riconsegna all’ormai moribonda, ancorché comica, suor Letizia, senza sapere che in cambio per lui c’è una sorpresa. Infine una rosa, bianca, per tutto il tempo posta in prima linea, in uno spazio sacro e intoccabile di silenzio: quello della morte, che aleggia costantemente sulla vita, ma anche dell’inoffensiva bellezza, che si contrappone, come un soldato disarmato e queste donne resistenti, all’immortale guerra.
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uno spettacolo – e una recensione – che pullula di riferimenti, appigli, segnalibri e spunti musicali. dev’essere proprio un bel viaggio spazio-temporale sulla navicella dell’amore