Cinquant’anni dopo, nessuno vola sul nido del cuculo
Three geese in a flock
One flew East
One flew West
One flew over the cuckoo’s nest
Un uomo rumoroso, di media statura eppure gigantesco, basette e barba incolta, indosso il chiodo di pelle e il berretto nero tirato giù sugli occhi, la camminata fiera e gli occhi come due pozzi scuri e lucidi traboccanti di vita. Come una violenta scossa di terremoto o il roboante arrivo di un re sovrumano e mitologico pronto ad essere venerato, dopo il suo ingresso in scena tutto tace e trema. Gli internati dell’ospedale psichiatrico di Salem ancora non sanno che l’ombra che incombe su di loro è quella di due grandi ali spiegate su cui provare a saltare, l’auspicio che in qualche modo sia possibile lasciare il nido del cuculo. In lingua inglese, cuckoo significa anche matto, ma l’espressione deriva dall’abitudine particolarissima del cuculo, uccello parassita che non costruisce il proprio nido ma utilizza quello di altri volatili per deporre le uova, abbandonandone la cura a madri adottive inconsapevoli e predisponendo i piccoli ad essere soli e aggressivi. Nel romanzo cult di Ken Kesey da cui Miloš Forman trasse il suo capolavoro nel 1975, questo sembra essere il destino dei pazienti di quello che all’epoca si chiamava ancora manicomio.
Qui dentro, il diavolo ha buone maniere e il santo è un fuorilegge, con modi da camionista ma la presenza catalizzatrice di una rockstar: un salvatore, anti-eroe, simbolo di un individualismo sfrontato e virile, tutto made in America, nemico di qualsiasi sistema lo reprima nel pensiero, nell’istinto, nel seguire sogni e piaceri della vita. Questo uccello libero pronto a volare sul nido del cuculo è Randle Patrick McMurphy e nella trasposizione cinematografica ha l’inconfondibile volto del cattivo ragazzo di Hollywood per eccellenza, Jack Nicholson.

Arrivato dal carcere, McMurphy rompe gli ingranaggi della grande macchina ospedaliera governata maniacalmente dall’Infermiera Ratched — interpretata da una straordinaria Louise Fletcher, che scontra le corna con quelle di Nicholson regalando uno dei duo più iconici di sempre — sconvolgendone i ritmi precisi e meccanici come quelli di un orologio. I pazienti sono sottoposti (alcuni di loro, con grande sorpresa di McMuprhy, volontariamente) a un vero e proprio regime di controllo ossessivo e maniacale mascherato da terapia: quel nido che sembra offrire loro cura e protezione è in realtà l’ostacolo più grande all’espressione della loro persona. Il realismo della regia di Forman, che si muove senza troppi fronzoli tra i corridoi bianco pallido dell’ospedale, in una sorta di cinema verité — tanto efficace soprattutto perché alcuni dei personaggi del film non sono interpretati da veri attori ma da reali pazienti psichiatrici — viene spezzato soltanto dall’istrionica e straordinaria presenza di Nicholson.

Tredici anni prima della versione cinematografica di Forman, Ken Kesey scelse il manicomio e lo stigma sociale della malattia mentale come metafora di un’America del dopoguerra diventata autoritaria e repressiva, uno stato nazionalista mascherato da democrazia liberale che usava il pretesto della paranoia anticomunista per condannare quanti non aderissero al moralismo americano. Una società benpensante che riteneva pericolosi autori come Kerouac, Ginsberg, e lo stesso Ken Kesey, tra i più attivi e noti esponenti della controcultura psichedelica: nel bellissimo testo The Electric Kool-Aid Acid Test (1968) Tom Wolfe racconta che la sperimentazione di stati altri di coscienza, accessibili con LSD e mescalina, era per Kesey pratica di resistenza individuale e in qualche modo spirituale ad un sistema che minacciava di soffocare la libertà espressiva e immaginativa. Prima delle pazze corse a bordo del Furthur, lo scuolabus scassato e coloratissimo con cui attraversava gli Stati Uniti insieme ai Merry Pranksters — gruppo di entusiasti e promotori della cultura lisergica — Kesey aveva lavorato per un periodo al Veteran Hospital di Menlo Park in California, dove fu ispirato a scrivere il romanzo.

A differenza del film, nel libro il punto di vista privilegiato è quello di Chief Bromden, che narra in prima persona le vicende dell’Istituto psichiatrico e l’arrivo di McMurphy attraverso uno sguardo molto intimo, spesso allucinato e confuso per via della malattia e dei farmaci, con sequenze molto psichedeliche e una soggettività che nel film non viene restituita. Così Kesey usò la bellissima metafora della macchina della nebbia, che nella narrazione di Bromden veniva attivata da Ratched per invadere a intervalli regolari i corridoi e le sale dell’ospedale. Una sorta di rifugio, uno scudo protettivo dietro il quale si spera di non essere visti. E tuttavia nelle mani della tirannica amministrazione ospedaliera diventa un potente mezzo di controllo che fa leva sulle insicurezze dei cuckoos, costringendoli a perdere la propria presa sul mondo reale e la volontà lucida di agirvi.

Alla fine del film, soltanto Capo Bromden riuscirà a evadere fisicamente il sistema: per alcuni, non solo McMurphy ma anche il giovane Billy Bibit, il coraggio di trasgredire avrà conseguenze estreme. Per tutti gli altri la vita fuori tornerà a svolgersi esattamente come prima, con la differenza che dentro conserveranno la memoria della libertà, la consapevolezza che questa abbia dei limiti ma che la disobbedienza a volte sia un dovere. Qualcun Volò sul Nido del Cuculo è una favola rock contro il sistema che nonostante il mutare delle condizioni resta contemporanea: una celebrazione della possibilità di scavalcare il confine tra normale e anormale, conforme e trasgressivo, espandendo lo spirito, la mente, la coscienza, contestando e usando il dubbio come mezzo per interrogare il mondo che ci circonda, rifiutando di accettarlo acriticamente. È, soprattutto, un inno all’immaginazione, l’invito a sognare la libertà e non smettere mai di farlo: così nella scena forse più bella e commovente del film, dopo il divieto assoluto da parte dell’Infermiera Ratched di seguire le finali di baseball, McMurphy si siede di fronte al televisore spento e comincia a commentare la partita immaginaria, in un crescendo di entusiasmo contagioso che coinvolgerà l’intero reparto facendo infuriare Ratched.

Cinquant’anni fa il film uscì nelle sale cinematografiche italiane, un paio di settimane prima di trionfare alla Notte degli Oscar. Era il 1976, e due anni dopo la Legge Basaglia avrebbe chiuso i manicomi in Italia: da allora il dibattito relativo alla malattia mentale è cambiato parecchio, e molte delle soggettività che all’epoca venivano represse e marginalizzate sono gradualmente state ammesse entro i margini della “normalità”. Ma la condizione di oppressione di Bromden, Cheswick, Martini e tutti gli altri va molto oltre la rappresentazione della malattia mentale in senso stretto: quella in cui si muovono è la grande nebbia in cui ognuno di noi difficilmente riesce a vedere molto al di là del proprio male, con la falsa protezione di chi ci governa e impugna la libertà a proprio uso e consumo. Come le classi politiche dittatoriali e imperialiste che dichiarano di voler liberare i popoli, e ritengono che per farlo valga la pena sganciare bombe su migliaia di civili, instaurare uno stato di polizia o ghettizzare certi gruppi sociali. Ma anche lo stesso mondo di internet, che è lo spazio in cui ormai maggiormente ci muoviamo durante le nostre giornate, con quelle logiche di continuo intrattenimento passivo che ci impediscono di rimanere soli con i nostri pensieri, confinandoci entro un perimetro molto circoscritto in cui siamo piacevolmente accomodati eppure così scollegati dalla realtà. È difficile ribellarsi e prendere posizione quando si è assuefatti e c’è chi decide per noi. Oggi quello di Miloš Forman è un film ancora incisivo e commovente proprio perché, forse, viviamo in un gigantesco nido del cuculo, costantemente sorvegliati e medicati dalla nostra Infermiera Ratched, nell’attesa che sopra di noi un giorno voli qualche uccello libero.
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