Due procuratori – Un reato d’innocenza
Ogni giorno, nei sotterranei della prigione di Brjansk, sono bruciate migliaia di lettere: carte che gridano nel silenzio e invocano giustizia alle procure regionali indifferenti o a Stalin in persona, per poi finire in cenere. Solo una sfugge. È scritta col sangue da un anziano bolscevico della prima ora, un ex professore condannato per presunte simpatie trotzkiste, e arriva – per una di quelle deviazioni della storia che meritano il nome di destino – sulla scrivania di Aleksandr Kornyev: ventiquattro anni, procuratore da tre mesi, un’anima bella che trova nell’ordine sovietico il garante di quell’ideale giuridico per cui ha tanto studiato. Da questa singola epistola d’innesco, Serhij Loznycja costruisce il suo quinto lungometraggio di finzione, presentato in concorso al 78° Festival di Cannes nel maggio 2025 e distribuito in Italia da Lucky Red.

Due procuratori è l’adattamento di un racconto di Georgij Demidov, fisico e scrittore che trascorse quattordici anni nei gulag: il testo fu scritto nel 1969, sequestrato dal KGB nel 1980 e, restituito alla famiglia soltanto dopo la sua morte, pubblicato per la prima volta nel 2009. Una vicenda editoriale che già di per sé obbedisce alla logica del film. La materia è stata a lungo sepolta, esattamente come le lettere dei detenuti, esattamente come le verità che il giovane Kornyev (Aleksander Kuznetsov) tenterà di portare alla luce risalendo, ufficio dopo ufficio, fino all’anticamera del procuratore generale Andrej Vyšinskij, figura storica, architetto giurisprudenziale delle grandi purghe e volto presentabile dell’annientamento di massa.

Loznycja, regista nato in Bielorussia, formatosi nel solco documentario e ucraino dall’identità allo sguardo, non abbandona qui la sua cifra di osservatore freddo e sistematico. Costruisce innanzitutto un universo cromatico che parla prima ancora che cominci l'(estenuante) azione: grigi sporchi, ocre rugginose, rossi spenti che sembrano uscire non dalla storia ma dalla geologia, colori minerali compressi e incapaci di luce. Il film è quasi interamente girato in luoghi chiusi, celle, corridoi, sale d’attesa, scompartimenti ferroviari, e fa del campo fisso il suo dispositivo retorico principale. A questa immobilità della macchina da presa corrisponde puntualmente l’immobilità del sistema: tutto si muove, ma nulla cambia. Kornyev avanza nelle carceri, ottiene un’udienza, compila documenti, attraversa città in treno, eppure il meccanismo burocratico lo restituisce sempre al punto di partenza. La scelta di girare nel formato quadrato, lo schermo che si incapsula ai quattro lati, è strutturale: il campo di visione ristretto è già una forma di coercizione.
Il film ha l’andatura e la densità di un romanzo. Le scene si dilatano oltre la necessità drammatica immediata e ogni battuta porta una stratificazione che si svela solo a posteriori. Va detto con franchezza: è un film faticoso, e coscienziosamente lo è. La reiterazione acquista senso pieno soltanto se colta dall’esterno, con la distanza che dà il senno di poi. Chi conosce il 1937 sa già dove sta andando Kornyev. Chi non lo conosce lo impara sulla propria pelle, seduto in sala. È questa la scommessa del film, e Loznycja la vince proprio perché non la nasconde.

L’epilogo è intuibile fin dalla prima sequenza, ma la prevedibilità non è un difetto: è la tesi. La sua inesorabilità è esattamente il punto. Hannah Arendt scriveva che il terrore totalitario non punisce i colpevoli: li crea. Questo film è la messa in scena esatta di quella sentenza. Si parla del passato, ma non al passato; il totalitarismo ha la memoria lunga, e le sue architetture si riproducono in epoche diverse con variazioni trascurabili. Due procuratori brucia lentamente come l’appello insoluto della prima miracolosa lettera superstite.
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