Leila, di Alessandro Abba Legnazzi – Un’avventura per padre e figlia
L’inquadratura di una porta-finestra aperta su un giardino, inizialmente sfocata e poi messa in stato di fotografare nitidamente il suo soggetto, apre Leila di Alessandro Abba Legnazzi, regista e illustratore questa volta affiancato nella firma da Clementina Abba Legnazzi e Giada Vincenzi. Un trittico che ben evidenzia il nucleo famigliare all’interno del quale nasce l’urgenza di questo racconto audiovisivo, presentato in anteprima ad Alice nella città durante la Festa del Cinema di Roma.

Un padre che cerca di elaborare insieme alla figlia il trauma dell’abbandono subito da parte della compagna, che un giorno ha messo in spalla lo zaino e ha varcato proprio quella soglia. È però la seconda scena a destare maggiore interesse: la giovanissima Clementina si sveglia da un sonno apparentemente sereno e in quel delicato momento tra il riposo e la veglia sente (e noi con lei) la voce della mamma che le dice di vestirsi. Ma da dove viene quel richiamo? Scopriamo presto che si tratta di suoni e immagini di repertorio, di quando la bambina era più piccola e le due sembravano inseparabili. Un tempo che non tornerà più ma che grazie all’archivio è eterno presente.

Leila si sviluppa quindi in forma di film diario, ricostruendo passo passo, grazie alle regole semplici ma efficaci della fiaba, il percorso che porta alla sua finale realizzazione. Mostra la progressiva trasformazione di Clementina e Alessandro in Leila e Tonio, un’eploratrice e il suo assistente, che si preparano per un’avventura straordinaria. La mamma è tenuta prigioniera dalla temibile Regina delle Acque. I due eroi dovranno armarsi di coraggio e determinazione e partire alla sua ricerca. Nel processo sono coinvolti anche alcuni strumenti di fondamentale importanza come il riconoscimento dei personaggi della vicenda nei disegni del padre e semiserie esercitazioni di respirazione subacquea in piscina.

Centrale e centrata (bella l’intuizione di farne una messa in scena thriller) l’evocazione dell’Uomo Toast, ovvero “il ragazzo di cui si è innamorata la mamma mentre ci stavamo separando…”. Il quadro è tutto per la bambina, impegnata a bruciare la lettera che i rapitori della madre di Leila avrebbero scritto e recapitato, in una sorta di rito esorcizzante, evidentemente grata alla maschera finzionale che la libera dall’imbarazzo di discuterne. Alessandro/Tonio è lì per proteggerla, pronto a fare il lavoro sporco della didascalia. L’intento finale è quindi quello di trovare nella storia un motivo per stare insieme.

Il cinema “in prima persona” ha proprio questo fondalmentale e paradossale vantaggio: nasconde la realtà sotto uno strato di narrazione che è però spesso in grado di rivelare la verità delle cose. Ma è forse meglio parlare di complessità. Quando enunciamo un pensiero che esprime un nostro punto di vista su un’esperienza, esso è appunto parziale. Ma quando lasciamo che siano le immagini a vivere, sformando la loro stessa premeditazione, evolvendosi in qualcosa che non ci saremmo aspettati di registrare, allora ecco che il cinema si rivela nella sua essenza.

«Le cose più grandi nei film sono incidenti divini», diceva Orson Welles. Nel caso di Leila “l’incidente” è la forza espressiva di Clementina, il suo sguardo giovane ma già esperto, che ricorda a tratti l’intensità di Yile Vianello in Corpo celeste (2011) di Alice Rohrwacher. Colpisce la consapevolezza oscillante tra il grave e il leggero, la magia del gioco infantile che secondo Stanislavskij sta alla base della recitazione, con cui la figlia accoglie l’atto rappresentativo del padre per farne qualcosa di nuovo e assai personale. Speriamo di vedere distribuito nelle sale questo progetto piccolo e onesto come la sua protagonista.
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