Sentiero Film Factory 2025 – I vincitori raccontati dai giovani critici
Per il secondo anno consecutivo, Firenze si conferma fucina di giovani aspiranti critiche e critici cinematografici: nell’ambito della quinta edizione di Sentiero Film Factory sedici partecipanti si sono messi alla prova con l’analisi e la scrittura, trasformando per otto giorni il quartiere di San Frediano in un laboratorio intenso e partecipato. Un’esperienza che ha affinato le loro competenze e rafforzato il legame tra formazione, territorio e confronto professionale.
Pensare il Cinema | Critic Lab ha offerto un percorso intensivo di lezioni frontali, workshop e visioni guidate, sotto la supervisione di Olivia Fanfani e Alessandro Amato. Un mosaico di esperienze che ha reso l’edizione 2025 capace di intrecciare teoria e pratica attraverso il dialogo diretto con voci autorevoli e prospettive inedite. In quanto partner dell’evento, Birdmen ha partecipato al percorso di questi aspiranti critici e ora ospita degli estratti delle loro recensioni dei vincitori del festival.
Buona lettura!

Miglior Film – TAMAGO
Tutti hanno un segreto, ma certo non questo. Nel surreale Tamago la serata di due giovani impiegati giapponesi prende una svolta inaspettata dopo la bizzarra confessione di Kazu all’amico Tatsu. Galeotto fu un tramezzino all’uovo. Tra inquadrature dalle geometrie fumettistiche e tempi comici impeccabili, il film esce vittorioso da un’ardua impresa: trattare un argomento tabù con mezzi non convenzionali.
– Giulia De Petris
Diciotto minuti di divertimento e frenesia: un’amicizia da consacrare, un segreto da confessare. Usando pseudonimi e ambientazione nipponici, il trio di registi italiani Orso, Peter e Benjamin Miyakawi, sperimenta con la comicità dissacrando follemente i tabù. Tra sketch, montaggi dissennati e battute no-sense recitate con serietà, Tamago mostra in maniera esilarante che non bisogna aver paura di tirare fuori i nostri true colors.
– Flaminia Muzii

Miglior Montaggio – TAMAGO
Un sandwich all’uovo che ti permette di cambiare sesso. Tre fratelli italiani imbevuti di cultura giapponese ci accompagnano, in un viaggio frenetico dai risvolti surreali, tra colori pop, cibo spazzatura e riviste pornografiche. La natura queer del montaggio – il cui scopo è creare sempre nuovi significati – invita a trasformare, riformulare, ricombinare le identità. Il “tramezzino d’oro” diventa così il biglietto per la transessualità liberata, l’esilarante macguffin per sguinzagliare il desiderio.
– Luigi Gensabella
Con un montaggio spesso veloce e ritmato, quasi da serie animata, Tamago è un corto di freschissima originalità e ironia, che racconta lo stupore di poter finalmente svelare e vivere senza filtri i propri sentimenti.
Come direbbe il buon vecchio Billy Wilder – e come forse tocca ancora oggi ricordare – “nessuno è perfetto”.
– Giulia Galbiati

Miglior regia – 400 Cassettes
Cosa resta di un’amicizia quando il tempo la attraversa, la smonta e infine la dissolve?
Ambientato in un universo analogico, 400 Cassettes di Thelyia Petraki è una riflessione su ciò che resta quando tutto sembra svanire, un viaggio cosmico nel cuore della memoria.
Dialoghi autentici, spiritualità sottile, umorismo lieve, angoscia esistenziale. Un’elegia sul tempo che osa guardare al passato con la consapevolezza che ogni ricordo è anche, soprattutto, una forma di futuro.
– Desirée Quintiero
La luce delle stelle, per arrivare a noi, ha bisogno di tempo: i corpi celesti sono ricordi e chi studia il cielo è un archeologo cosmico. Ma se “il presente è già nel passato, che cos’è il futuro?” Due compagne di classe, Elly e Faye, riflettono sul senso del tempo. I primissimi piani sugli occhi e la camera a mano che segue i loro movimenti contribuiscono a creare un’atmosfera trasognata. Il cielo, da bianco e luminoso, di sera brilla di stelle grandi e sfocate. Tra queste, una rossa brucia: richiama Faye.
– Martina Sofia Licata

Miglior Colonna Sonora – 400 Cassettes
400 Cassettes di Thelyia Petraki riflette sulla potenza del ricordo e su quanto la memoria riesca a rendere tangibile anche qualcosa che non c’è più.
Nel film passato, presente e futuro coesistono senza soluzione di continuità e i suoni del mondo dialogano con quelli della memoria: il rumore di un bus in movimento riporta a galla conversazioni passate, una cassetta degli “Alive she died” risveglia il ricordo di una serata trascorsa in discoteca. L’immaginario è puramente anni ’80, a partire dalla resa VHS dell’immagine, fino all’uso del sintetizzatore nella musica.
– Carolina Pernigotti
Due giovani amiche adolescenti si interrogano sul senso della vita attraverso la metafora della luce stellare che arriva a noi solo dopo migliaia di anni. Con questa consapevolezza Elly tenta di trattenere l’anima di Faye tramite le immagini, mentre Faye si aggrappa ai ricordi di Elly. La colonna sonora accompagna la messa in scena evocando l’immaginario dello spazio profondo, tra risonanze siderali ed echi lontani. Ogni suono sembra provenire da una distanza emotiva incolmabile, amplificando l’assenza e la nostalgia. E la musica diventa l’unico linguaggio possibile.
– Sabbiana Cunsolo

Miglior Fotografia – 3MWh
“Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.”
Dopo aver tracciato i propri consumi energetici, un uomo di 62 anni decide di impacchettare la sua vita in scatole. Spostandosi dalla dimensione produttiva a quella naturale il protagonista torna alla vita primordiale coricandosi in una capsula ovale, dove l’energia può essere riconvertita e trasmessa a un nuovo seme. Ambientato in un futuro prossimo, il corto ricorda la fantascienza filosofica degli anni Settanta. La scelta di Kochová di girare in 16mm non produce un effetto posticcio: su pellicola i colori spenti restituiscono in modo efficace la solitudine di paesaggi industriali.
– Dario Marchiani
Il cortometraggio 3MWh traduce attraverso le immagini la prima legge della termodinamica: la rappresentazione puntuale degli spazi circolari restituisce l’idea di eterno ritorno e di trasformazione alla base del film. Le tinte cupe e la costruzione magistrale di scene in campo lungo descrivono visivamente lo stato interiore del protagonista. La regista Marie-Magdalena Kochová, attraverso il suo sguardo poetico, illumina i paradossi dell’antropocentrismo.
– Michele Innocenti

Miglior Sceneggiatura – Sammi, who can detach his body parts
Il cortometraggio indonesiano Sammi, Who Can Detach His Body Parts di Rein Maychaelson racconta una madre che tenta di ricomporre il corpo del figlio morto, recuperando arti o organi che in vita lui ha donato ad altri. La struttura si divide a sua volta in parti, che non vogliono essere capitoli narrativi, ma intendono raccontare la ricerca dei frammenti di Sammi.
La premessa fantastica diventa quindi un’esplorazione umana: qual è il senso della nostra esistenza se non quello che siamo riusciti a lasciare di noi?
– Riccardo Romano
Il corto si snoda attorno a un figlio e a sua madre. Il primo, Sammi, possiede la particolare abilità – o responsabilità – di poter staccare e riattaccare a piacimento le parti del suo corpo. Tuttavia, la scelta di donarle a chi ne ha bisogno, e quindi, di cedere la sua stessa vita, pezzo dopo pezzo, è motivo irrisolto di separazione tra i due.
Come un moderno mito di Iside, dove la ricerca e l’assemblaggio dei pezzi di un corpo plasmano la narrazione, Maychaelson restituisce un corto di realismo magico, con una regia che disseziona le inquadrature e che pulsa ritmicamente in un crescendo emotivo tra il teso e sotteso.
– Valentina Sodini

Miglior Attrice – Noemi Giuseppina Muoio per Domenica Sera
Nell’ultimo cortometraggio di Matteo Tortone, Domenica Sera, una cantina, da luogo oscuro e isolato dal mondo, si accende e diventa posto sicuro per i ragazzi di un quartiere della periferia torinese. Sarà proprio qui che avverrà l’incontro di due anime scosse: Alex, girovago annoiato che porta con sé il peso dell’assenza del padre e Nemy, una cantante rap emergente piena di talento. L’esordiente Noemi Giuseppina Muoio si cuce addosso Nemy come fosse parte di sé.
Grazie a un’espressività incisiva riesce a restituire l’audacia e la fragilità di una ragazza che, in fondo, desidera solo esprimere tra una rima e l’altra ciò che sente.
– Chiara Cortese
È un beat dominante quello che introduce la rapper torinese Noemi Giuseppina Muoio, in arte Nemy, in Domenica sera, corto di Matteo Tortone. Dalle prime barre fino alle interazioni con Alex, è evidente la capacità dell’attrice esordiente di variare il proprio stato emotivo sotto ogni aspetto, anche il più alterato. La contrazione delle labbra e i movimenti delle mani testimoniano l’abilità di adattarsi ai rapidi cambi di tono delle scene, soprattutto nella concitata sezione finale. Nemy attinge pienamente dalla realtà di periferia Torinese, incarnando l’immaginario della rapper “asociale ma socievole”, come si definisce lei, senza mai snaturarsi totalmente.
– Francesco Petraccia

Miglior Attore – Michael Zindel per No Skate!
Nella Parigi assolata e affollata a causa delle Olimpiadi si incrociano le vite di Isaac e Cléo, due giovani cartelloni pubblicitari umani. Il primo, il cui nome è letteralmente traducibile in ‘colui che ride’, giustifica la sua loquacità sostenendo che ‘se nessuno parla è la morte’, la seconda invece, più taciturna, si è appena lasciata col fidanzato skater.
Sarà l’astio verso questo sport a farli unire nella crociata No Skate, perché non c’è niente che unisca come il comune disprezzo per qualcosa.
– Tommaso Rubechini
Isaac, interpretato da un emergente e disinvolto Michael Zindel è un instancabile ottimista che possiede la passione per il karate, anche se i suoi movimenti goffi e ondeggianti lo rendono più un asparago stracotto. Il personaggio, complice la naturalezza di Zindel, incarna un perfetto flâneur che trova piacere nel girovagare alla perpetua ricerca del niente. La sua allegria contagiosa lo porta ad imbattersi in Cléo, una ragazza introversa e solitaria, con cui l’unica somiglianza sembra essere l’apparente odio per gli skaters. Inquadrature panoramiche a comporre un montaggio cadenzato, lasciano il romanticismo parigino sullo sfondo per privilegiare il racconto di due opposti che si bilanciano.
– Valentina Sodini

Menzione Speciale a Goodbye Pig
Due animali accatastati nel retro di un camioncino, un’icona sacra a rappresentare l’unica speranza. Goodbye Pig di Roberta Palmieri racconta il viaggio di un maiale dalla Spagna all’Italia.
La voce fuori campo è la sua voce, il punto di vista una soggettiva che mostra i suoi movimenti frenetici nei campi, in una brevissima illusione di libertà. Molteplici le letture cui si presta questa storia: il destino cui sono obbligati gli animali, pura merce per il fabbisogno umano, o un parallelismo che, se vogliamo, racconta anche dell’ardua scelta di tante persone costrette a migrare alla ricerca di una vita migliore.
Dal 2015 Birdmen Magazine raccoglie le voci di cento giovani da tutta Italia: una rivista indipendente no profit – testata giornalistica registrata – dedicata al cinema, alle serie e al teatro. Oltre alle edizioni cartacee annuali, cura progetti e collaborazioni con festival e istituzioni. Birdmen Magazine ha una redazione diffusa: le sedi principali sono a Pavia e Bologna.
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