Non esistono neologismi per dire quanto mancherà Stefano Benni
“L’arte è questo: scappare dalla normalità che ti vuole mangiare. Io fuggo sempre, e i miei disegni sono così perché so che possono essere cancellati, divorati in un attimo. Eppure so che uno di questi, almeno uno, o tanti, durerà milioni di anni.” (da Margherita Dolcevita)
Premessa: questo non è un coccodrillo tradizionalmente inteso, è una lettera di amore a chi mi ha aperto il mondo.
Appena ho imparato a leggere, mia madre mi ha messo tra le mani una copia di Stranalandia. Chiunque abbia letto questa atipica guida illustrata agli animali, gli usi e costumi di un’isola ignota sa che non è il libro adatto a una bambina di sei anni, alcune creature come il Serpente Rosicchiamondo o il Babonzo come illustrati da Pirro Cuniberti probabilmente hanno abitato i miei incubi per anni, ma era un piccolo prezzo da pagare per viaggiare in una terra distante dove l’unica regola era la fantasia.
Con quel libro mia madre mi aveva aperto le porte alla stranezza, all’orgoglio di essere strani e folli ma soprattutto liberi, e mi aveva permesso di innamorarmi della lettura nel modo più totalizzante possibile e quell’amore che continua ancora oggi potrebbe non essere mai nato senza Stefano Benni.
Stefano Benni non vedeva le parole come dei monoliti, dei caratteri stampati su un dizionario e in quanto tali immutabili: per lui erano un trampolino di lancio e pasta modellabile, erano le sue idee a creare le parole e non il contrario. Non esistevano confini per la sua penna, che costruiva e decostruiva la stessa lingua italiana in continuazione. Una pagina bianca per Stefano Benni è un pentagramma per creare musica fatta di parole e colori vibranti.
Stranalandia – o meglio I meravigliosi animali di Stranalandia – è stato per me solo il primo passo in quel mondo in cui volevo addentrarmi con la grazia di un Gogotorinkomoto (“un ornitorinco con le zampe rotellate”). Anche senza che lo cercassi personalmente, le parole di Stefano Benni mi trovavano per la strada della mia vita. In quegli anni sulla rete ammiraglia avevano iniziato a trasmettere la serie animata de La compagnia dei celestini e anche senza sapere che si trattava di un (liberissimo) adattamento del suo romanzo, trovai in quella ribellione in nome della pallastrada – uno sport simile al calcio ma adattato alla strada – quella fuga dalla quotidianità, quel rifugiarsi nella stranezza che diventa collante umano.
Margherita Dolcevita mi ha insegnato ad abbracciare la bruttezza – anche se la bruttezza in fondo altro che non è che bellezza vista con altri occhi – e i periodi maperò della vita, sviluppando la consapevolezza che sarò una bambina in scadenza per il resto della mia vita. Bar Sport ha cambiato il mio modo di vedere i bar di città, ora le vetrine che ostentano cornetti e altre paste sono un quadro ornamentale, nato per essere ammirato e mai mangiato. Ho avuto la fortuna di non ingerire mai una Luisona, anche perché penso che in caso contrario non sarei ancora qui a raccontarlo, ma inizierò a cercarla nei bar in nome di Stefano Benni.
Vicino al mio decimo compleanno per qualche ragione sconosciuta da Dio, Stefano Benni visitò la mia cittadina natale per fare un reading al teatro comunale. Ero seduta sul loggione con i miei genitori e ascoltavo ogni sua parola, anche quelle che all’epoca ancora non mi erano comprensibili, come i topi di Hamelin seguivano il suono del piffero. Dopo lo spettacolo lo incontrammo nei corridoi e il risultato di quell’incrocio furono una foto e tanti complimenti. Se avessi saputo che non l’avrei mai più rivisto dal vivo nella mia vita, probabilmente avrei inventato una parola tutta per lui per regalargliela.
A volte per vedere il mondo in modo diverso basta inclinare leggermente la testa e tutto assume una prospettiva diversa. Leggere un libro di Stefano Benni è così, una piccola grande opera di rivoluzione contro i cardini dell’umanità. Se Stefano Benni ci ha lasciato, le parole che ha donato al mondo rimarranno qui con noi per sempre per aiutarci a riscrivere le regole. In Margherita Dolcevita scriveva che solo i pesci morti vanno con la corrente, ma nemmeno in quella porzione di Aldilà dove è finito Benni seguirà la corrente. Ne inventerà una tutta per sé e un giorno magari avremo il privilegio di nuotare con lui.

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