The Sower – Seminare libertà ed emancipazione
Donne che raccontano il coraggio e la forza femminile attraverso storie passate, corali, che sono veri e propri atti politici di rottura. The Sower (Le Semeur) è un fim del 2017 – anno di nascita del #MeToo –, esordio alla regia di Marine Francen, inedito in Italia fino ad oggi, eppure, visto con cognizione di causa, si mostra come tassello importante di quel cinema francese che negli ultimi anni punta a raccontare l’emancipazione femminile come arma di rieducazione di menti e sguardi. The Sower è in sala dal 5 giugno con KitchenFilm.
1852, Napoleone III è appena stato incoronato imperatore e ha iniziato un’aspra persecuzione dei sostenitori della Repubblica. È così che in un piccolo villaggio rurale delle Cèvennes tutti gli uomini vengono arrestati e le donne restano sole a dover mandare avanti l’economia della comunità. Quando la speranza del ritorno di mariti e figli è ormai lontana, tra le più giovani viene stipulato un accordo: se mai arriverà un uomo al villaggio, sarà di tutte.

Il dolore, il vuoto e il senso di impotenza di donne che si sono sempre viste e pensare in rapporto di inferiorità rispetto all’uomo, non hanno il tempo di sedimentare, poiché è l’istinto di sopravvivenza a prevalere: le donne devono andare nei campi, seminare e mietere il grano, riparare le falle del tetto del granaio sotto la pioggia battente, per evitare che il raccolto venga distrutto, e allo stesso tempo crescere i bambini perché un giorno possano diventare uomini forti. Il sole sorge e le stagioni fanno il loro corso mentre, da un lato accresce l’indipendenza femminile e dall’altro sfuma il desiderio di una vita felice che si regga sulle convenzioni – matrimonio e maternità. La solitudine, seppur pesante e priva di prospettive migliori, porta con sé la libertà di scoprirsi – fisicamente ed emotivamente – azzerando il tabù dei discorsi sessuali e dell’autoerotismo. La mancanza fisica del maschile è prima totalizzante e poi relegata alla funzione riproduttiva, ed è una volta dichiarata questa presa di consapevolezza che le giovani del villaggio suggellano il loro patto di alleanza.
L’arrivo del fabbro Jean (Alban Lenoir) diventa, dunque, la possibilità di una realizzazione di comunità, la possibilità di dar seguito alla propria stirpe – un pensiero maschie che si è radicato a tal punto da cancellare ogni forma di sentimentalismo. Solo Violette (Pauline Burlet), che per prima ha il compito di sedurre il forestiero e trattenerlo, subirà un’ulteriore trasformazione che “normalizzerà” le sue pulsioni. Dal corale all’individuale, la macchina da presa di Francen studia e cattura pulsioni e desideri di solitudini perdute che si coalizzano per sopravvivere, costruisce e decostruisce i vantaggi e gli svantaggi di una presa di posizione che presuppone libertà ma che a lungo andare, a cospetto degli imprevisti del destino, si trasforma in una gabbia stringente che scioglie un giuramento per invocarne un altro. Progetta una strada politica verso l’emancipazione come un abbaglio – parallelo a quello storico della Seconda Repubblica – per mostrare come i tempi non siano ancora totalmente maturi per far sì che il genere umano rompa radicalmente con il passato. Serve un giusto equilibrio, difficile da raggiungere, in cui obiettivo e azione per ottenerlo siano calibrati e proporzionali. Nella crudezza della sopravvivenza biologica, futuro e libertà possono germinare solo nell’adeguata condizione di sincerità e conoscenza – gli echi illuministi di Voltaire che viene letto da Jean e Violette, gli unici due personaggi alfabetizzati, risuonano chiaramente – ed è così che pur giungendo al fine sperato, la congrega di aspiranti genitrici non troverà la serenità e la sicurezza sperata, ma altri problemi a cui dover fare fronte.

The Sower, nel suo voler essere manifesto politico femminista sfrutta il potere dell’immagine per creare realismo, ma anche bellezza. L’immersione delle donne nella natura, negli sterminati campi di grano rimandano alla pittura che sarebbe loro contemporanea alla vicenda, stringendo legami più alti che combattono e scardinano gli stereotipi di genere. Nel giusto accordo tra pubblico e privato, Francen esplora più strade senza perdere di vista ciò che vuole rimarcare: qualunque strada si scelga di percorrere è essenziale farlo da persone libere, senza imposizioni o costrizione. Un insegnamento che è il cuore del racconto, il germe di un seminatore che instilla prima di tutto autonomia e lucidità.
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