Bird – Il rito di passaggio di un’adolescente ai margini
Quel momento di passaggio che porta alla pubertà è una fase di subbuglio fisico e interiore, ma anche una congiuntura magica con le sensazioni che si amplificano e la percezione di una realtà del tutto nuova e sconosciuta. Bailey è la protagonista dello straordinario film di Andrea Arnold, Bird, una ragazza di 12 anni che cambia e sopravvive, quasi come se vivesse in un non-luogo tra degrado e abbandono. Siamo nel Kent settentrionale, a sud di Londra, dove la stessa regista è cresciuta e di cui conosce bene la mappatura. Bailey vive in uno squat con il giovanissimo padre Bug (Barry Keoghan) e il fratellastro Hunter, sua madre è altrove con le piccole sorelline, succube di un uomo violento. Tutti genitori troppo presto in un mondo dove gli adulti sembrano spettri delle vite precedenti e quest’esistenza così dura si vive giorno per giorno, tra disincanto, droghe e piccola criminalità.

Bailey si muove in questo mondo in cerca del suo posto, vuole aiutare Hunter e i suoi amici a dare una lezione a chi ha abusato di un loro coetaneo ma, dopo l’agguato, si ritrova sola e incontra colui che la accompagnerà in questo rito di passaggio, l’enigmatico Bird interpretato magistralmente da Franz Rogowski.

Bailey osserva la vita dal suo cellulare, la registra così come fa la sua generazione, proietta sulla parete i video e forse sogna quel cielo che non guarda gli ultimi. Osserva il volo degli uccelli ma resta con i piedi ancorati a quella terra ostile. È in conflitto con un padre troppo impreparato al ruolo di genitore, che vuole sposare una donna conosciuta da poco: la ragazza ha paura di perdere quel poco che ha, di continuare a crescere troppo in fretta, proprio come la vita finora l’ha abituata.
Andrea Arnold non fa di Bird una questione politica o una riflessione sociale su chi è ai margini, così come per i suoi film precedenti, lavora piuttosto sul punto di vista e sulle emozioni di chi è immerso in un mondo di dimenticati. Certo, non sarebbe la stessa cosa se i protagonisti fossero i figli di un accademico o di una gallerista di Shoreditch, perché Arnold è interessata a restituire le emozioni di chi attraversa una certa esistenza. E allora è ovvio che il privato diventa politico ma non nella sua intenzione originale. Anche la questione di genere della protagonista passa con naturalezza all’interno della dinamica del suo posizionamento nel mondo.

Bailey diventa una guida in quel labirinto di reietti, lei che sempre ha dovuto imparare a gestire qualcosa al di fuori di sé stessa: deve aiutare Bird a trovare la famiglia da cui è fuggito anni prima, deve salvare le sorelle e sua madre da quell’orco di violenza e soprusi. Così Arnold per rendere sopportabile tanto dolore si muove tra il realismo e il surreale. Il film è infatti costantemente sovraccaricato dalla musica, di ieri e di oggi: Verve, Coldplay, Fontaines D.C., Blur, Sleaford Mods (Jason Williamson nella piccola e incisiva parte del padre di Bird) e poi le musiche originali di un genio dell’elettronica, Burial, colui che ha reso calda l’eredità della Rave Culture. Non è un caso sia qui.

Le carrellate delle corse in bicicletta della Nouvelle Vague qui diventano fughe sul monopattino elettrico accessoriato di cassa, in una sequenza di incredibile bellezza. La famiglia composta da Bug, Hunter e Bailey, abusivamente in tre su un mezzo tanto usato nelle nostre strade, si sente fortunata perché è ancora unita e anche quel giorno ce l’ha fatta. Bird è la prova di cinema fenomenologico, istantaneo, un film di un’umanità che pochi registi riescono a toccare: il già visto non è una riproduzione di ieri, semmai una reinterpretazione contemporanea che fa di Arnold una delle voci più profonde dei nostri tempi. Bailey, come accaduto a Bird, raggiunge il suo status ideale: mezza donna, mezzo uccello. Siamo in un quadro di Max Ernst ma qualcuno deve averci scritto sopra la sua tag verde acido.
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