Il Mohicano – La ribellione giusta e silenziosa
Quando una persona diventa leggenda, il suo nome e la sua storia passano di bocca in bocca, si impreziosiscono di dettagli, tanto da non saper più riconoscere cosa sia vero e cosa finzione. Anche la storia del corso Joseph Terrazzoni ha subito questa metamorfosi, tanto per gi abitanti dell’isola, quanto per il cineasta Frédéric Farrucci che alla sua figura ha prima dedicato un documentario e ora un lungometraggio, che dopo il passaggio alla Mostra del Cinema di Venezia è pronto per arrivare in sala: si tratta de Il Mohicano, distribuito da No.Mad Entertainment a partire dall’8 maggio.
Joseph Cardelli (Alexis Manenti) è uno degli ultimi pastori corsi a non aver ceduto alle minacce della mafia locale che specula e costruisce distruggendo la natura selvaggia dell’isola per renderla turistica oltre che appetibile fabbrica di denaro facile. Messo alle strette dal boss Battesti, Joseph reagisce e diventa un fuggitivo ricercato da delinquenti e polizia, ma soprattutto un modello di forza e coraggio per i suoi connazionali.

Selvaggia e ruvida, come l’entroterra della Corsica, legato alla sua storia e al terreno che produce e dà sostentamento a un popolo schivo e di poche parole, è la vicenda di Joseph, soprannominato ultimo Mohicano perla sua resilienza di ideai e ricerca di giustizia. Al pastore basterebbe denunciarsi e usare la carta della legittima difesa, invece, la sua fuga diventa atto politico perché porta con sé il coraggio di resistere e ribellarsi, di ripagare con la stessa arma chi semina terrore e violenza. Un thriller, un western moderno, un film di denuncia sociale e un tassello di epica contemporanea, il film di Farrucci è tutto questo nella semplicità di una narrazione che non ha bisogno di troppe parole, ma di gesti portatori sani, seppur scorretti, di significato e mobilitazione. La traversata di Joseph verso una salvezza impossibile, si alterna al tamtam mediatico che le sue gesta provocano, tanto radicale e potente da risvegliare la coscienza comune e compattare un’umanità in apparenza solitaria ed individualista. Il pastore, abituato a cavarsela da solo, riceve il sostegno di una fratellanza sia di sangue che di anima che lo spinge a una disperata ribellione dalla quale non è più possibile tornare indietro. L’atto criminoso che chiama altro atto criminoso è consequenziale, un’emorragia inarrestabile che genera dolore misto a consapevolezza. Il mohicano corso diventa un eroe – o antieroe – suo malgrado, smuove l’accondiscendenza pigra e paurosa fino a far emergere l’indignazione e la reazione pubblica, più facile attraverso i social, ma tanto affilata da dilagare e diventare virale e concreta.

Farrucci non abbandona lo sguardo documentaristico ma lascia che la macchina da presa si prenda tutte le libertà necessarie, in un rigore sporcato dal fascino dei generi, per costruire una poetica della tensione in armonia con gli ambienti che sono riflesso intimo ed emotivo dei personaggi. Ricorre, inoltre, ad una mescolanza linguistica tra corso e francese, che ulteriormente sottolinea il doppio volto di una vicenda legata al territorio ma anche aperta all’esterno: la lingua locale si fa largo tra le parole di quella ufficiale come l’irruenza di Joseph spezza la quiete irreale dei possidenti di ville e dei villeggianti che gremiscono le spiagge della costa tirrenica. Il Mohicano è, dunque, un film che vive sul filo, in bilico tra contraddizioni che costituiscono instabili equilibri diplomatici, compromessi per non svegliare il can che dorme e salvare il salvabile di un mondo che non sa reagire. Intimidatorio nel suo silenzio programmato, nella calma di violenze che non hanno bisogno di grida e clamore per sembrare più minacciose e devastanti di quanto non siano, il tono del film di Farrucci è disarmante, corazza di una forza che provoca echi senza cercarli, e che esplode solo nel momento in cui è la debolezza ad incrinarla, nell’istante esatto che precede la leggenda. Altrettanto disarmante ed interessante è il lavoro che il regista conduce su e con Alexis Manenti, un attore che il pubblico è abituato a vedere lavorare in overacting – pensiamolo diretto da Ladj Ly e Romain Gavras –, che qui si trasforma in un cowboy mediterraneo dallo sguardo di ghiaccio, il quale agisce solo se provocato, fiero della sua ordinarietà, pelle cangiante di un animo eroico, puro, che viene alla luce nella straordinarietà della reazione.
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