La solitudine dei non amanti – Il coraggio di volersi bene
Non esiste un momento preciso della vita in cui si è pronti a confrontarsi con se stessi, deve esserci un evento particolare, radicale, che metta l’individuo nella condizione di guardarsi dentro. Ed è proprio a guardarsi dentro che impara la protagonista de La solitudine dei non amanti (Lovable), lungometraggio d’esordio della norvegese Lilja Ingolfsdottir, in arrivo nelle sale italiane il 30 aprile grazie a Wanted Cinema.
Maria (Helga Guren) ha quarant’anni, due figli e un divorzio alle spalle quando incontra Sgmund (Oddgeir Thune). Il loro amore dura sette anni nei quali la prole si moltiplica insieme all’instabilità e alle rinunce. Maria, frustrata, non riesce più a gestire la rabbia e la separazione dal secondo marito la porta a doversi interrogare su di sé, su ciò che prova e la spaventa.

Maria ha fatto di tutto per avere Sigmund, uomo con uno stuolo di corteggiatrici ai suoi piedi, per lui è giunta a mettere a rischio la sua carriera lavorando da casa, per lasciare che, sempre lui, musicista, viaggiasse per il mondo inseguendo i suoi sogni. Proprio dal suo sentirsi incompresa e per nulla sostenuta nel quotidiano e nella crescita dei figli ha origine la rabbia di Maria. Quando Sigmund tenta di aiutare, facendo del suo meglio, è sempre assalito, messo con le spalle al muro, accusato. Giungere alla separazione è doloroso me è la sola la strada per lui, mentre un’ulteriore prova per lei che propone la terapia di coppia. Eppure, Maria la sua nuova strada deve trovarla da sola: tutti hanno una pessima opinione di lei, la figlia maggiore si sente abbandonata, la madre criticata, giudicata e incompresa sin da quando per prima ha lasciato il padre di Maria. Se messe a confronto le tre generazioni di donne del film sono identiche, incapaci di relazionarsi con le altre nella maniera corretta, sfiancate da un tumulto interiore che le vorrebbe brave in tutto e che invece lascia le mancanze accumularsi le une sulle altre senza possibilità di smaltimento. La delicatissima e precaria stabilità che Maria prova a preservare per non cedere e buttare al vento la sua vita, la distrugge, mentre è alla ricerca di un gesto gentile, di una cura che trova solamente iniziando la terapia.

Lilja Ingolfsdottir, sicurissima e audace, racconta dall’interno il momento di crisi di una donna, usa la macchina da presa come se fosse essa stessa lo strumento di terapia, e mette in partica nel racconto quelle tecniche che la psicologa utilizza con la sua paziente; non a caso il film inizia con una rievocazione in voice-over dei momenti salienti della relazione dei due protagonisti, narrati alla terapeuta. È, inoltre, sempre lei a chiedere a Maria di pensare ad una differente prospettiva, onesta e sincera, della lite ultima che ha portato all’irremovibile decisione di separazione. Intriso del rigore e del minimalismo tipici del cinema scandinavo, La solitudine dei non amanti è un’opera che rifugge la retorica e non ha paura di toccare punti nevralgici del femminile e della sua percezione. Maria ha bisogno di riconsiderarsi come donna, nella sua indipendenza e nel suo rapporto con il maschile mettendo in primo piano le sue priorità, imparando ad amare se stessa senza paura di essere rifiutata o abbandonata: potentissima e commuovente è, dunque, l’accettazione di sé che, ancora una volta, passa attraverso la macchina da presa che diventa specchio, capace di trattenere e rimandare gesti d’amore inconsueto che denudano Maria e la portano ad intravedere la possibilità di una crescita che l’avvicini alla serenità. Non vi sono risposte, consigli, lieti fini eclatanti, solo sospensioni e angolazioni differenti da cui osservare se stessi e il microcosmo che si ha attorno. Il livore scivola via nel difficile e coraggioso atto di elaborazione della reciproca colpevolezza, nella necessità di non farsi altro male e di non farlo ai figli. La forza di un film intimo, seppur dal linguaggio universale come La solitudine dei non amanti sta nell’accantonamento di imposizioni, ripicche e scorciatoie, vive e cresce nella semplicità disarmante del voler essere onesti, tanto da eliminare ogni sovrastruttura, qualcosa che nella società contemporanea spiazza e immobilizza, qualcosa che andrebbe reimparato per potersi definire attraverso sentimenti di amor proprio e del prossimo.
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