La fossa delle Marianne – In viaggio per riemergere
«Vuoi morire o smettere di vivere?». Dove sta la differenza in due espressioni che comunemente vediamo coincidere? Sta nell’approccio alla vita che ha chi rimane e non sa come reagire ad una perdita. C’è un abisso infinitamente profondo in cui silenziosamente si scivola e da cui riemergere è difficilissimo; questa condizione di caduta libera attutita dall’acqua è quella che vive Paula dal giorno in cui il suo fratellino Tim è annegato a Trieste. La stessa sensazione l’ha provata due volte Helmut, la prima quando molti anni prima è affogato il figlio undicenne Christoph, e di recente quando anche la moglie Helga se n’è andata. Paula e Helmut sono i protagonisti de La fossa delle Marianne (Marianengraben), l’esordio alla regia della lussemburghese Eileen Byrne, presentato in anteprima al Bolzano Film Festival 2025 e in sala grazie a Trent Film dal 24 aprile.

Sotto la pioggia battente un settantenne e una ventenne diventano complici in un cimitero tedesco dove trafugano l’urna contenente le ceneri della moglie dell’uomo. Inizia, così, un viaggio verso l’Italia che è un ritorno alle origini e alla vita. I lutti che brutalmente hanno segnato Helmut (Edgar Selge) e Paula (Luna Wedler) li hanno resi bruschi, schivi e diffidenti, chiusi in un dolore che il mondo non vuole lenire perché abile ad andare avanti senza curarsi delle sofferenze altrui. La loro sintonia elettiva li porta a confrontarsi attraverso il “linguaggio dell’afflizione” che parlano tramite “dialetti” differenti per età, vissuto, formazione, e poi a scontrarsi, cercarsi e tenersi la mano fino alla fine di un percorso che non è mai una vera conclusione.
La regista lussemburghese, seppur adattando l’omonimo romanzo di Jasmin Schreiber, trova la sua strada in un racconto che esorcizza e mette in pace. Nonostante la morte sia il centro de La fossa delle Marianne, non cancella la vita, la lascia fluire, trasformare evolvere, quasi reincarnarsi e radicarsi nei luoghi, nelle acque, nella terra bagnata, negli animali che i protagonisti incontrano sul loro cammino. I paesaggi mozzafiato dell’Alto Adige, oltre ad essere una cornice fascinosa e incontaminata, suggellano un forte legame: sono una heimat, tanto agognata da Helmut per poter tornare alla casa dove visse i momenti migliori con la sua Helga, e il simbolo della ripartenza per Paula che vorrebbe raggiungere Trieste, ma che a contatto con vallate e montagne, ispiratrici di tranquillità, lascia scivolare nel passato con cui deve riappacificarsi. L’acqua, la terra, il fuoco, con il loro significato simbolico – danno la vita alle creature e le riaccolgono alla fine del loro percorso terreno – passano dall’essere elementi dolorosi a lenitivi, poiché funzionali per compiere riti, non tanto religiosi, quanto di passaggio e accettazione.

Byrne miscela sapientemente la narrazione della parola e quella dei sentimenti, entrambe pronte a sbocciare e a creare rapporti che non hanno bisogno di etichette e classificazioni. Anime spezzate che si sono perse negli abissi più profondi del dolore, arrancano nel buio di una esistenza che non vale più la pena di essere vissuta, attendendo e aspirando alla morte, percepita come una liberazione. Eppure, La fossa delle Marianne non conosce cupezze insanabili, quasi come un’opera fuori dal tempo, mescola il grottesco al tagliente, l’onirico al reale, inneggia alla tenerezza, uno dei sentiment più difficili da provare e da donare al prossimo. La chimica tra Selge e Wedler si amplifica a tal punto da rendere i loro Helmut e Paula una sola entità, ricostruzione di un equilibrio in armonia con il mondo, il destino e la morte che non fa più paura ma che si accetta come un passaggio, come l’inizio di un nuovo viaggio che è crescita e riconciliazione.
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