Cosa ci può raccontare Pretty Woman dopo 35 anni?
Vivian (Julia Roberts) è una prostituta della Hollywood Boulevard, Edward Lewis (Richard Gere) un magnate che smembra compagnie per rivenderne i pezzi e guadagnare cifre spropositate. Entrambi, per dirlo con una brillante sintesi dello stesso Edward “fottono le persone per soldi”. Un giorno, per una coincidenza fortuita, queste due solitudini finiscono con l’incontrarsi e passare la notte insieme. La mattina seguente, Edward offre a Vivian tremila dollari per passare una settimana con lui e la ragazza ovviamente accetta. Una scelta fatta per “evitare coinvolgimenti sentimentali” si trasformerà presto in una delle storie più romantiche della storia del cinema.
Il resto è storia.

Pretty Woman è ancora oggetto di controversie, soprattutto perché secondo molti porterebbe avanti due retoriche antiquate: il cavaliere che salva la principessa in pericolo e i soldi in grado di comprare qualsiasi cosa, anche l’amore. Quanto c’è di vero in queste critiche? Quali sono le reali intenzioni del film di Marshall? Facciamo un passo indietro e cerchiamo di scoprirlo.
Nemmeno un quarto d’ora dall’inizio del film ed Edward guarda già Vivian fosse la donna più bella del mondo, il tutto mentre lei gli spiega come funzionano le macchine sportive e dell’adolescenza vissuta in periferia. Le loro differenze sono un punto di forza ed entrambi sentono all’istante di poter essere finalmente loro stessi senza il bisogno di indossare una maschera.
La forza di questa coppia si deve anche ad un altro aspetto indiscutibile, ossia l’alchimia che si instaura sullo schermo tra Richard Gere e Julia Roberts. I protagonisti, infatti, si divertono dentro e fuori dal set, tanto che la famosa scena della collana con la scatola che si chiude all’improvviso è uno scherzo fatto da Gere alla Roberts, tutt’ora una delle sue più care amiche. In effetti, in Pretty Woman si ride parecchio, tra gag che seguono gli schemi tipici della commedia romantica e battute sarcastiche più vivaci.
“Odio puntualizzare l’ovvio, ma tu sei una prostituta Vivian…”.
I due funzionano così bene insieme che Garry Marshall li rivorrà anche per il suo successivo Se scappi, ti sposo (1999).

La trama del film è costruita attorno ai soldi e questo è un dato di fatto, ma la verità è che per tutto il film si cerca di dimostrare quanto il denaro non sia in grado di fare davvero la differenza, soprattutto quando si parla di amore. Con i soldi si comprano i vestiti, le collane di diamanti, un’ora di sesso, ma non i sentimenti. Al primo litigio, infatti, Vivian se ne va senza prendere i soldi che Edward le aveva promesso, anche se ne avrebbe un estremo bisogno.
Questa giovane ragazza ha fatto la prostituta per anni, ha venduto il suo tempo e il suo corpo per soldi fino a non sentirlo più suo, ma ora vuole la favola e non è disposta a tornare indietro. Lo stesso varrà per il signor Lewis, che finalmente deciderà di impiegare le sue finanze per costruire davvero qualcosa, invece di distruggere compagnie già sull’orlo del fallimento.
Per dirlo con le parole della sceneggiatura: lui salva lei e lei salva lui.

Pretty Woman è leggero, ma lo è nella sua accezione più nobile. Il film riesce a nascondere tra le righe tutte le difficoltà del mondo reale, della vita da strada che Vivian era costretta a vivere prima dell’incontro con Lewis. Da quello che ci racconta, infatti, capiamo che la ragazza conosce molto bene la sensazione di un pugno in faccia, dei morsi della fame e del senso di inadeguatezza che si prova a girare con delle scarpe tenute insieme da una spilla. La scelta registica di non mostrare da vicino nessuna scena di sesso – la macchina da presa si allontana sempre un attimo prima – sembra quasi una scelta morale, di rispetto. Per troppo tempo Vivian è stata privata della sua intimità e il suo corpo dato in pasto agli occhi indiscreti degli uomini, è arrivato il momento di restituirle la pace della quale ha bisogno.
L’unica regola che aveva fissato il suo personaggio non verrà infranta fino alla fine: niente baci. Lo vediamo anche nella famosissima scena del pianoforte, in cui i corpi dei protagonisti si intrecciano seguendo la melodia delle note. Edward vorrebbe disperatamente baciare Vivian, ma questa si ritrae e l’amante sarà costretto a rinunciare. Cosa potrà mai essere un bacio per una prostituta, verrebbe da chiedersi. In questo caso è una prova d’amore, quel famoso “apostrofo rosa” che segna il confine tra il proprio lavoro e la propria anima. Vivian, infatti, bacia Edward solo quando è pronta a dirgli che lo ama e farlo prima vorrebbe dire tradire se stessa.
Per lo stesso principio è pronta ad andarsene. Seguirlo a New York vorrebbe dire levarsi dalla strada, ma essere ancora proprietà di qualcuno e questo non ha nulla a che fare con l’amore.

Per rispondere alla domanda iniziale: No, Edward non compra mai Vivian, al massimo le insegna a credere ad una versione migliore di sé – per dirla alla The Substance – e non più alle voci che la volevano un semplice giocattolo per gli uomini. Ma se ne è davvero innamorato, anche il Signor Lewis deve essere pronto a mettersi in gioco, a cambiare in positivo. Solo così potrà essere all’altezza di una donna che ora si rispetta, che ora si vuole bene.
La fama che Pretty Woman ha raggiunto negli anni è giustificata dal fatto che ci ricorda, ad ogni rewatch, quanto sognare non sia un crimine ma una necessità. Se a questo uniamo una colonna sonora indimenticabile, la spontaneità di un cast azzeccatissimo e di una sceneggiatura che richiama la favola di Cenerentola, non può che uscirne un cult intramontabile.
Pretty woman… walkin’ down the street…
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