Eleonora Giorgi, il fascino della leggerezza
Articolo di Francesco Foschini per Birdmen Magazine
All’apparenza poteva risultare leggera e impalpabile, pure un filo svaporata, quasi come fosse eternamente crogiolata nel suo mondo incantato. In realtà, Eleonora Giorgi era una donna molto distante dall’immagine irraggiungibile alla quale siamo stati abituati a percepirla sul grande schermo, lungo i suoi anni d’oro, e pure sul piccolo, quando si è reinventata concorrente di reality e opinionista dei salotti televisivi odierni.
Dignitosa e lucidamente consapevole, non amava affatto essere chiamata «guerriera» a causa del tumore al pancreas diagnosticatole nel 2023 e che, proprio ieri mattina, a 71 anni, l’ha portata via dai suoi cari e dal suo pubblico. Sì, anche dal suo pubblico. Perché nonostante si fosse allontanata da diverso tempo dal cinema, il suo volto continua a restare incollato nella memoria di quegli immaginari che l’hanno consacrata prima a icona del sesso negli anni Settanta e, successivamente, a interprete matura e brillante lungo gli Ottanta. Per brevissimo tempo è stata protagonista di titoli votati all’erotismo torbido, impersonando novizie tormentate (Storia di una monaca di clausura di Domenico Paolella) e domestiche claudicanti (Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno di Luciano Salce), fino al suo primo titolo di risonanza, Appassionata, mélo sexy-crepuscolare di Gian Luigi Calderone in cui Ornella Muti diviene la sua nemesi filmica, complice quella volpe geniale di Enrico Lucherini che suggerì di montare un servizio fotografico in cui le due si menavano, esponendole così alle colonne del gossip all’acqua di rose. In realtà Eleonora e Ornella non potevano essere più diverse, ed erano pure amiche, tant’è che 28 anni dopo mentre si ritrovarono sul set della fiction Lo zio d’America, Eleonora propose a Ornella di recitare nel suo primo film da regista, Uomini & donne, amori & bugie.

Andando comunque al di là del chiacchiericcio vero o presunto (la canzone Eleonora di Antonello Venditti è dedicata a lei?) che l’ha avvolta per tutta la vita, la cosa che balza subito all’occhio scorrendo la filmografia di Giorgi è la qualità impressionante dei registi che l’hanno diretta fin dalla prima ora: Luciano Salce e Salvatore Samperi, Alberto Lattuada e Giuliano Montaldo, Franco Brusati e Damiano Damiani, Aldo Lado e Pasquale Festa Campanile, Liliana Cavani e Steno. Così come i generi affrontati, ha recitato in thriller (Una spirale di nebbia di Eriprando Visconti; Suggestionata di Alfredo Rizzo), polizieschi (Non sparate sui bambini di Gianni Crea) e pure in un meraviglioso horror: stupenda e terrorizzata, coi capelli fradici di pioggia, in Inferno di Dario Argento. E poi, ovviamente, c’è la commedia brillante, che divenne la sua zona di comfort più congeniale, dove condivise successo (e talvolta anche gli ottimi incassi) con Adriano Celentano (Mani di velluto e Grand Hotel Excelsior), Renato Pozzetto (Mia moglie è una strega e Mani di fata), Johnny Dorelli (Vediamoci chiaro), Nino Manfredi (Nudo di donna) e, soprattutto, Carlo Verdone che le regalò il ruolo del coattissimo angelo fan delle celebrità Nadia Vandelli, ovvero quello della vita, in Borotalco e poi qualche anno dopo, ma di minor peso, con la giornalista in crisi coniugale di Compagni di scuola.

Il talento c’era e i partner che affiancava risultavano ben funzionali alle sue doti di interprete leggera, vulnerabilmente dolce, mai eccessiva o sguaiata nonostante le esigenze di copione (chi scrive, ad esempio, trova ben amalgamata l’accoppiata con la comicità surreale di Pozzetto), come la parte della snob Tea Guerrazzi nel piccolo (s)cult Sapore di mare 2 – Un anno dopo in cui manda «a cagare» chi non può permettersi di mantenerla nel lusso fino a pronunciare la battuta più emblematica dell’intero copione: «Pizza fredda e birra calda, tutto alla rovescia, come nella vita», ancora oggi snocciolata come non mai.
Le discendenze italo-inglesi – la nonna paterna era di Londra – e ungheresi (dal lato materno) hanno contribuito a donarle un aspetto algido: chioma biondissima, occhi distanti e liquidi, viso ovale e delicato, come alcune sue colleghe dell’epoca, pensiamo alle nordiche Barbara Bouchet e Janet Agren, ad esempio. Cosa differenziava, però, Eleonora da tutte le altre? Sicuramente, nonostante le origini, quel lampo di romanità intrinseca che le donava credibile umanità, anche in quelle rarissime occasioni in cui ha impersonato figure dall’animo nero distantissime dalle sue corde, come la strozzina senza scrupoli che tiene in pugno un intero palazzo in Morte di una strega, dimenticata miniserie Rai.

Comunque, alla fine di tutto, non raccontiamocela più di così; lasciamo a lei stessa la narrazione intima della sua vita (nel 2016 pubblicò la sua autobiografia a cuore aperto per Mondadori, Nei panni di un’altra) e focalizziamoci sul dato di fatto più importante per renderle il giusto e corretto omaggio. Perché il volto di Eleonora rimarrà – per sempre – uno dei più belli della sua generazione, e anche oltre, così come il suo commovente monito poco prima che ci lasciasse: «Non importa quanto tempo hai a disposizione, ma come scegli di viverlo. ‘Non voglio più giorni di vita, voglio più vita nei giorni che mi rimangono’, come diceva Rita Levi Montalcini. Mi sveglio e dico che non voglio sprecare la giornata».
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